mercoledì 12 luglio 2017

PAAVO DESHIN di Kristine Kathryn Rusch

In piedi, con le spalle così vicine alla cupola e la Terra incorniciata dietro di loro, i Fantasmi avrebbero dovuto avere dell'oscurità là dove avevano il busto, un po' di blu, bianco, e verde dietro ai loro volti.
Invece sembravano quasi reali.
(trad. di Giulio Bruno)

Presentazione della Delos:
In un universo dove umani e alieni hanno formato un commonwealth galattico denominato “Alleanza Terrestre” trattati interplanetari regolano la convivenza tra le razze, e gli umani, che  cercano di espandersi sul suolo di altri pianeti e sistemi solari, devono sottostare alle bizzarre usanze extraterrestri. Spesso le leggi aliene non hanno un senso immediato per gli umani, ma la punizione per chi le viola  è quasi sempre terribile, e può andare dalla perdita della vita a quella del sequestro del primo figlio. Spesso gli umani, per evitare le conseguenze dei loro reati, si affidano ad agenzie che provvedono alla loro “scomparsa”, fornendo una nuova identità su altri mondi. Alla loro caccia sono  sguinzagliati i tracker, cacciatori di teste ingaggiati dagli alieni in cerca di giustizia. Come di consueto, l’avventura galattica della Rusch è anche un modo per porsi interessanti domande sulla morale futura e sui rapporti tra la civiltà umana e le varie culture aliene.
Paavo Deshin si inserisce in questo filone narrativo. È la storia di un bambino speciale: di intelligenza superiore al normale, Paavo, per tutta la sua breve vita, ha convissuto con la presenza di due “fantasmi” molto particolari. I suoi genitori adottivi, Luc e Gerda Deshin, potenti gestori della malavita lunare, non ne sono al corrente, ma quando Paavo comincia a incontrare in maniera concreta i “fantasmi” il problema esploderà in tutta la sua drammaticità.

Nell'ennesimo caso in cui si ritrova coinvolto, Miles Flint, investigatore lunare nonché "artista dei recuperi" già incontrato in altre storie, è poco più di una comparsa. Vero protagonista è colui che dà il titolo all'opera, un bambino sensibile e dalla spiccata intelligenza. Non c'è molta azione in PAAVO DESHIN: centrali sono i sentimenti, le relazioni familiari, i dubbi e i tormenti dei personaggi, numerosi nonostante la brevità del testo. L'attenzione del lettore si concentra su quella che, fondamentalmente, è una vicenda di affidamento di un minore che potrebbe svolgersi ai giorni d'oggi, in una qualsiasi città mondiale. Ma grazie all'ambientazione lunare e soprattutto ad alcuni elementi squisitamente hard science fiction - che porteranno alla soluzione finale - il lettore viene coinvolto e trasportato in una realtà futura, complessa e credibile.
La scrittrice nativa di Oneonta (New York) continua a dimostrare tutto il suo talento, già apprezzato in altre opere sia di questa serie sia di altro genere (compresa la letteratura fantasy), dote che si distingue per lo stile fluido, le storie originali e l'eccellente caratterizzazione psicologica dei protagonisti.
Con questo romanzo breve prosegue altresì l'avventura della collana digitale "Biblioteca di un Sole Lontano", grazie soprattutto all'impegno di Sandro Pergameno, garanzia di qualità per tutti gli appassionati di fantascienza; non meno prezioso è l'apporto grafico dell'instancabile artista Tiziano Cremonini.

Kristine Kathryn RUSCH, PAAVO DESHIN (The Possession of Paavo Deshin, 2010), trad. di Giulio Bruno, Delos Digital, collana Biblioteca di un Sole Lontano, pubblicazione digitale, prezzo 2,49 €, 2017.

Stefano Sacchini

 

giovedì 6 luglio 2017

BRANDELLI D'ITALIA di Marco Crescizz

Alfredo tagliuzzava e sgozzava, avido del senso di dominio che esercitava su quegli esseri deboli e inferiori. Li calpestava e si sentiva potente. Il suo cervello ne godeva, avviluppato dalle spire di quella piovra nera che lo tormentava nei suoi incubi, e lui proseguiva la marcia con un sorriso gagliardo sul volto. Alfredo il frullatore vivente. Alfredo la trebbiatrice umana, Alfredo il dispensatore di dolore.

Dalla presentazione Delos Digital:
Dopo una guerra nucleare che ha sconvolto il pianeta, L'Italia è diventata un’isola ed è governata da un dittatore ecclesiastico chiamato Papa Cesare.
Alfredo, insieme all’amico Dario e a un ragazzo ritardato di nome Tibbuth, sopravvive in queste lande aride portando in tour un violento show di torture.
La precaria stabilità che Alfredo si è costruito però vacilla nel momento in cui scopre che Tibbuth è un androide inviato da qualcuno per spiarlo.
Questa nuova realtà darà il via a una catena di eventi che spingerà Alfredo a indagare i recessi di un’Italia ridotta a brandelli, guidandolo attraverso villaggi sommersi dalla giungla, fosse infestate da cannibali, strani robot, pericolose spogliarelliste e improbabili personaggi storici.

