martedì 28 maggio 2013

FANTASCIENZA E GUERRA FREDDA

Comincia con questo approfondito articolo su una tematica di straordinario interesse per gli autori di fantascienza degli anni cinquanta e sessanta la collaborazione al blog di Umberto Rossi, uno dei massimi esperti dell'opera di Dick a livello mondiale, ma soprattutto critico sagace ed egregio traduttore. Appassionato della storia e dei conflitti militari del nostro secolo (come si può notare anche da questo erudito saggio), nella vita di tutti i giorni Umberto insegna inglese nei licei romani e cerca, con buona fortuna (credo), di infondere nei suoi allievi l'amore per la buona letteratura, e per la fantascienza in particolare.


L' Arcobaleno della gravità


La seconda guerra mondiale era appena terminata quando l’umanità precipitò in quella che può essere considerate a ragione come una terza guerra mondiale, sia pure di carattere assai particolare. Perché, come osservava il grande filosofo Thomas Hobbes, “La guerra non consiste soltanto nella battaglia o nel combattimento, ma in un lasso di tempo in cui la volontà di scendere in battaglia è sufficientemente manifesta” (Hobbes, cap. 13). La guerra fredda tra USA e l’URSS e i loro rispettivi alleati, che dominò completamente la scena internazionale nella seconda metà del Secolo breve, fu senza dubbio un lasso di tempo di tal fatta.

