sabato 27 luglio 2013

La porta dell'infinito: la seconda vita di Frederik Pohl

La seconda parte del mio saggio su Pohl riguardava principalmente La porta dell'infinito, uno dei romanzi cardini della fantascienza degli anni ottanta, ancor oggi considerato uno dei capolavori della fantascienza. Spero ancora che qualcuno abbia il coraggio di ristamparlo, assieme ai suoi ottimi seguiti.




Con La porta dell'infinito Pohl dimostra infine di avere raggiunto la piena maturità letteraria:  i pensieri, le azioni, le emozioni dei suoi protagonisti sono riprodotte alla  perfezione. Ora i suoi personaggi sono figure a tutto sfondo, con i loro pregi e i loro difetti: non sono più archetipi, ma «persone».
Ma per arrivare a tanto, Pohl ha dovuto attraversare una fase di transizione che non è stata né facile né priva di dolorose sensazioni. Tale crisi spirituale si è verificata verso la fine degli anni sessanta. Già prima egli aveva diradato la sua produzione, ma le cause erano ovvie, lampanti: la direzione di tre riviste lo impegnava tanto da non permettergli di produrre altro che qualche «novelette» e «short story», e qualche collaborazione con vecchi amici come Jack Williamson. 
Il raggiungimento della fatidica soglia degli anni cinquanta, dell’andropausa, portarono tuttavia un profondo travaglio spirituale.
In una sua autobiografia, così egli racconta: «Quando ho toccato i cinquantanni c’è stato un momento in cui ho pensato di dover morire, e realmente ero contento che fosse così. Tutto andava male. Potevo sopravvivere, e forse ottenere anche gioie e trionfi considerevoli, ma era improbabile che succedesse qualcosa che non era già accaduta in precedenza. Potevo guadagnare molto denaro, o ricevere qualche onore, o pubblicare una storia che vincesse qualche premio. Erano tutte grandi gioie; ma le avevo già provate tutte.
«Non sembrava probabile che accadesse nulla di nuovo, e non mi sembrava valesse la pena di accollarsi tutti i problemi ed i grattacapi necessari per ottenere la ripetizione di una cosa già avvenuta. Così, per due o tre mesi, ho atteso di morire. Ma, a poco a poco, ho cominciato a pensare che vivevo ancora, e che, dato che non avevo niente di meglio da fare, avrei anche potuto lavorare un po’. Così cominciai a fare qualche cauto passo verso la rinascita; ripresi a scrivere, e scoprii che ero realmente in grado di scrivere bene quanto in precedenza, forse ancora meglio. Alcune storie, come The gold at starbow’s end, The merchants of Venus, mi sembravano perfette. Chissà, forse esiste una menopausa maschile? Forse ora esiste un nuovo Pohl, mentre il vecchio ha completato il suo ciclo vitale a cinquant’anni».
Queste parole ci sembrano esemplari per chiarire il rinnovamento di uno scrittore che, giunto sulla soglia della vecchiaia, non ha continuato a ripetersi stancamente (come fecero invece altri): Pohl è riuscito a cambiare maniera di scrivere, stilemi e tecniche narrative, a cercare addirittura con successo nuove vie per la sf.
Basta leggere opere come I mercanti di Venere, o come Uomo più, (il romanzo che ha vinto il premio Nebula nel 1977, una magnifica storia in cui i particolari tecnici si fondono con la vicenda umana di Roger Torraway, il cyborg che dovrà compiere il primo viaggio su Marte e che è ancora alla ricerca della sua nuova umanità), e soprattutto il presente La porta dell’infinito, per rendersi conto di quanto sia diverso questo Pohl da quello degli anni cinquanta.
La porta dell’infinito (Gateway) è considerato dallo stesso Pohl e da molti critici  il miglior romanzo  prodotto nel corso di tutta la sua carriera letteraria. Vincitore dei due maggiori premi fantascientifici (Hugo e Nebula) del 1978, è un’opera senz’altro molto ambiziosa che si propone di rinnovare la «space opera», allo stesso modo in cui Robert Silverberg ha rinnovato il tema della «telepatia» in Dying inside e del «possesso mentale» in The second trip, usando cioè una caratterizzazione di tipo psichiatrico.
Si tratta dì un romanzo di fantascienza classica, «hard» (quale tema è più classico dell’esplorazione dello spazio e dell’avventura dell’uomo su pianeti sconosciuti?) ma Pohl lo narra in maniera moderna: il vocabolario schietto, le scene sessuali, il tema emotivo che rode l’anima del protagonista, il tono amaro con cui è narrata la vicenda potranno forse turbare alcune personalità troppo sensibili, ma sono elementi fondamentali e giustificati nel ritratto dell’anti-eroe su cui è imperniata la storia. Robinette Broadhead (anche il nome, che in italiano sarebbe «Robinette Testalarga», lo denota  come un tipico soggetto delle opere pohliane) è ben lontano dai superuomini vanvogtiani o dei sani, saggi protagonisti heinleiniani. E' un codardo, afflitto da ulcera e senso di colpa, da vestigia di un complesso di Edipo, incapace di godersi la ricchezza ed il successo che si è guadagnato come «cercatore spaziale».