Un torturatore da circo, tormentato da incubi e alla ricerca di se stesso, è il protagonista perfetto di questo esuberante BRANDELLI D'ITALIA, romanzo d'esordio di Marco Crescizz (classe 1983) che si è già messo in luce nel 2015 con la novella Alieni coprofagi dallo spazio profondo.
Grazie a una storia ben congegnata, che nello stile vuole avvicinarsi a Joe R. Lansdale e Victor Gischler, Crescizz dipinge il quadro di un mondo imbarbarito e delirante dove si aggirano pontefici in esoscheletro, suore guerriere, androidi ritardati e orde di cannibali mutanti. E non mancano provocanti spogliarelliste, decise a tutto pur di liberarsi dal giogo di un'Italia teocratica e maschilista, ridotta, dopo un olocausto nucleare, a un'isoletta con al centro i resti di quella che un tempo era stata la città di Roma.
Chi scrive, da romano campanilista, ha trovato carente l'ambientazione ed è rimasto deluso che i riferimenti alla Città eterna, ai suoi quartieri, ai suoi monumenti siano praticamente assenti. Da questo punto di vista i personaggi avrebbero potuto muoversi tra le rovine di qualsiasi altro centro urbano, Los Angeles, Valencia o Rotterdam. Scenografia a parte, il romanzo ha il pregio di essere scorrevole e con rare pause, tanto è serrata l'azione e grazie a non pochi, spiazzanti colpi di scena. Soprattutto BRANDELLI D'ITALIA non lesina al lettore le scene sanguinolente: un fanta-horror volutamente spregiudicato e cattivo, che con le sue esagerazioni strizza l'occhio alla bizarro fiction, indirizzato a un pubblico che non si tira indietro davanti all'estremo realismo del genere splatterpunk.

Marco CRESCIZZ, BRANDELLI D'ITALIA, Delos Digital, collana Odissea Digital Fantascienza, 398 pp. circa, 2017, prezzo 2,99 €.

Stefano Sacchini

 

mercoledì 28 giugno 2017

IL SETTIMO CLONE di Massimo Citi

Senza zoogeni e biodroni affidabili e intelligenti i soli umani, pochi, fragili e dispersi, non sarebbero riusciti a popolare i sistemi extrasole. Questa è la semplice verità, nonostante la retorica della Corrente dei Mondi Umani, dei Signori e Dame del Consolidamento.

Presentazione della casa editrice: 
Alexis, uno degli zoogeni di origine canina di classe più elevata, è un senziente talentoso, tanto intelligente e autodiretto da farsi notare fra i compagni fin dall'infanzia. La storia del piccolo Virgola – così lo ha soprannominato un suo istruttore, stupito dall'indipendenza e dalla curiosità del cucciolo – riempie Cielo Verde, il racconto incluso in Fata Morgana 10, che lo presenta ai lettori: un soggetto taciturno, diffidente, difficile da educare e mal disposto a rispettare le regole, sottolineando che la Scuola, anche quelle speciali dedicate a formare gli zoogeni, non funzionano per tutti. Spesso i migliori, e Virgola lo è, sono costretti ad affrancarsi. Nei racconti seguenti Alexis saprà farsi valere, farà quel tanto di carriera che possono fare gli zoogeni, che nel loro DNA hanno scritta una vita breve, di una cinquantina di anni. Questo Alexis, mandato su Xiao-Metropolis, «il pianeta dei dirigibili e delle aberrazioni genetiche» a svolgere una missione tanto delicata e segreta da non essergli stata rivelata, è ormai in giro da un bel po' di tempo, gode della stima dei superiori e di qualche santo in paradiso, che ci tiene a mantenerlo in vita. La vicenda vissuta da Alexis scorre parallela ad altre, con protagonisti homo e non, alle prese con problemi che declinano esasperandole e distorcendole situazioni che ben conosciamo: il razzismo, la divisione in classi sociali, i conflitti dovuti al colonialismo di Interra e la volontà di indipendenza dei pianeti popolati in ondate successive dai terrestri, l'importanza cresciuta a dismisura di supermultinazionali, le «Fiduciarie», che ora gestiscono letteralmente la vita dei vari pianeti, l'incapacità delle varie classi politiche di rispondere alle necessità e alle esigenze di tutte le vite sparse fra centinaia di mondi. Le forme di potere, politico, militare, economico si intrecciano, giocando partite complesse con mosse spesso ignorate da molti dei giocatori. Questo vasto Mondo della Corrente, visto con gli occhi disincantati degli zoogeni, tanto umani da riflettere sul proprio ruolo e la propria identità ma troppo legati ai creatori umani da non riuscire a odiarli, si colora di malinconia, perché tutti, homo e moreauviti, sono orfani di un luogo, una patria che non sanno nemmeno più ricordare.

