mercoledì 9 settembre 2015

LA PRINCIPESSA DELLA GIUNGLA LINEARE di Paul Di Filippo




"I tersi cieli azzurri sopra l'enigmatica distesa di Vayavirunga sembravano ospitare meno Psicopompi di ogni altro punto della Città, come se la popolazione umana presumibilmente scarsa in quella landa desolata richiedesse meno pastori di anime. Le diafane Ittiodomine e i marmorei Ornitauri che si vedevano in alto si sarebbero detti annoiati e apatici nella loro mancanza di occupazione…"
(trad. di Francesco Lato)

Dalla quarta di copertina:
"Siamo già stati nel Mondo della Città Lineare: un'unica infinità città, larga due isolati e lunga milioni. Da un lato la ferrovia, dall'altro il fiume; in mezzo una teoria senza soluzione di continuità di edifici. Nessuno sa dove inizi né dove finisca. 
Le origini della Città Lineare si perdono negli abissi del tempo. 
Ma in questo mondo perfetto è accaduto qualcosa di spaventoso. 
Un disastro forse naturale, forse astronomico, forse causato dall'uomo, ha creato una Discontinuità: nel distretto di Vayavirunga la città è stata sopraffatta da un'oscura e fitta giungla popolata da esseri misteriosi. 
Per Merritt Abraham, giovane studentessa di polipolisologia, potersi unire a una spedizione guidata dal famoso professore esploratore Arturo Scoria è un'occasione unica per poter finalmente svelare i misteri della leggendaria Giungla Lineare."

Se non si è letto Un anno nella Città Lineare (A Year in the Linear City, 2002, Delos Books 2008), gustarsi LA PRINCIPESSA DELLA GIUNGLA LINEARE (A Princess of the Linear Jungle, 2011, Delos Books 2012) non sarà facile.
Ciò non vuol dire che le trame dei due romanzi siano collegate: le tribolazioni di Diego Patchen, scrittore di narrativa cosmogonica (alias fantascienza), precedono di circa duecento anni quelle della polipolisologa (alias antropologa) Merritt Abraham, e sono completamente autonome.
Nel primo romanzo, di un dittico che spero non rimanga tale, viene presentato un universo unico nel suo genere: la lunga e stretta Città Lineare, un centro urbano adagiato sulla schiena di un gargantuesco drago, illuminato da due soli e cinto ai lati da un fiume e da una discarica interminabili. A collegare tra loro i quartieri, che si alternano senza fine, una misteriosa metropolitana. Purtroppo Di Filippo non spiega né l'origine della Città Lineare, né la natura delle creature alate psicopompe (nell'originale Fisherwives e Yardbull) che prelevano immediatamente le persone decedute.
I misteri sono tanti, forse troppi e con il secondo capitolo non fanno che infittirsi ancora di più; il lettore non si aspetti chiarimenti di alcun tipo. Semmai il contrario.
Detto questo, solo chi è forte della precedente esperienza sarà in grado di godersi la storia: infatti senza il necessario bagaglio culturale che si acquisisce con Un anno nella Città Lineare, LA PRINCIPESSA DELLA GIUNGLA LINEARE finirebbe per essere catalogato nel settore della letteratura bizzarra, modo gentile per dire sconclusionata.
Con questo romanzo breve, Paul Di Filippo ci immerge nel mondo borderline per eccellenza, quello del genere New Weird: in altre parole costringe il lettore ad aprirsi la strada in una giungla, tanto per rimanere in tema, di tipo salgariano, piena di animali feroci, insetti mortali, paludi e miasmi ma, allo stesso tempo, custode di templi e rovine di antiche civiltà, ricolmi di tesori da nababbo.
Ogni pagina, ogni capitolo, riserva all'appassionato del genere ambientazioni originali, meravigliosamente inspiegabili e cariche di sense of wonder, nonché strane creature e popoli dalle usanze bizzarre che se da un lato ricordano le creazioni di Jack Vance o P.J. Farmer dall'altro fanno venire in mente i popoli del Bas-Lag dell'altro grande maestro del New Weird contemporaneo, China Miéville, con il quale Di Filippo sembra condividere la passione per le razze ibride umano-animale, e per gli scarafaggi in particolare.
Assenza di spiegazioni a parte, la lettura è piacevole, scorrevole, a tratti frizzante e umoristica. In un crescendo di azione e avventura, la storia si conclude con un (quasi) colpo di scena finale. Proprio il finale è la cosa meno convincente: decisamente affrettato. La storia, l'ambientazione, i protagonisti stessi avrebbero meritato qualche decina di pagine in più.
I vari personaggi sono un po' stereotipati, ma probabilmente questo è un effetto voluto dall'autore. In compenso si distinguono (compresa la protagonista principale) per gli accesi appetiti sessuali.
Divertente per il lettore è scovare i riferimenti agli autori preferiti di Di Filippo, a partire da Abraham Merritt (il cui nome è ripreso in quello della protagonista), per arrivare al conterraneo H.P. Lovecraft (pure Di Filippo è nato a Providence), E.R. Burroughs e H.R. Haggard (evidente la citazione di She), oltre ai succitati Vance e Farmer, con un pizzico di Mark Twain.
Spero vivamente che il ciclo della Città Lineare si arricchisca in futuro di nuovi capitoli, anche se non sono sicuro che il pur bravo Paul Di Filippo si deciderà mai a risolvere i quesiti lasciati aperti nei primi due lavori.

Paul DI FILIPPO, LA PRINCIPESSA DELLA GIUNGLA LINEARE (A Princess of the Linear Jungle, 2011), trad. di Francesco Lato, Delos Books, collana Odissea, 135 pp., 2012.

Stefano Sacchini

2 commenti:

  1. Tanto mi era piaciuto Un anno nella città lineare quanto non mi è piaciuto il "presunto" seguito. E dico presunto perché le due storie condividono solo lo sfondo ma con uno stile e un'ambientazione completamente diverse. Forse il primo è fantascienza e il secondo New weird (new meird?) La principessa per me è una delle cose peggiori del buon Di Filippo - che pure è scrittore molto alterno e multiforme - che con questa novella conferma di essere molto scarso nei seguiti, come lui stesso ha peraltro ammesso.

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  2. Inutile dire che se ho scritto una recensione di La Principessa della Giungla Lineare è perché questo romanzo breve mi è piaciuto; sicuramente la carica di originalità di Un anno nella Città Lineare è enorme, però questo secondo episodio, che condivide il medesimo universo, secondo me è un delizioso divertissement di De Filippo, ricco di citazioni e omaggi, non privo di eleganza e soprattutto divertente. Sull'etichetta, considero il dittico come new weird, genericamente, ma ognuno può considerarlo come meglio crede (il bravo Paul si sarà posto il problema? boh?)

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