La porta dell’infinito è appunto la storia delle sue gesta. La narrazione si svolge su due piani separati: uno è la vicenda vera e propria, l’altro è costituito da «flashbacks», dai ricordi di Broadhead, «steso sul lettino» durante le sue sessioni con lo psichiatra-computer Sigfrid Von Shrink, dei suoi passati exploit. Oltre a questi interludi di psicanalisi freudiana, Pohl ha inserito dei «sidebars», delle riproduzioni di segni, note, materiale pubblicitario, che servono ad infoltire il «background» ed a comprendere meglio questo suo mondo .futuro.
Per spiegare più chiaramente il motivo di questo nuovo tipo di schema letterario (almeno per la sf), riporto un  poscritto dello stesso Pohl all’edizione su rivista di Gateway:  «Oltre ad essere un romanzo, Gateway è un tentativo di compiere qualcosa che da lungo tempo volevo fare: dire ogni cosa che sapevo sul mondo che avevo creato. Tutti gli scrittori di sf inventano i mondi in cui si muovono i loro personaggi, e, mentre lo facciamo, la maggior parte di noi si figura nella mente molto di più di quanto viene poi descritto sulla carta. Se chiedete a Larry Niven di parlarvi degli Kzinti, egli vi racconterà dettagli dei loro sogni e abitudini riproduttive che non sono mai state pubblicate in nessuna sua opera. E lo stesso farebbe Gordon Dickson con i suoi Dorsai. La ragione per cui non tutto questo “background” viene stampato non è che l’autore vuole tenere per sé dei segreti, ma che spiegare troppe cose rallenterebbe il passo dell’azione. Tuttavia, una delle cose più belle della sf è proprio la costruzione di questi mondi nuovi interessanti e pieni di colore, mondi in cui possiamo lasciar libera di vagare la nostra immaginazione. L’esperimento che volevo tentare era quello di rendere il mio mondo quanto più completo mi fosse possibile. Dire tutto ciò che sapevo al riguardo, e non dare soltanto una spiegazione del modo di comportarsi dei personaggi. Non soltanto i parametri fisici, ma le abitudini, il modo di vestire, i divertimenti, le restrizioni, gli “input” sensoriali. E per ottenere il mio scopo senza che i personaggi stessero in continuazione a descriversi le cose, ho adottato il metodo dei “sidebars”. E' una tecnica giornalistica. Ma non mi pare sia mai stata usata in questo modo in un romanzo. John Dos Passos aveva fatto qualcosa di simile in 1919, molto tempo fa, usando brani di giornale, un’innovazione ripresa e spostata un gradino più avanti da John Brunner nel suo Stand on Zanzibar (Tutti a Zanzibar). Per Gateway sembrava proprio la tecnica adatta.».
La storia in sè concerne la fuga di Robinette Broadhead dalla solita Terra sovrappopolata ed esaurita di risorse del ventunesimo secolo. La vincita ad una lotteria  gli permette di pagarsi il viaggio fino a «Gateway», un asteroide traforato e cavo pieno di astronavi attraccate e lasciate da alieni scomparsi ormai da millenni (gli Heechee) in eredità agli umani. Ma, una volta giunto sulla stazione spaziale, egli ha paura di buttarsi nella cieca avventura e invece di offrirsi volontario per una missione, continua a rimandare e a rimanere sull’asteroide. Gateway, che rimane nella sua essenza un luogo ignoto, in quanto gli esseri umani non sono riusciti a comprendere i principi basilari della tecnologia Heechee, è diventato un luogo di passaggio per i «cercatori», che da lì partono all'inseguimento della fortuna, verso destinazioni ignote, con una minima speranza di tornare vivi e ricchi per la scoperta di manufatti alieni o di conoscenze che possano essere utili all’umanità.
L’originalità del romanzo nasce da questa situazione di base; il fascino deriva dal mistero di questa razza antichissima e avanzatissima le cui poche reliquie tecnologiche risultano indecifrabili. Una situazione affascinante e avvincente, ma la bravura di Pohl sta anche nello studio approfondito  dei personaggi, che sono veri esseri umani, capaci di vivere, di piangere, di amare, e soprattutto di sbagliare, come è nella vera essenza dell’uomo.
SP

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