Colpevolmente chi scrive ha scoperto solo di recente uno scrittore del calibro di Massimo Citi (classe 1955). Con IL SETTIMO CLONE, l'autore originario di Brescia ma piemontese d'adozione non solo approfondisce l'universo della Corrente dei Mondi, già presentato in altre opere, ma pubblica il romanzo probabilmente centrale dell'intera serie.
In un contesto volutamente vicino a quello della Strumentalità di Cordwainer Smith (1913-1966), Citi costruisce un'impalcatura degna dei grandi classici mondiali della fantascienza. Fuggita da una Terra sempre più invivibile e dominata da pochi superpotentati economici, l'umanità si è diffusa su centinaia di pianeti. In questa titanica impresa è stato fondamentale l'aiuto di tutta una serie di prodotti della manipolazione genetica, come biodroni, chimere e soprattutto zoogeni. Concettualmente uguali agli underpeople di cordwaineriana memoria, gli zoogeni – detti anche tranx o moreauviti - sono assistenti dall'aspetto apparentemente umano, versatili ma soprattutto "affidabili e intelligenti", ottenuti alterando i geni di animali terrestri come cani, gatti, cavalli, corvi, elefanti e via discorrendo. E come nella realtà futura creata da Smith, anche nella Corrente dei Mondi gli OGM si dimostrano spesso più umani degli umani, figli minori di una madre Terra remota e indifferente ma depositari di una sensibilità e di una vitalità che il genere umano sta progressivamente perdendo, sempre più influenzato da ecosistemi alieni ed estranianti. 
Sebbene i richiami a Smith siano palesi (anche nel risalto accordato alla civiltà cinese), Citi si discosta dallo scrittore di Milwaukee per un approccio più consono alla cosiddetta hard science fiction. Da questo punto di vista IL SETTIMO CLONE è paragonabile alle opere di Iain Banks, Alastair Reynolds o David Brin, specialmente con il ciclo di Uplift. Né mancano influenze della più recente fantascienza postumanista.
Nel confronto con i pesi massimi della letteratura fantascientifica, Massimo Citi ne esce brillantemente, con piena soddisfazione del lettore appassionato del genere e di quanti sostengono, a ragione, che la fantascienza italiana possa raggiungere alti livelli qualitativi.
La trama è articolata, stimolante per le suggestioni e gli scenari carichi di sense of wonder. Frequenti sono i cambiamenti di prospettiva, e non mancano i colpi di scena, sebbene i dialoghi, più dell'adrenalina, scandiscano lo svolgersi dell'azione. L'autore si dimostra altresì abile nella gestione dei molti protagonisti, umani o quasi, caratterizzando ogni personaggio in maniera unica e convincente. La complessità di questo universo, risultato di un lungo e accurato lavoro di worldbuilding, a volte va a scapito della scorrevolezza del testo ma lo sforzo immaginifico richiesto al lettore alla fine viene ripagato da una storia coinvolgente e mai banale, nel cui finale molti punti oscuri vengono illuminati e molte domande hanno finalmente una risposta. Ciò a beneficio soprattutto del lettore che si approcciasse per la prima volta alla Corrente dei Mondi.
Un romanzo e un autore sicuramente consigliabili, in primis agli amanti della fantascienza di qualità e intellettualmente stimolante.

Massimo CITI, IL SETTIMO CLONE, CS_Libri, collana ALIA Arcipelago (vol. 6), pubblicazione digitale, 2017, pp. 448 circa, prezzo € 2,99.

Stefano Sacchini

mercoledì 21 giugno 2017

IL MOSTRO DELLA MOSTRA di Fabio Larcher

I due poliziotti annuirono. Non erano privi di fegato, eppure l'idea di sfidare l'oscurità nella camera di Helig li rendeva esitanti: si trattava di un'oscurità innaturale, come se nella stanza non ci fossero finestre. Un pensiero davvero singolare se teniamo conto che si affacciò nelle semicieche menti di due tutori dell'ordine, e per giunta contemporaneamente.
Avanzarono, dunque, oltre la soglia e si ritrovarono in una specie di bosco.

Quarta di copertina:
Un misterioso individuo ha ucciso dodici persone, nessuna delle quali ha relazione con l’altra. Si tratta di giovani donne, di gentiluomini, di borghesi e di semplici operai addetti all’allestimento dell’evento. Il direttore della Galleria Nazionale, il signor Frederick William Burton, che ha fortemente voluto la mostra, è ora in preda al furore dei rimorsi e della disperazione, perché il “Mostro della mostra” (così l’omicida viene battezzato dai quotidiani londinesi) non ha lasciato tracce di alcun tipo, non ha un volto, non sembra avere un movente, se non la propria pazzia, e, all’apparenza, si muove colpendo a casaccio, senza seguire un preciso modus operandi. La polizia brancola nel buio. Wylo Helig è la sola speranza rimasta.

Sempre fedele al suo stile leggero, scorrevole e non privo di una forte carica di humor, Fabio Larcher regala ai lettori la seconda avventura dell'elfo in esilio Wylo Helig, un detective sui generis che, costretto a vivere nella Londra di fine Ottocento e mortalmente annoiato, si diletta a risolvere casi apparentemente insolubili, con l'aiuto di alcune facoltà soprannaturali e di una faccia tosta senza pari.
Come nel primo episodio, "Un delitto al rosmarino", con IL MOSTRO DELLA MOSTRA il lettore si ritrova nel variopinto mondo del new weird, con atmosfere che strizzano l'occhio sia al giallo deduttivo di sir Arthur Conan Doyle sia all'urban fantasy che tanto successo riscuote negli ultimi anni. L'originalità è sicuramente tra le caratteristiche che distinguono questo poliedrico autore, classe 1974, il quale si rivela altresì abile nel gestire i numerosi personaggi, inventati o meno, che emergono dalle pagine del libro. Non solo il protagonista magico colpisce l'attenzione: altrettanto incisivi e ben delineati sono Oscar Wilde, che non poteva non comparire in una storia che si svolge nell'Inghilterra del XIX secolo e che ruota attorno un misterioso ritratto, l'enigmatica nobildonna russa Olga Fëdorov'na, e soprattutto il "cinghiale gentile" Hugo Müller, principale protagonista, suo malgrado, dell'intera vicenda.
Sebbene il caso appaia all'inizio ancor più ingarbugliato del precedente, il beffardo Helig non faticherà molto a risolverlo, lasciando il lettore in attesa di una sua nuova ed esilarante avventura.
Buona lettura quindi a tutti coloro che amano le storie fantastiche, allegre e ricche di suggestioni letterarie.

