venerdì 1 novembre 2013

PHILIP ROTH: COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA O COMPLOTTO AMERICANO? di Umberto Rossi

Umberto mi ha gentilmente passato la sua recensione (apparsa qualche anno fa' sulla mitica Pulp) di un bel romanzo ucronico di Philip Roth, che anch'io ho apprezzato moltissimo. In realtà, prima dell'estate ho avuto il piacere di leggere, una dopo l'altra, due magnifiche ucronie, questa di Philip Roth e Il sindacato dei poliziotti Yiddish di Michael Chabon, due visioni assai diverse di un'America parallela ma narrate entrambe in maniera magistrale da due grandissimi scrittori statunitensi.




L’ultimo romanzo di Philip Roth merita una certa riflessione soprattutto nella misura in cui, di là dell’oceano, ha venduto l’anno scorso come nessun altro suo romanzo precedente era mai riuscito a fare, neanche il celebre Lamento di Portnoy. Il libro ha un titolo che è tutto un programma: Il complotto contro l’America (Einaudi, pp. 410, tradotto da Vincenzo Mantovani). Ovviamente filoamericani e antiamericani e americano-indifferenti penseranno tutti all’11 settembre, alla caduta delle Torri. Ebbene, siete fuori strada. Il libro di Roth infatti non tocca il nostro presente (forse), e neanche il passato degli Stati Uniti, ma s’impernia su una storia alternativa che non s’è mai svolta, quella della vittoria di Charles Lindbergh alle elezioni del 1940 (nelle elezioni trionfò in realtà Franklin Delano Roosevelt, primo e unico presidente statunitense a vincere quattro volte di fila la sfida per la Casa Bianca).
Anche in quest’epoca di smemoratezza storica non ci sarà bisogno di rammentare ai lettori come e quando l’eroe dell’aria Lindbergh attraversò per primo l’Atlantico con un volo non-stop. Credo proprio, però, che da noi siano ben pochi a sapere quanto le idee politiche di Lindbergh fossero orientate a destra; molto ma molto a destra.
Lasciata l’America nel 1935 con la famiglia, anche per allontanarsi dal ricordo della tragica sorte del figlio Charles Jr. (rapito e ucciso all’età di due anni nel 1932), Lindy, come veniva affettuosamente chiamato dai suoi compatrioti, visita ripetutamente la Germania nazista tra il ’35 e il ’38; assiste alle Olimpiadi di Berlino del ’36, quelle immortalate dalla Riefenstahl, e resta positivamente impressionato dalla società hitleriana. Scrive a un amico che il Führer “è sicuramente un grand’uomo, e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco”. Nel 1938 il governo nazista lo insignisce della Croce di servizio dell’Ordine dell’Aquila tedesca, un’onorificenza conferita a stranieri per servizi resi al Reich. Lindbergh la riceve in una serata all’ambasciata americana a Berlino: a consegnargliela è nientemeno che Hermann Göring, anch’egli aviatore, numero due del regime e capo della Luftwaffe.
Non c’è da meravigliarsi dunque se in seguito il presidente Roosevelt diffiderà di Lindbergh, tanto da tenerlo lontano dall’aeronautica militare allo scoppio della guerra, e se alcuni librai ebrei americani rifiuteranno di vendere le raccolte di poesie (peraltro mediocri) della moglie. Il disamoramento di una parte dell’opinione pubblica americana nei confronti dell’eroe dell’aria non impedisce comunque a Lindy di tornare negli Stati Uniti e di intervenire nella politica americana legandosi al movimento America First, un comitato che nel 1940 e 1941 si oppone all’intervento americano nella seconda guerra mondiale e propugna una politica isolazionista. Lindbergh tiene conferenze e comizi dichiarandosi contrario alla guerra e favorevole al riconoscimento della nuova potenza europea, il Reich nazista. Nel 1941, in occasione di un raduno di America First,  ribadisce alla radio la sua posizione anti-interventista, e giunge ad accusare gli inglesi e soprattutto gli ebrei americani di voler spingere gli Stati Uniti verso una guerra inutile: quella contro Hitler e Mussolini.
Come dimostrano i suoi diari (citati da Roth nelle istruttive appendici al romanzo), Lindbergh nutriva pregiudizi razziali nei confronti di “gialli, neri e bruni”: in altri termini, asiatici, africani e mediorientali. E rispetto agli ebrei, l’aviatore riteneva che in pochi fossero un bene, ma che negli Stati Uniti ce ne fossero decisamente troppi, e che avessero troppo potere nei media di allora (cinema, radio e stampa). Opinioni che oggi, col senno di poi, fanno gelare il sangue; e che unite alla simpatia per il regime genocida di Hitler, gettano un’ombra discretamente sinistra sulla figura di questo celebre americano.
Nel Complotto contro l’America Roth fa vincere proprio a Lindbergh le elezioni del 1940, con una piattaforma neutralista e isolazionista che porta all’abbandono di Gran Bretagna e Unione Sovietica nelle fauci della micidiale macchina militare nazista. Dopodiché per gli ebrei americani comincia l’incubo.
