mercoledì 21 giugno 2017

IL MOSTRO DELLA MOSTRA di Fabio Larcher

I due poliziotti annuirono. Non erano privi di fegato, eppure l'idea di sfidare l'oscurità nella camera di Helig li rendeva esitanti: si trattava di un'oscurità innaturale, come se nella stanza non ci fossero finestre. Un pensiero davvero singolare se teniamo conto che si affacciò nelle semicieche menti di due tutori dell'ordine, e per giunta contemporaneamente.
Avanzarono, dunque, oltre la soglia e si ritrovarono in una specie di bosco.

Quarta di copertina:
Un misterioso individuo ha ucciso dodici persone, nessuna delle quali ha relazione con l’altra. Si tratta di giovani donne, di gentiluomini, di borghesi e di semplici operai addetti all’allestimento dell’evento. Il direttore della Galleria Nazionale, il signor Frederick William Burton, che ha fortemente voluto la mostra, è ora in preda al furore dei rimorsi e della disperazione, perché il “Mostro della mostra” (così l’omicida viene battezzato dai quotidiani londinesi) non ha lasciato tracce di alcun tipo, non ha un volto, non sembra avere un movente, se non la propria pazzia, e, all’apparenza, si muove colpendo a casaccio, senza seguire un preciso modus operandi. La polizia brancola nel buio. Wylo Helig è la sola speranza rimasta.

Sempre fedele al suo stile leggero, scorrevole e non privo di una forte carica di humor, Fabio Larcher regala ai lettori la seconda avventura dell'elfo in esilio Wylo Helig, un detective sui generis che, costretto a vivere nella Londra di fine Ottocento e mortalmente annoiato, si diletta a risolvere casi apparentemente insolubili, con l'aiuto di alcune facoltà soprannaturali e di una faccia tosta senza pari.
Come nel primo episodio, "Un delitto al rosmarino", con IL MOSTRO DELLA MOSTRA il lettore si ritrova nel variopinto mondo del new weird, con atmosfere che strizzano l'occhio sia al giallo deduttivo di sir Arthur Conan Doyle sia all'urban fantasy che tanto successo riscuote negli ultimi anni. L'originalità è sicuramente tra le caratteristiche che distinguono questo poliedrico autore, classe 1974, il quale si rivela altresì abile nel gestire i numerosi personaggi, inventati o meno, che emergono dalle pagine del libro. Non solo il protagonista magico colpisce l'attenzione: altrettanto incisivi e ben delineati sono Oscar Wilde, che non poteva non comparire in una storia che si svolge nell'Inghilterra del XIX secolo e che ruota attorno un misterioso ritratto, l'enigmatica nobildonna russa Olga Fëdorov'na, e soprattutto il "cinghiale gentile" Hugo Müller, principale protagonista, suo malgrado, dell'intera vicenda.
Sebbene il caso appaia all'inizio ancor più ingarbugliato del precedente, il beffardo Helig non faticherà molto a risolverlo, lasciando il lettore in attesa di una sua nuova ed esilarante avventura.
Buona lettura quindi a tutti coloro che amano le storie fantastiche, allegre e ricche di suggestioni letterarie.

Per maggiori informazioni su Fabio Larcher e la sua opera (che comprende non solo le avventure di Wylo Helig ma anche un bell'esempio di romanzo steampunk come "Calasperio") si può visitare il blog: http://fabiolarcher.blogspot.it/

Fabio LARCHER, Il MOSTRO DELLA MOSTRA, A.Car Edizioni, 2017, 165 pp., prezzo di copertina 12,50 €.

Stefano Sacchini



 