Per maggiori informazioni su Fabio Larcher e la sua opera (che comprende non solo le avventure di Wylo Helig ma anche un bell'esempio di romanzo steampunk come "Calasperio") si può visitare il blog: http://fabiolarcher.blogspot.it/

Fabio LARCHER, Il MOSTRO DELLA MOSTRA, A.Car Edizioni, 2017, 165 pp., prezzo di copertina 12,50 €.

Stefano Sacchini



 

martedì 13 giugno 2017

LA COSA MARRONE CHIARO E ALTRE STORIE DELL'ORRORE di Fritz Leiber


Che esca una raccolta di racconti di Fritz Leiber è una buona notizia, perché:

1.     Leiber è un autore che mi piace qualunque cosa scriva, e non da ieri.

2.     Leiber non è uno di quegli scrittori di cui si sente parlare tutti i giorni.

3.     la raccolta l'ha fatta un piccolo editore romano, Cliquot, e ha fatto un gran bel lavoro: bella la grafica, bella la copertina, bello il carattere usato, ottima la carta, un'edizione che è un piacere tenere in mano.

4.     il traduttore di questa raccolta, Federico Cenci, ha lavorato con autentica passione, dopo essersi laureato con una tesi su Leiber (e già per questo meriterebbe una medaglia...), ha selezionato i racconti, li ha tradotti dignitosissimamente, e ha anche scritto un'introduzione ben misurata (né sproloqui, né trombonate!).

5.     (e forse questo è il motivo più importante) la raccolta me la sono divorata in giorni due. Senza esitazioni. Al punto che, dovendo uscire per una faccenda a metà di un racconto, mentre stavo fuori casa volevo tornare al più presto per vedere come andava a finire la storia.

Insomma, c'è di che festeggiare, ma ricordate che la vera festa, per il curatore, l'editore e tutti noi, ci sarà se il libro ve lo comprerete, e convincerete Cliquot a continuare su questa strada. Magari per motivarvi posso aggiungere che i testi contenuti in La cosa marrone chiaro sono tutti assolutamente INEDITI, mai tradotti in italiano e quindi mai usciti in Italia. Tranquilli, niente ristampe!

Però mettiamo le mani avanti: qui non siamo ben dentro il territorio della fantascienza. Come dice il titolo, siamo alle prese con storie dell'orrore; è fantastico, certamente, ma non proprio fantascienza, nonostante alcuni racconti siano al confine (soprattutto quello che dà il titolo alla raccolta, ma anche “Il signor Bauer e gli atomi”). Però Leiber è Leiber e non si discute. Stiamo parlando di uno scrittore che ci ha dato uno straclassico come Il grande tempo, un romanzo originalissimo come Novilunio, e svariati altri racconti; contemporaneamente parliamo di uno dei grandi del fantasy, sia nella varietà urbana (Nostra signora delle tenebre, del quale il racconto lungo “La cosa marrone chiaro” è la primissima versione, pubblicata su rivista in due puntate), sia in quella sword & sorcery (Dungeons and Dragons, cari ragazzi, nasce dalle storie del Gray Mouser e di Fafhrd scritte da Leiber, tanto che hanno dovuto pagargli i diritti).

Insomma, si tratta di uno di quei personaggi che si sono mossi da un genere all'altro senza stare a farsi tanti problemi, anche perché né fantasy né fantascienza pagavano tanto da consentire a uno scrittore professionista di fare lo schizzinoso; Leiber, nato nel 1910, ha lavorato prima dell'epoca in cui gli Stephen King e i George R.R. Martin diventavano miliardari. Come lui anche Henry Kuttner e la sua consorte C.L. Moore; come lui Ray Bradbury; ma anche Fredric Brown, e ricordate che Asimov avrà scritto la trilogia galattica, ma pure tanti racconti gialli. Insomma, le guerricciole campanilistiche tra generi letterari (“questa non è fantascienza!” “questo non è fantasy!”) stanno nella testa dei fan di limitato intelletto, ma i veri grandi scrittori se ne fregano altamente.

Cosa troverete in questa raccolta? Cominciamo con un racconto che all'inizio mi ha un po' spiazzato, “La villa del ragno”. Sembra uno di quegli scombinatissimi film di Ed Wood, quelli con i vampiri, gli alieni, i dischi volanti, i poliponi nelle paludi (se non l'avete ancora visto, guardatevi il film di Tim Burton dedicato al regista, è un vero capolavoro). Dopo qualche pagina cominci a dirti “No, questa è troppo grossa, dài, Fritz, ma che scherziamo?” e subito dopo se ne esce con un'altra trovata ancora più demenziale. Bene, non fatevi ingannare; questo racconto (come ci spiega il documentatissimo Cenci) uscì su Weird Tales, che aveva rifiutato diversi manoscritti spediti da Leiber; alla fine lo scrittore tirò giù “La villa del ragno” riciclando tutti i cliché e i luoghi comuni tipici dei racconti che la rivista pubblicava, e guarda caso stavolta la sua storia venne accettata. Evidentemente si tratta di una parodia scritta da un narratore intelligente, spiritoso, colto e provvisto di un mestiere considerevole. Un vero B-movie stampato su carta.