Quest’eterna paura, come la definisce l’ultimo capitolo del romanzo, viene raccontata da Roth riscrivendo una storia alternativa della propria infanzia a Newark nel New Jersey, descrivendo dal punto di vista del Phil Roth bambino gli effetti sulla propria famiglia (il padre assicuratore, la madre casalinga, l’artisticamente dotato e ambizioso fratello Sandy, il problematico cugino Alvin) della politica di strisciante, subdolo e accuratamente pianificato antisemitismo dell’amministrazione Lindbergh. Il romanzo s’articola quindi come storia alternativa, direttamente debitrice di un gioiello da noi ignorato della letteratura americana, It Can’t Happen Here di Sinclair Lewis (dove si narra della genesi e del trionfo di un partito fascistoide americano nelle elezioni del 1936, che porta all’instaurazione di un regime totalitario a stelle e strisce), e indirettamente dell’Uomo nell’alto castello di Philip K. Dick. Ma l’ultimo parto di Roth è soprattutto straordinario esperimento di autobiografia alternativa.
Roth infatti torna al materiale semiautobiografico (con numerose licenze) con cui aveva costruito Lamento di Portnoy (testo al quale il Complotto rinvia praticamente a ogni pagina); e ricrea, tramite il dispositivo fantascientifico della storia alternativa, l’universo della propria infanzia a Newark, nella propria famiglia ebraica e piccolissimo-borghese, riuscendo dopo quasi quarant’anni a riappacificarsi con essa in un universo parallelo che solo la letteratura avrebbe potuto creare, dove il padre stitico e sfigato di Portnoy diviene un eroe proletario, e la madre castratrice una figura nobile e intensa.
Nell’universo del presidente Lindbergh infatti è proprio sulle famiglie ebraiche che viene esercitata una pressione devastante. Cittadini a tutti gli effetti dell’unico paese occidentale che a quell’epoca non avesse una tradizione di pregiudizio e discriminazione antisemita, nel romanzo agli ebrei americani viene fatto vivere sulla propria pelle quello che storicamente è toccato ai loro parenti restati in Europa. Vivono soprattutto l’esperimento di smembramento delle comunità ebraiche che l’amministrazione Lindbergh fa passare abilmente tramite l’OAA, un’organizzazione diretta da un prestigioso rabbino conservatore, più o meno consapevolmente vendutosi al governo per soddisfare la propria straripante ambizione. Prima i ragazzi ebrei vengono portati a passare le vacanze presso famiglie sanamente cristiane, bianche, anglo-sassoni, poi c’è la relocation (termine nefasto, connesso al genocidio degli indiani d’America) di famiglie ebraiche in zone dell’interno a schiacciante maggioranza cristiana conservatrice.
Per i Roth del romanzo, questo significa prima la perdita della sicurezza di essere americani come tutti gli altri, poi la lacerazione della concordia familiare (il fratello Sandy viene irretito dalla propaganda governativa), infine una serie di colpi sempre più forti (il padre perde lavoro e proprio status, il cugino Alvin sprofonda nel mondo della criminalità organizzata, i vicini vengono trasferiti nel Tennessee) che culminano nella notte in cui il terrore del pogrom incombe sulla fino allora tranquilla cittadina di Newark. Ma questa prova terribile è anche una redenzione dalla meschinità e piccineria della famiglia Portnoy, il momento in cui ci si scontra con l’antisemitismo quello vero, e ci si deve ingegnare a difendersi come possibile, e deve uscire fuori il meglio di ognuno; anche dei nuovi vicini, gli italo-americani Cucuzza, che solidarizzano coi Roth.
Come sempre, aggiungere altro comprometterebbe il piacere della lettura. È però d’obbligo una nota a pie’ di pagina. Di scheletri nel cassetto ne hanno molte icone statunitensi, e ingombranti; per esempio Henry Ford (amicone di Lindbergh nel romanzo di Roth), o Walt Disney. Ma credo che Roth abbia scelto come presidente alternativo nazistoide degli Stati Uniti proprio Charles Lindbergh perché tra tutti è l’unico aviatore. Pilota di aerei militari come era il residente della Casa Bianca all'uscita del romanzo. E i suoi discorsi sono altrettanto elementari di quelli di Bush Jr, identica la faccia da bravo americano qualsiasi con cui li recita.
Ma “Quello che sembra il più americano di tutti… è il meno americano”, come spiega il padre di Roth al piccolo Phil. Si deve diffidare del potente che recita la parte dell’Uomo Qualunque. È la più perfida maschera del privilegio e della sopraffazione, quella; su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Umberto Rossi

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