martedì 13 giugno 2017

LA COSA MARRONE CHIARO E ALTRE STORIE DELL'ORRORE di Fritz Leiber


Che esca una raccolta di racconti di Fritz Leiber è una buona notizia, perché:
1.     Leiber è un autore che mi piace qualunque cosa scriva, e non da ieri.
2.     Leiber non è uno di quegli scrittori di cui si sente parlare tutti i giorni.
3.     la raccolta l'ha fatta un piccolo editore romano, Cliquot, e ha fatto un gran bel lavoro: bella la grafica, bella la copertina, bello il carattere usato, ottima la carta, un'edizione che è un piacere tenere in mano.
4.     il traduttore di questa raccolta, Federico Cenci, ha lavorato con autentica passione, dopo essersi laureato con una tesi su Leiber (e già per questo meriterebbe una medaglia...), ha selezionato i racconti, li ha tradotti dignitosissimamente, e ha anche scritto un'introduzione ben misurata (né sproloqui, né trombonate!).
5.     (e forse questo è il motivo più importante) la raccolta me la sono divorata in giorni due. Senza esitazioni. Al punto che, dovendo uscire per una faccenda a metà di un racconto, mentre stavo fuori casa volevo tornare al più presto per vedere come andava a finire la storia.
Insomma, c'è di che festeggiare, ma ricordate che la vera festa, per il curatore, l'editore e tutti noi, ci sarà se il libro ve lo comprerete, e convincerete Cliquot a continuare su questa strada. Magari per motivarvi posso aggiungere che i testi contenuti in La cosa marrone chiaro sono tutti assolutamente INEDITI, mai tradotti in italiano e quindi mai usciti in Italia. Tranquilli, niente ristampe!
Però mettiamo le mani avanti: qui non siamo ben dentro il territorio della fantascienza. Come dice il titolo, siamo alle prese con storie dell'orrore; è fantastico, certamente, ma non proprio fantascienza, nonostante alcuni racconti siano al confine (soprattutto quello che dà il titolo alla raccolta, ma anche “Il signor Bauer e gli atomi”). Però Leiber è Leiber e non si discute. Stiamo parlando di uno scrittore che ci ha dato uno straclassico come Il grande tempo, un romanzo originalissimo come Novilunio, e svariati altri racconti; contemporaneamente parliamo di uno dei grandi del fantasy, sia nella varietà urbana (Nostra signora delle tenebre, del quale il racconto lungo “La cosa marrone chiaro” è la primissima versione, pubblicata su rivista in due puntate), sia in quella sword & sorcery (Dungeons and Dragons, cari ragazzi, nasce dalle storie del Gray Mouser e di Fafhrd scritte da Leiber, tanto che hanno dovuto pagargli i diritti).
Insomma, si tratta di uno di quei personaggi che si sono mossi da un genere all'altro senza stare a farsi tanti problemi, anche perché né fantasy né fantascienza pagavano tanto da consentire a uno scrittore professionista di fare lo schizzinoso; Leiber, nato nel 1910, ha lavorato prima dell'epoca in cui gli Stephen King e i George R.R. Martin diventavano miliardari. Come lui anche Henry Kuttner e la sua consorte C.L. Moore; come lui Ray Bradbury; ma anche Fredric Brown, e ricordate che Asimov avrà scritto la trilogia galattica, ma pure tanti racconti gialli. Insomma, le guerricciole campanilistiche tra generi letterari (“questa non è fantascienza!” “questo non è fantasy!”) stanno nella testa dei fan di limitato intelletto, ma i veri grandi scrittori se ne fregano altamente.
Cosa troverete in questa raccolta? Cominciamo con un racconto che all'inizio mi ha un po' spiazzato, “La villa del ragno”. Sembra uno di quegli scombinatissimi film di Ed Wood, quelli con i vampiri, gli alieni, i dischi volanti, i poliponi nelle paludi (se non l'avete ancora visto, guardatevi il film di Tim Burton dedicato al regista, è un vero capolavoro). Dopo qualche pagina cominci a dirti “No, questa è troppo grossa, dài, Fritz, ma che scherziamo?” e subito dopo se ne esce con un'altra trovata ancora più demenziale. Bene, non fatevi ingannare; questo racconto (come ci spiega il documentatissimo Cenci) uscì su Weird Tales, che aveva rifiutato diversi manoscritti spediti da Leiber; alla fine lo scrittore tirò giù “La villa del ragno” riciclando tutti i cliché e i luoghi comuni tipici dei racconti che la rivista pubblicava, e guarda caso stavolta la sua storia venne accettata. Evidentemente si tratta di una parodia scritta da un narratore intelligente, spiritoso, colto e provvisto di un mestiere considerevole. Un vero B-movie stampato su carta.
Subito dopo arriva “Il signor Bauer e gli atomi”. Esce nel gennaio del 1946; Hiroshima e Nagasaki c'erano state solo quattro mesi prima. Nel racconto c'è questo signor Bauer (notate: cognome tedesco come quello di Leiber...) che soffre di un curioso disturbo psichico: è convinto che i suoi pensieri potrebbero innescare una reazione a catena negli atomi del suo corpo, simile alla fissione dell'uranio nella bomba atomica (dalla quale è evidentemente ossessionato dopo aver letto le notizie provenienti dal Giappone). Non vi dico come va a finire, ma tenete d'occhio il contatore Geiger usato dallo psichiatra che ha in cura il signor Bauer.