Subito dopo arriva “Il signor Bauer e gli atomi”. Esce nel gennaio del 1946; Hiroshima e Nagasaki c'erano state solo quattro mesi prima. Nel racconto c'è questo signor Bauer (notate: cognome tedesco come quello di Leiber...) che soffre di un curioso disturbo psichico: è convinto che i suoi pensieri potrebbero innescare una reazione a catena negli atomi del suo corpo, simile alla fissione dell'uranio nella bomba atomica (dalla quale è evidentemente ossessionato dopo aver letto le notizie provenienti dal Giappone). Non vi dico come va a finire, ma tenete d'occhio il contatore Geiger usato dallo psichiatra che ha in cura il signor Bauer.

Si tratta evidentemente di un racconto scritto subito dopo l'olocausto nucleare delle due città giapponesi. Quelle esplosioni innescarono un vero terremoto nel mondo della fantascienza americana, perché sembrava che la scienza reale avesse sorpassato improvvisamente l'immaginario scientifico degli scrittori della Golden Age; ma soprattutto, che la scienza non stesse portando l'umanità sulle stelle, e la stesse invece spingendo sull'orlo dell'estinzione. Leiber intuì subito che le cose stavano cambiando, e questo angoscioso racconto lo attesta.

Poi arriva “Qualcuno urlò: Strega!”, un raccontino estremamente raffinato che mostra già lo scrittore nella sua fase più matura. Leiber parlava correntemente il tedesco, era figlio di una coppia di attori di teatro, aveva una cultura vasta e varia, conosceva bene fantascienza e fantasy ma anche i classici, per non parlare di scrittori che negli anni Cinquanta si cominciavano appena a conoscere negli Stati Uniti (in un altro racconto butta lì il nome di Céline, complimenti!). Autore veramente cosmopolita, la sua storia di stregoneria l'ambienta in un villaggio della Boemia (oggi Repubblica Ceca), e lo fa con gran classe.

“Il demone nel cofanetto” mescola il classico tema della maledizione di famiglia col mondo delle star hollywoodiane, ma siccome a Leiber le cose scontate non interessavano, fa svolgere la sua storia a Roma (siamo nel 1963, età d'oro di Cinecittà...). Ironico e animato da dialoghi da commedia brillante, è un vero gioiellino.

Quando si arriva a “Richmond, fine settembre 1849” bisogna fare una pausa. Nel racconto il protagonista è Edgar Allan Poe. Cioè, visto con gli occhi di uno scrittore di horror e fantasy, EDGAR ALLAN POE. Poe non è solo un capostipite: per quel che ha scritto e per la vita che ha fatto, Poe è il genere stesso. Chiedetelo a King, chiedetelo a chi vi pare. Ma diciamo che a Poe vogliono bene tutti, ormai, e viene considerato uno dei Cinque Grandi dell'Ottocento americano, insieme a Melville, Hawthorne, Dickinson e Whitman (poi uno si chiede perché la letteratura italiana sta come sta, all'epoca noi avevamo Manzoni e Leopardi, quelli avevano, come si suol dire, lo Squadrone...). Leiber non si fa problemi a evocare, come un medium, lo spettro di Edgar Allan Poe in persona, e a fargli incontrare una splendida fanciulla dai capelli neri per le vie di Richmond, della quale lo scrittore s'innamora immediatamente e perdutamente. Non vi dico come va a finire, ma posso anticipare che il racconto consente a Leiber di presentarci un'interpretazione dell'opera di Poe talmente originale e spiazzante da lasciare di stucco.

Poi arriva il pezzo forte della raccolta, il romanzo breve o racconto lungo “La cosa marrone chiaro”. Leiber sceglie di ambientare questa storia del 1977 nella città dove risiedeva in quegli anni, San Francisco. Siamo in un territorio che al fantastico in generale e alla fantascienza in particolare ha dato tanto; ricordo a tutti che dall'altra parte della baia, fino al 1971, aveva abitato un certo Philip Kindred Dick. Ma la California tutta è una terra iperletteraria e ovviamente ipercinematografica; qui sono vissuti per tutta la vita o per buona parte di essa Steinbeck, Hammett, Chandler, Pynchon, Nathanael West, Erickson, Lethem, e vi risparmio la lista completa. Pur con tutta questa competizione, Leiber – nonostante fosse nato a Chicago, ma guarda un po', proprio come Dick... – riesce a impadronirsi in modo magistrale del genius loci, dello spirito del posto, attingendo a piene mani dalla storia di San Francisco ma anche alla sua vita (la casa del protagonista, Franz Westen, è quella dove abitava realmente Leiber). Ne esce fuori una vicenda tra l'autobiografico, l'orrorifico, il fantascientifico, imperniata su una setta esoterica guidata da un misterioso personaggio che forse, nonostante sia ufficialmente morto, ancora abita (o infesta) la collina di Corona Heights (anche questa esiste veramente, potete vederla sulla Wikipedia inglese). E anche un grandissimo omaggio a H.P. Lovecraft, altro nume tutelare dell'horror (e scrittore anche lui ai confini tra fantasy e fantascienza; tutto il ciclo di Cthulhu è la storia di un'invasione aliena, a ben vedere...). Il racconto è costruito con gran perizia, sembra sempre sul punto di perdersi ma alla fine pian piano si costruisce una specie di trappola attorno al protagonista, una trappola nata dall'aver incautamente acquistato un libro raro e un diario rilegati assieme. “La cosa marrone chiaro” è anche, ci tengo a sottolinearlo, un racconto sui libri e sulla lettura, sulla scrittura e sugli scrittori (compaiono nella vicenda Jack London, Clark Ashton Smith, Ambrose Bierce...). E una storia che si legge d'un fiato.