Se Eric Hobsbawm e Thomas Hobbes hanno ragione, la terza guerra mondiale c’è già stata. Dal 16 aprile 1947, giorno in cui l’espressione fu coniata da Bernard Baruch, consulente del presidente americano Truman, all’8 dicembre 1991, data della formale dissoluzione dell’Unione Sovietica, è stato chiaro per tutti, in qualunque parte del pianeta, che c’era un confronto in atto, e che la volontà di scendere in battaglia contrapponeva gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, e i loro rispettivi alleati. Chiusasi con la seconda guerra mondiale l’era delle potenze nazionali, ci si trovava nell’epoca delle superpotenze, stati grandi come gli imperi di un tempo, capofila di alleanze mondiali. Superpotenze in continuo stato di prontezza operativa, in grado di scatenare in pochi minuti una guerra devastante come nessun’altra precedente: la guerra nucleare, che tutti vedevano come la materializzazione delle paure apocalittiche nutrite dall’umanità fin dalle sue origini.
Enormi eserciti venivano mantenuti in stato di mobilitazione; apparati industriali lavoravano a pieno regime; la ricerca scientifica e tecnologica aggiornava continuamente gli arsenali. Squadriglie di bombardieri erano continuamente in volo, nelle stive le bombe atomiche pronte allo sgancio. Stessa cosa per i sottomarini nucleari lanciamissili, in perenne navigazione, e per i silos sotterranei che ospitavano i missili balistici intercontinentali, pronti ad essere lanciati nel giro di minuti. A questo apparato nucleare cosiddetto strategico, in una mobilitazione perenne che sembra uscita dalle pagine di Jünger, bisogna aggiungere gli eserciti della NATO e del Patto di Varsavia, con decine di migliaia di carri armati, milioni di uomini, flotte aeree e navali, anch’essi in mobilitazione permanente. È stata l’esperienza comune di tanti giovani italiani, fino a poco tempo fa, quella di indossare per un anno la divisa, magari in qualche reparto operativo, e partecipare a esercitazioni in cui si simulava la guerra quella vera, e ovviamente lo scenario, pur con tante variazioni di dettaglio, era sempre quello: attaccano i russi, bisogna difendersi. Magari attaccando prima.
A questo, in special modo nella prima stagione della guerra fredda, vanno aggiunte le esercitazioni per gli attacchi atomici. Negli Stati Uniti c’era un sistema sempre pronto, il CONELRAD, in funzione dal 1951 al 1963, che consentiva al governo di interrompere tutte le trasmissioni radio e tv e di trasmettere un segnale di emergenza per avvertire tutti i cittadini di recarsi nei rifugi antiatomici (che molti si erano fatti costruire nel giardino di casa). Per quanto il CONELRAD non sia mai stato attivato (fortunatamente), esso veniva collaudato regolarmente, anche per insegnare agli spettatori americani a riconoscerlo, ed era quindi una presenza familiare (ed inquietante) nella vita quotidiana degli anni Cinquanta. Aggiungiamo che nelle scuole venivano tenute esercitazioni per preparare gli studenti a eventuali calamità, tra le quali rientrava ovviamente l’attacco atomico.
Ecco quindi che la guerra nucleare, pur non esistendo, era una presenza costante; una presenza virtuale, simulata, uno spettro che s’aggirava per gli Stati Uniti, e non solo. La presenza virtuale della guerra atomica era anche legata all’occupazione di una vasta parte della popolazione americana in aziende legate direttamente o indirettamente all’apparato militare (da quelle aeronautiche a quelle elettroniche). Negli anni del dopoguerra, infatti, sia l’Unione Sovietica che gli Stati Uniti sono impegnati a sviluppare le rivoluzionarie “armi di rappresaglia” di Hitler per modernizzare i propri arsenali, cercando di ottenere una superiorità tecnologica talmente schiacciante sull’avversario da scoraggiarlo del tutto dal tentare un attacco. Se da un lato queste ricerche erano coperte da un segreto pressoché impenetrabile, dall’altro i prodotti dei vari programmi, fossero essi aerei, navi, o qualsiasi altra macchina da guerra, dovevano essere esibiti, perché facendo sapere al nemico quali nuovi armamenti si potevano mettere in campo se ne potevano condizionare le mosse sullo scacchiere geopolitico.
Poteva dunque capitare che si realizzassero film come il dimenticato I giganti toccano il cielo (1957) di Gordon Douglas, dove un’esile storia sentimentale è un mero pretesto per mostrare sullo schermo le allora modernissime “stratofortezze”, i bombardieri nucleari B-52, eredi dei B-17 che avevano raso al suolo la Germania e dei B-29 che avevano sganciato le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Ovviamente simili produzioni avevano un malcelato scopo propagandistico, che trovava nel mondo comunista un equivalente nelle parate (celebri quelle sulla Piazza Rossa di Mosca) dove venivano esibite le ultime realizzazioni delle industrie militari del blocco sovietico.
Questa esibizione dell’apparato militare, unitamente allo stato di mobilitazione perenne e alla continua simulazione della guerra finale, ha portato a un forte radicamento nell’immaginario collettivo di un conflitto che non c’è mai stato. Di qui un’intera letteratura: narrazioni di una guerra possibile, ma inesistente, appartenenti in gran parte alla fantascienza, anche se il tema non è appannaggio esclusivo di quell’area dell’immaginario. La messe di figurazioni letterarie della guerra atomica è stata censita, almeno per quel che riguarda il periodo che va dal 1895 al 1984, da una monografia dello studioso americano Paul Brians, intitolata Nuclear Holocausts: Atomic War in Fiction (1987). Il saggio è in effetti un ampio catalogo, dove per ogni opera registrata viene fornita una sintesi della trame: ogni opera è preceduta inoltre da una introduzione critica che analizza temi e forme ricorrenti, dove il critico nota che le narrazioni delle guerre nucleari si discostano per certi versi dalle altre storie di guerra: “All’autore di una storia sulla guerra atomica (…) mancano molte delle risorse delle narrazioni tradizionali della guerra. Il genere con cui ha più elementi in comune non è affatto la storia di guerra, bensì la narrazione di una grande catastrofe: fuoco, inondazione, epidemia”. Eppure la visione della guerra come apocalisse non è affatto assente nella precedente letteratura di guerra: basti pensare a Barbusse, a Mann, a Kraus. Ma certo nelle opere di questi autori, la guerra non è una catastrofe rapida, come invece nella stragrande maggioranza delle opere di cui si è occupato Brians.