Si tratta evidentemente di un racconto scritto subito dopo l'olocausto nucleare delle due città giapponesi. Quelle esplosioni innescarono un vero terremoto nel mondo della fantascienza americana, perché sembrava che la scienza reale avesse sorpassato improvvisamente l'immaginario scientifico degli scrittori della Golden Age; ma soprattutto, che la scienza non stesse portando l'umanità sulle stelle, e la stesse invece spingendo sull'orlo dell'estinzione. Leiber intuì subito che le cose stavano cambiando, e questo angoscioso racconto lo attesta.
Poi arriva “Qualcuno urlò: Strega!”, un raccontino estremamente raffinato che mostra già lo scrittore nella sua fase più matura. Leiber parlava correntemente il tedesco, era figlio di una coppia di attori di teatro, aveva una cultura vasta e varia, conosceva bene fantascienza e fantasy ma anche i classici, per non parlare di scrittori che negli anni Cinquanta si cominciavano appena a conoscere negli Stati Uniti (in un altro racconto butta lì il nome di Céline, complimenti!). Autore veramente cosmopolita, la sua storia di stregoneria l'ambienta in un villaggio della Boemia (oggi Repubblica Ceca), e lo fa con gran classe.
“Il demone nel cofanetto” mescola il classico tema della maledizione di famiglia col mondo delle star hollywoodiane, ma siccome a Leiber le cose scontate non interessavano, fa svolgere la sua storia a Roma (siamo nel 1963, età d'oro di Cinecittà...). Ironico e animato da dialoghi da commedia brillante, è un vero gioiellino.
Quando si arriva a “Richmond, fine settembre 1849” bisogna fare una pausa. Nel racconto il protagonista è Edgar Allan Poe. Cioè, visto con gli occhi di uno scrittore di horror e fantasy, EDGAR ALLAN POE. Poe non è solo un capostipite: per quel che ha scritto e per la vita che ha fatto, Poe è il genere stesso. Chiedetelo a King, chiedetelo a chi vi pare. Ma diciamo che a Poe vogliono bene tutti, ormai, e viene considerato uno dei Cinque Grandi dell'Ottocento americano, insieme a Melville, Hawthorne, Dickinson e Whitman (poi uno si chiede perché la letteratura italiana sta come sta, all'epoca noi avevamo Manzoni e Leopardi, quelli avevano, come si suol dire, lo Squadrone...). Leiber non si fa problemi a evocare, come un medium, lo spettro di Edgar Allan Poe in persona, e a fargli incontrare una splendida fanciulla dai capelli neri per le vie di Richmond, della quale lo scrittore s'innamora immediatamente e perdutamente. Non vi dico come va a finire, ma posso anticipare che il racconto consente a Leiber di presentarci un'interpretazione dell'opera di Poe talmente originale e spiazzante da lasciare di stucco.
Poi arriva il pezzo forte della raccolta, il romanzo breve o racconto lungo “La cosa marrone chiaro”. Leiber sceglie di ambientare questa storia del 1977 nella città dove risiedeva in quegli anni, San Francisco. Siamo in un territorio che al fantastico in generale e alla fantascienza in particolare ha dato tanto; ricordo a tutti che dall'altra parte della baia, fino al 1971, aveva abitato un certo Philip Kindred Dick. Ma la California tutta è una terra iperletteraria e ovviamente ipercinematografica; qui sono vissuti per tutta la vita o per buona parte di essa Steinbeck, Hammett, Chandler, Pynchon, Nathanael West, Erickson, Lethem, e vi risparmio la lista completa. Pur con tutta questa competizione, Leiber – nonostante fosse nato a Chicago, ma guarda un po', proprio come Dick... – riesce a impadronirsi in modo magistrale del genius loci, dello spirito del posto, attingendo a piene mani dalla storia di San Francisco ma anche alla sua vita (la casa del protagonista, Franz Westen, è quella dove abitava realmente Leiber). Ne esce fuori una vicenda tra l'autobiografico, l'orrorifico, il fantascientifico, imperniata su una setta esoterica guidata da un misterioso personaggio che forse, nonostante sia ufficialmente morto, ancora abita (o infesta) la collina di Corona Heights (anche questa esiste veramente, potete vederla sulla Wikipedia inglese). E anche un grandissimo omaggio a H.P. Lovecraft, altro nume tutelare dell'horror (e scrittore anche lui ai confini tra fantasy e fantascienza; tutto il ciclo di Cthulhu è la storia di un'invasione aliena, a ben vedere...). Il racconto è costruito con gran perizia, sembra sempre sul punto di perdersi ma alla fine pian piano si costruisce una specie di trappola attorno al protagonista, una trappola nata dall'aver incautamente acquistato un libro raro e un diario rilegati assieme. “La cosa marrone chiaro” è anche, ci tengo a sottolinearlo, un racconto sui libri e sulla lettura, sulla scrittura e sugli scrittori (compaiono nella vicenda Jack London, Clark Ashton Smith, Ambrose Bierce...). E una storia che si legge d'un fiato.
Infine altri due racconti brevi, “Fantasie paurose”, incubo claustrofobico ambientato in un condominio e tutto chiuso nei suoi spazi comuni, corridoi scale ascensore, dove compare una misteriosa donna che non tutti possono vedere, forse uno spettro, forse una prostituta, forse qualcuno che torna nel condominio in cerca di qualcosa di vitale importanza; e poi l'angosciosissimo e lacerante “Il nero ha il suo fascino”, più un monologo che un racconto, dove si sprofonda in un abisso di rancore, odio e probabilmente pazzia.
In appendice troverete pure un breve scritto di Leiber sui suoi rapporti con la rivista Weird Tales, che insegna diverse cose sul mitico ma forse non tanto splendido mondo dei pulp magazine. Insomma, piatto ricco, mi ci ficco. Non ve la fate mancare, questa antologia.

Umberto Rossi