Infine altri due racconti brevi, “Fantasie paurose”, incubo claustrofobico ambientato in un condominio e tutto chiuso nei suoi spazi comuni, corridoi scale ascensore, dove compare una misteriosa donna che non tutti possono vedere, forse uno spettro, forse una prostituta, forse qualcuno che torna nel condominio in cerca di qualcosa di vitale importanza; e poi l'angosciosissimo e lacerante “Il nero ha il suo fascino”, più un monologo che un racconto, dove si sprofonda in un abisso di rancore, odio e probabilmente pazzia.

In appendice troverete pure un breve scritto di Leiber sui suoi rapporti con la rivista Weird Tales, che insegna diverse cose sul mitico ma forse non tanto splendido mondo dei pulp magazine. Insomma, piatto ricco, mi ci ficco. Non ve la fate mancare, questa antologia.

Umberto Rossi

venerdì 26 maggio 2017

BIG PLANET di Jack Vance


Glystra walked a little way into the swamp, testing the footing.  The round boles, ash-gray overlaid with green luster, prevented a clear vision of more than a hundred feet, but so far as Glystra could see, the ground was uniformly black peat, patched with shallow water. If sight was occluded horinzontally, vertically it was wide open; indeed, the upward lines of the trees impelled the eyes to lift along the multitudinous perspectives, up to the little blot of sky far above. Walking gingerly across the black bog, Glystra felt as if he were two hundred feet under water, an illusion heightened by the flying creatures, which moved along the vertical aisles with the ease of fish. Glystra saw two varieties: a long electic-green tape with filmy green wings along its body, rippling through the air like an eel, and little puffs of foam drifting with no apparent organs of locomotion.

Quarta di copertina dell'Urania Collezione n. 66 "L'odissea di Glystra": 
Una marcia di quarantamila miglia, una volta e mezza il giro della Terra: ecco che cosa si trova davanti Claude Glystra, inviato dalla Terra a indagare sul Pianeta Gigante e subito ridotto alla condizione di pellegrino da un misterioso attentato. Glystra e i suoi foschi compagni (tra i quali si nasconde certamente una spia nemica) non hanno nemmeno una mappa dello sterminato territorio che devono attraversare. Sanno soltanto che il Pianeta Gigante raccoglie da secoli i fuorilegge, gli avventurieri, gli anarchici, i dissidenti e i ribelli di ogni specie e di ogni razza, e che il viaggio sarà pieno di meraviglie e di stranezze, ma anche di insidie, trappole e pericoli mortali. 

Grazie a Big Planet (it. "L'odissea di Glystra" o "Il Grande Pianeta"), storia pubblicata nel settembre 1952 sulla rivista Startling Stories, poi in volume dalla Avalon Books nel 1957 in versione ridotta, Jack Vance (28 agosto 1916 – 26 maggio 2013) diede un forte impulso al genere del planetary romance, "filone della narrativa fantascientifica che ambienta le avventure su un pianeta diverso dalla Terra e come tema generale si concentra sull'esplorazione e la scoperta delle meraviglie di questo pianeta esotico e spesso primitivo" (fonte wiki).
Scritto subito dopo il lungo viaggio in Europa intrapreso da Vance e dalla moglie Norma alla fine degli anni '40, questo romanzo rappresenta infatti un modello di riferimento per molti scrittori dei decenni successivi. In precedenza i mondi alieni erano stati semplici palcoscenici, più o meno pittoreschi, dove ambientare avventure rocambolesche, secondo lo stile tanto amato di E. R. Burroughs. Con Vance per la prima volta il pianeta diventa il vero protagonista: più che le peripezie di Glystra e del suo gruppo di naufraghi, a catalizzare l'attenzione del lettore sono le civiltà umane che nel giro di mezzo millennio dalla scoperta si sono sviluppate sul Grande Pianeta. Lo scrittore californiano crea così un modello di planetary romance che avrebbe riscosso un lungo successo, basti pensare alla corposa saga di Majipoor firmata Robert Silverberg, o, più vicino a noi, al misterioso pianeta dove è ambientato il romanzo "Il gioco degli immortali" (1999), del compianto Massimo Mongai. Il mondo descritto nel romanzo di Vance è enorme, tanto vasto quanto povero di metalli e quindi a bassa densità, con una gravità paragonabile a quella terrestre, dal clima mite e accogliente; luogo ideale per ospitare gli insoddisfatti della civiltà tecnologica, i rivoluzionari, gli eremiti e in generale tutte le comunità stravaganti e anticonformiste. Non a caso i primi ad aver colonizzato questo mondo benevolo sono stati, nella fantasia del grande Jack, gruppi di nudisti alla ricerca di un luogo dove vivere liberamente e, soprattutto, senza vestiti. L'autore si dimostra abile nel dipingere un quadro affascinante, ricco di popoli strani e civiltà esotiche, a volte ispirate a quelle terrestri, a volte originali ed eccentriche, persino utopiche. I vari personaggi mancano di un'approfondita introspezione psicologica, a tratti appaiono stereotipati nella loro caratterizzazione, e anche i dialoghi difettano della verve e dell'umorismo che avrebbero contraddistinto le successive opere vanceane e che già si erano palesati nei primi racconti della Terra morente (usciti nel 1950). Ma la forza di questo romanzo sta nelle descrizioni dei grandi paesaggi, nelle invenzioni degli abitanti per sopperire alla penuria di metalli lavorabili, nelle elaborate forme sociali che si sono evolute alla luce del sole alieno di nome Phedra, nei colpi di scena e nelle avventure picaresche che comunque non mancano e scandiscono la trama sino all'ultimo capitolo.
Sparsi nell'opera vi avvertono echi del già citato Burroughs, di Clark Ashton Smith, soprattutto di C. L. Moore, nonché delle esperienze personali di Vance, persona che fu sempre amante dei viaggi e curiosa delle altre culture, anche molto lontane da quella statunitense e fonte inesauribile di spunti e idee.
Da segnalare la storia delle edizioni nostrane: le traduzioni di Hilia Brinis (del 1958) per Mondadori e di Massimo Puggioni (1990) e Elena Gigliozzi (1997) per Fanucci non sono dell'edizione originale del 1952, bensì della versione del 1957, nonostante che dal 1978 Big Planet fosse stato ripubblicato nella forma uncut dalla Underwood-Miller. Solo nel 2008, con il numero 66 di Urania Collezione, "L'odissea di Glystra" viene presentato nella sua interezza; in questo caso è stata utilizzata la traduzione di Hilia Brinis, integrata e corretta.
Lavoro per vari aspetti acerbo, pieno di spunti che lo stesso Vance avrebbe poi sviluppato in altre opere (cicli di Tschai e Durdane in primis), Big Planet conserva un fascino senza tempo agli occhi degli appassionati della fantascienza d'annata. Nel 1975 Jack Vance sarebbe anche tornato sul Grande Pianeta, ambientandovi il divertente Showboat World (it. "Il mondo degli Showboat"), sempre fedele alla missione di un'intera vita, quella di intrattenere il lettore…