Nell’ambito fantascientifico la guerra totale è spesso un evento apocalittico che chiude la storia umana: piovono le bombe e i missili, e cala il sipario; basti pensare a un celeberrimo racconto di Sturgeon, “Il tuono e le rose” (1953). In alternativa la guerra atomica diviene frequentemente un pretesto per la creazione di un mondo futuro più o meno diverso da quello presente, riducendosi così a mero espediente narrativo; così accade in diversi romanzi di Philip K. Dick degli anni Sessanta, ad esempio I simulacri, o Cronache del dopobomba. Nelle opere in cui la guerra atomica resta al centro della trama, l’intento della narrazione è di solito ammonitorio. Su questa linea stanno tre romanzi a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, che hanno goduto di una fama considerevole al di fuori dell’ambito fantascientifico, anche perché trasformati tutti e tre in pellicole di successo. La prima è L’ultima spiaggia (1957) dell’autore australiano Nevil Shute, che descrive la vita priva di scopo degli ultimi superstiti all’apocalisse nucleare, che attendono in Australia l’arrivo delle particelle radioattive portate dai venti. L’atmosfera è pervasa di un cupo fatalismo, e venne resa efficacemente nell’omonimo film di Stanley Kramer (1959), che vede la partecipazione di star come Gregory Peck e Fred Astaire. Sulla scia del romanzo di Shute sta Il dottor Stranamore (1958) di Peter George, che originariamente s’intitolava Red Alert [Allarme rosso], ma venne poi riscritto dall’autore per renderlo più aderente al film di Stanley Kubrick basato su di esso (1964), con cambio di titolo dettato da ragioni commerciali. In questo romanzo la Bomba è la cosiddetta “macchina della fine del mondo”, un ordigno al torio-cobalto in grado di liberare un’enorme quantità di pulviscolo radioattivo, che scatena per una malaugurata serie di errori l’apocalisse. Se il libro di George è fondamentalmente drammatico, il film tratto da Kubrick, che ha fatto quasi dimenticare il romanzo, è animato da un feroce humour nero, com’è tipico delle opere del regista americano. Infine abbiamo A prova di errore (1962) di Eugene Burdick e Harvey Wheeler, dove l’attacco di una squadriglia di bombardieri americani viene scatenato per errore, e il presidente degli Stati Uniti collabora con i sovietici per intercettare gli aerei; quando però uno dei velivoli riesce comunque a raggiungere Mosca e sganciare il suo carico di devastazione totale, il presidente americano offre ai sovietici di bombardare New York in modo da “pareggiare il conto” ed evitare la guerra totale. Il sacrificio riesce, e l’apocalisse viene sventata, anche se a caro prezzo. Dal romanzo venne tratto un film diretto da Sidney Lumet (1964) nel quale la nobile figura del presidente americano che ordina l’attacco di compensazione, pur sapendo che sua moglie si trova a New York e perirà nell’esplosione, viene interpretata da Henry Fonda.
È interessante notare che nel Dottor Stranamore la situazione di partenza è simile, perché la squadriglia di B-52 su cui è incentrata la vicenda parte anch’essa per errore; ma nonostante i maldestri tentativi di russi e americani la catastrofe non viene scongiurata affatto, e il dottor Stranamore, uno scienziato tedesco consulente del governo americano, dall’equilibrio mentale non del tutto stabile e dai trascorsi nazisti, incoraggia il governo degli Stati Uniti ad andare fino in fondo e scatenare la guerra atomica, dato che la contaminazione radioattiva è ormai inevitabile. Come si è già detto, il film di Kubrick è una commedia nera e apocalittica, ed esprime uno swiftiano pessimismo sulla capacità dell’uomo di controllare l’immenso apparato militare della guerra fredda. Nella figura del dottor Stranamore, interpretato da Peter Sellers con un pesantissimo accento tedesco, si è voluta vedere una satira del matematico di origine ungherese John von Neumann, che prese parte al progetto Manhattan (tanto da morire nel 1957 per un tumore al pancreas probabilmente originato dalle radiazioni assorbite mentre assisteva a dei test nucleari). Von Neumann era una figura pubblica negli anni Cinquanta, ed ebbe una considerevole influenza sulla politica degli Stati Uniti; egli propugnò la teoria della distruzione mutua assicurata, in base alla quale nessuna delle due superpotenze avrebbe attaccato l’altra se fosse stata certa di essere soggetta a una rappresaglia nucleare. Ma von Neumann propugnava anche (come il dottor Stranamore) l’opportunità di un attacco nucleare preventivo all’Unione Sovietica.
Questa singolare figura di guerrafondaio nucleare, che conferiva autorevolezza alle proprie opinioni grazie al proprio prestigio scientifico, venne eclissata negli anni Sessanta da quella di Wernher Von Braun, che in apparenza era dedito alla più nobile missione di portare l’uomo nello spazio, qualcosa di meno agghiacciante della guerra atomica. I due scienziati erano in realtà due facce della stessa medaglia. Anche mettendo tra parentesi i trascorsi nazisti di Von Braun, dopo il suo trasferimento forzato negli Stati Uniti egli continuò a lavorare su progetti dall’immediata applicazione militare: gli stessi missili che potevano portare l’uomo in orbita e poi sulla Luna erano in grado di portare testate nucleari sugli obiettivi nemici.