... the fuction of fiction is essentially to amuse or entertain the reader. The mark of good writing, in my opinion, is that the reader is not aware that the story has been written; as he reads, the ideas and images flow into his mind as if he were living there. The utmost accolade a writer can receive is that the reader is incognizant of his presence.

Per le edizioni italiane di Big Planet si consulti la pagina relativa del catalogo Vegetti:

Bibliografia utilizzata:
"Vance, Jack", in The Encyclopedia of Science Fiction (a cura di John Clute e Peter Nicholls), II edizione, pp. 1264-1266, 1993.
Giuseppe LIPPI, "Il grande planetario di Jack Vance", in L'odissea di Glystra, 2008, pp. 231-235. 
Jack VANCE This Is me, Jack Vance! (Or, More Properly, This Is I), 2009.
Michael MOORCOCK, "Foreward", in Big Planet (Spatterlight Press), pp. i-iii, 2017.

Links utili:
https://www.sfsite.com/08b/bp87.htm (a cura di Nick GEVERS, 2000)

Stefano Sacchini

sabato 6 maggio 2017

LA REPUBBLICA DEI SOGNI di Francesco Troccoli

In molti cercheranno di fingere di non sapere. Di non essere in grado.
Diranno di non essere all'altezza. Tenteranno di tornare indietro. Ma se c'è un destino della specie umana, è la sua evoluzione. Senza sosta. La perdita del Sonno è stato il più grande e pericoloso, fra i tentativi di non perseguirlo. Mi capisci, figlio io? Presto o tardi, ogni rakhmid deve spiccare il volo. La specie umana volerà in alto. Voi due, sarete le sue ali. Io, ormai, ho svolto il mio compito.

Presentazione Delos:
La giovane Repubblica creata dai Dormienti ribelli corre un grave pericolo. Grazie a cinici doppiogiochisti al soldo della tirannide, l’epidemia causata dai nanobi parassiti del Sonno si diffonde in fretta, mentre Tobruk e Hobbes sono lontani anni luce, in missione sulla Terra. Per isolare un antidoto, i mezzi della scienza sembrano insufficienti. Stavolta toccherà alle donne e ai bambini di Haddaiko trovare il bandolo della matassa. Solo chi è ancora capace di sognare potrà salvarsi.

LA REPUBBLICA DEI SOGNI è un romanzo breve di pregevole fattura, con cui Francesco Troccoli arricchisce il corpus dell'universo insonne, una saga fantascientifica che dal 2012 attira l'attenzione degli appassionati italiani di Space Opera. Anche in questo caso, lo scrittore romano rivela capacità di narratore non comuni nonché di vero e proprio poeta della condizione umana, dipingendo una realtà credibile e popolata da personaggi estremamente ben caratterizzati a livello emotivo.
Semmai, in questa forma breve emergono più sensibili che mai le influenze degli autori di riferimento di Troccoli: in primis Ursula K. Le Guin, per la quale ogni parola ha un suo peso specifico e nulla è superfluo.
La scelta di madri e bambini come protagonisti, le loro riflessioni e ancor di più le angosce, i mutevoli paesaggi onirici contrapposti a un monotono panorama planetario, contribuiscono a veicolare il messaggio che il cammino dell'evoluzione umana non può essere fermato, da nulla e nessuno, e che la capacità di sognare è il principale motore di questo processo.
La lettura de LA REPUBBLICA DEI SOGNI è consigliata a chi già abbia letto gli altri volumi della serie, e ne conosca quindi personaggi e vicende, ma può anche aprire una finestra su una delle creazioni più interessanti e originali della fantascienza nostrana a chi si volesse avvicinarsi per la prima volta all'universo insonne.