Questo dovrebbe portarci a rileggere L’arcobaleno della gravità di Pynchon in tutt’altra chiave rispetto a quella proposta precedentemente (sezione 4.5): la ricerca del Razzo non è solo un espediente narrativo, colta citazione di un’antica tradizione europea; non è solo un richiamo metaletterario alle ricerche degli eroi medievali, Parsifal in testa. Essa raffigura anamorficamente, non senza una buona dose d’ironia, la ricerca affannosa degli scienziati e tecnici tedeschi durante l’occupazione della Germania, attuata capillarmente da americani e russi nel 1945 (da parte statunitense, questa “caccia all’uomo” venne chiamata Operazione Paperclip); all’immaginaria ricerca del Razzo 00000 in Pynchon corrisponde quindi uno storico saccheggio di competenze e conoscenze, che consentirà a Stati Uniti e Unione Sovietica di realizzare nuovi mezzi di distruzione di massa, quelli che saranno protagonisti della guerra fredda.
Ma nella visione pynchoniana, quest’ultima (che, come si è già detto, lo scrittore americano aveva conosciuto in prima persona, a differenza della seconda guerra mondiale) è figlia delle ricerche tecnico-scientifiche del nazismo, e intimamente compromessa con la sua politica di sopraffazione globale, di militarismo esasperato, di maniacale determinazione alla guerra totale. Il Razzo cercato dal protagonista del romanzo, Tyrone Slothrop, viene alla fine lanciato dall’infame ufficiale delle SS Weissman (in cui qualche interprete ha voluto vedere un alter-ego di Von Braun); ma invece di ricadere sull’Europa in guerra, in qualche modo il missile precipita, nell’ultimissima pagina, su un cinema americano nel quale è stato proiettato un film la cui trama coincide con quella di L’arcobaleno della gravità. Si può leggere questo finale in chiave freudiana, come manifestazione di una pulsione di morte che sarebbe la scoperta al termine della queste, come propone Casadei; si potrebbe quindi spiegare tutto col grande tema dell’entropia, e leggere il finale semioticamente, come impossibilità di “ogni riaggregazione portatrice di significato”. Ma talvolta ciò che è più ovvio ed evidente è più difficile da vedere: il titolo del romanzo parla della parabola, l’“arcobaleno della gravità”, cioè la traiettoria del missile (o Razzo) dal lancio all’impatto con l’obiettivo. La traiettoria dell’A-4 00000 parte dall’Olanda e va a cadere a Los Angeles; parte nel 1945 e si conclude verosimilmente negli anni in cui Pynchon pubblica il romanzo. Ciò è ovviamente impossibile fisicamente, ma ha un ben preciso significato simbolico e anche politico: il razzo nasce nella Germania nazista e cade sull’America. Il passato prossimo della seconda guerra mondiale entra in corto circuito con il presente della guerra fredda, in una di quelle connessioni tra tempi e luoghi reciprocamente remoti che caratterizzano la narrativa postmodernista. La connessione è la parabola: lungo quella curva immaginaria, la storia tutt’altro che immaginaria di un trasferimento di tecnologie e know-how da una potenza sconfitta a una superpotenza trionfante.
Inevitabile a questo punto citare un’altra opera della letteratura statunitense, L’uomo nell’alto castello (1962) di Philip K. Dick, che in qualche modo esplicita ulteriormente l’idea di Pynchon. Il romanzo è ambientato in un mondo alternativo nel quale le forze dell’Asse hanno vinto, gli alleati sono stati sbaragliati, e Giappone e Germania si sono spartiti gli Stati Uniti (né più ne meno come fecero gli alleati con la Germania nel 1945). Come l’America divisa somiglia alla Germania spaccata tra Est e Ovest, così gli equilibri mondiali del romanzo somigliano a quelli della guerra fredda storica: Giappone imperiale e Germania nazista, un tempo alleati, ora (il romanzo si svolge nei primi anni ’60) sono rivali per il predominio sul pianeta, e il Reich sta organizzando in gran segreto un attacco nucleare senza preavviso sulle isole del sol levante.
L’uomo nell’alto castello (ripubblicato da Fanucci  col discutibile titolo della prima edizione, La svastica sul sole) è complicato dall’avvitamento causato, in questo mondo alternativo, dalla pubblicazione di un romanzo, La cavalletta ci opprime, che descrivendo un mondo in cui Stati Uniti e Impero Britannico hanno vinto la seconda guerra mondiale, è proibito nei territori del Reich, ma può circolare in quelli nella sfera d’influenza giapponese. Romanzo nel romanzo, mise en abîme, metaletterarietà, autoreferenza? Anche, ma non è detto che siano quelle le chiavi più interessanti per leggere quest’altro romanzo della guerra fredda. La chiave storica sembra più promettente: la storiografia espressionista di Dick (mi approprio di una felice espressione di Gabriele Frasca), nel raccontare la storia come non è stata, getta una luce inquietante sulla storia che abbiamo vissuto. Il nazismo ha perso, ma la logica di dominio e di distruzione indiscriminata del nazismo sopravvivono, attraverso le sue tecnologie di sterminio, nella brutale realpolitik delle superpotenze. Siano in competizione Giappone e Reich tedesco, Stati Uniti e Impero Britannico, Stati Uniti e Unione Sovietica, il problema è sempre lo stesso: una politica ridotta a un gioco d’azzardo, tesa al dominio totale, anche a rischio dell’estinzione della specie. Uno dei personaggi del romanzo descrive la patologica forma mentis dei nazisti; sono parole che forse s’adattano anche ai registi della guerra fredda, quelli che negli USA vengono chiamati cold warriors:

La loro visione: è cosmica. Non un uomo qua, un bambino là, ma un’astrazione: la razza. (…) per loro l’astratto è reale, e il reale è invisibile. (…) Essi vedono attraverso il ‘qui’ e ‘ora’ nell’enorme e nero abisso che c’è al di là, nell’immutabile. E questo è fatale alla vita. (…) E io so perché. Vogliono essere gli agenti, non le vittime, della storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fondo.
Non a caso il romanzo di Dick esce nello stesso anno (1962) della crisi dei missili a Cuba, quando il mondo fu sull’orlo della terza guerra mondiale—o, nella nostra prospettiva, quando la terza guerra mondiale stava per farsi da virtuale, assolutamente e spaventosamente reale. Se ciò fosse avvenuto, ben difficilmente ci sarebbe stata una qualche letteratura a raccontarci quella guerra.

Umberto Rossi

3 commenti:

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  2. "Se ciò fosse avvenuto, ben difficilmente ci sarebbe stata una qualche letteratura a raccontarci quella guerra.", dà i brividi !!
    Che strano animale che è l'uomo, scampata (?) la bomba finale l'uomo insiste ancora con guerre e crimini contro il pianeta, uccidiamo il pianeta.... uccidiamo la nostra razza.
    Sarebbe interessante mettere insieme, in un articolo, autori e romanzi che si sono fatti portatori di questo messaggio.
    Perchè la SF è anche veicolo di importanti messaggi (e riesce a farlo con una potenza senza pari), non solo intrattenimento e non certo letteratura di serie B.
    Complimenti per l'articolo !

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    1. bè, girerò i complimenti a Umberto. Quando ci si mette è un critico sopraffino...spero che entro breve tempo ci proponga qualche altro saggio.

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