Francesco TROCCOLI, LA REPUBBLICA DEI SOGNI, Delos Books, collana Robotica, 84 pp., 2017, prezzo ebook 2,99 €.

Stefano Sacchini

sabato 29 aprile 2017

DINOSAURIA a cura di Lorenzo Crescentini

«Di cosa parla Dinosauria? Di dinosauri, ovviamente. Potrei dirvi di più e anticiparvi che tra le pagine si nascondono edmontosauri, velociraptor, carnotauri, che si parla di viaggi nel tempo, di incredibili ritrovamenti fossili e mutazioni genetiche mai viste prima. Potrei dire questo e tanto altro, ma non sarebbe sufficiente. La verità è che questi racconti parlano anche di qualcosa di molto più vicino: parlano di noi». (Dall'Introduzione di Lorenzo Crescentini). Esplorazioni e variazioni su un mistero che non smette di affascinare: una raccolta tutta dedicata ai dinosauri firmata da sei autori di spicco della letteratura fantastica e impreziosita dalle illustrazioni del "paleo artista" Marzio Mereggia.

Nel corso degli anni, chi scrive ha letto diverse antologie di racconti fantascientifici italiani. In ogni raccolta ha incontrato storie indimenticabili, non solo nel senso positivo, e ha avuto l'occasione di sfiorare le alte vette del genere fantastico… ma anche di sprofondare negli abissi della scipitezza letteraria.
Con uno stato d'animo quanto mai disilluso, il sottoscritto si è quindi accinto alla lettura di DINOSAURIA, sei racconti con due elementi in comune: in primis i dinosauri e, come specifica nell'introduzione il curatore Lorenzo Crescentini, la famiglia, nell'accezione più ampia del termine.
La sorpresa non è stata trovare storie scritte e raccontate bene, cosa (quasi) scontata visto il curriculum dei partecipanti, quanto di scoprire l'originalità in tutte le trame, una caratteristica che non sempre si riscontra nella fantascienza nostrana.
"Sauropatia" di Davide Camparsi affronta il delicato tema della diversità: la capacità dell'autore di esternare le varie personalità è eccezionale, tanto che il lettore percepisce il senso di profonda solitudine e la sofferenza con cui i protagonisti convivono dall'infanzia.
Non meno efficace nella presentazione dei personaggi è "Pranzo di Natale". Stefano Paparozzi in venti pagine, intense e sostanzialmente prive di dialoghi tradizionali, innalza una complessa impalcatura di relazioni familiari, drammatiche e credibili. Grazie all'elemento fantastico inserito abilmente nella trama, i pranzi in famiglia non saranno più visti sotto la stessa luce.
Più squisitamente fantascientifico è invece "Tempo d'estinzione" di Yuri Abietti. Nel contesto tradizionale del viaggio temporale, l'autore torinese sviluppa una storia niente affatto banale, ricca di suspance, che ha nel finale il momento culminante.
Chi scrive in passato ha spesso guardato con diffidenza gli scrittori nostrani che ambientavano le proprie trame negli Stati Uniti. Con "Elias Goodwin, l'ultimo cacciatore di dinosauri" si è dovuto ricredere. Davide Schito ha scritto una storia che non solo sembra uscita dalla penna di Joe R. Lansdale, ma riesce a commuovere, in alcuni toccanti passaggi.
Altrettanto emozionante è "SETI", firmato Andrea Viscusi: un racconto potente, coinvolgente che potrebbe evolvere in un romanzo vero e proprio, per il gran numero di spunti e tematiche presenti.
Per ultimo "Strappo". La storia di Roberto Bommarito apre DINOSAURIA ed è l'unica che si allontana dal genere fantascientifico, avvicinandosi ai territori assurdi della Bizarro Fiction. Il vero protagonista è però la crudeltà, che si concretizza in una pugnalata feroce e impietosa all'ignaro lettore.
I sei racconti saranno apprezzati dall'appassionato di fantascienza alla ricerca dell'originalità, e soprattutto da parte di chi volesse avvicinarsi a un universo letterario, quello incentrato sui dinosauri, lontano sia dalle note saghe ucroniche, come quella degli Yilanè di Harry Harrison, sia dalle versioni cinematografiche, più o meno sanguinolente. Una sola anticipazione: in DINOSAURIA non incontrerete il tipico rettile hollywoodiano, tutto zanne e artigli, con una sola, significativa eccezione. Il volume è infine arricchito dalle affascinanti illustrazioni paleontologiche di Marzio Mereggia, artista tanto giovane quanto talentuoso.
Buona lettura quindi e un ringraziamento al curatore e agli scrittori per l'ottimo lavoro svolto.
 
AA.VV. DINOSAURIA, a cura di Lorenzo Crescentini, Edizioni Pendragon, 159 pp., 2016, prezzo 14,00 €.

Stefano Sacchini