martedì 15 marzo 2016

STORIE DELLA TUA VITA di Ted Chiang


Ted Chiang è un autore atipico, le sue opere si contano con il contagocce. In ventisei anni di carriera ha pubblicato solamente quattoridici racconti e un romanzo breve, troppo poco persino per considerarlo uno scrittore di professione. Eppure un numero così esiguo di scritti gli sono valsi un bottino di ben quattro Hugo e altrettanti Nebula, per non dimenticare i tre Locus e svariati premi minori. Da queste premesse è facile intuire che il lavoro di Chiang si distingue per la qualità che l'autore preferisce evidentemente alla quantità, come del resto ha dimostrato rifiutando nel 2003 la candidatura al Premio Hugo per un suo racconto che non riteneva adeguato agli standard del premio. Insomma Ted sembra decisamente uno scrittore particolare.
Dopo aver letto e apprezzato il suo ottimo Il Ciclo di Vita degli Oggetti Software ho iniziato una disperata ricerca dell'antologia di cui parlerò oggi: Storie della Tua Vita. In italiano ne esiste una sola traduzione, pubblicata da Stampa Alternativa & Graffiti nel 2008 e oggi praticamente introvabile anche nel giro dell'usato. Sono riuscito a procurarmene una copia e non nascondo che ho iniziato la lettura con una certa ansia dovuta alle aspettative forse eccessivamente elevate e al timore che fossero brutalmente deluse.

La raccolta è composta da otto racconti, sette dei quali pubblicati tra il 1990 e il 2001 mentre l'ultimo, che completa la raccolta, va per la prima volta in stampa proprio in questa antologia.
Diamo una veloce occhiata ai racconti:
- Torre di Babilonia è ispirato all'omonimo mito biblico ed è una storia sul posto dell'uomo nella creazione e sui limiti della stessa.
- Capire è al contrario una storia sulle potenzialità della mente e sull'uso che di tale potere può essere fatto.
- Divisione per zero racconta di come una dimostrazione sull'incoerenza della matematica possa cambiare radicalmente la visione del mondo e sconvolgere la vita di una persona.
- Storia della tua vita è il racconto più famoso di Chiang ed è quello che presta il nome all'antologia. Si tratta di una storia sulla comunicazione, su come il linguaggio influenzi e sia influenzato dalla biologia e dalla visione della realtà. È la toccante storia di una madre e del suo rapporto con la figlia.
- Settantadue Lettere risveglia il mito dei golem per riutilizzarlo in chiave scientifica, cercando una soluzione al declino riproduttivo dell'umanità.
- L'evoluzione della scienza umana, pubblicato su Nature, è uno scenario in cui gli uomini “normali” sono ormai superati da una nuova umanità notevolmente più intelligente. Sembra inevitabile abbandonarsi alla disperazione e al declino che coglie coloro i quali si accorgono di essere rimasti indietro nella corsa all'evoluzione, ma Chiang trova un motivo per non mollare.
- L'Inferno è l'assenza di Dio è la triste storia di un uomo che desidera ardentemente guadagnarsi il paradiso per potersi ricongiungere con la moglie rimasta tragicamente uccisa. È una storia sulla giustizia, sulla devozione e sull'amore.
- Il piacere di ciò che vedi: un documentario chiude la raccolta. In una società in cui è possibile spegnere i neuroni che distinguono un viso “bello” o “brutto” la decisione di utilizzare o meno questa tecnologia può influenzare pesantemente la nostra vita e quella degli altri.

Queste brevi descrizioni non rendono ovviamente giustizia a storie ben più complesse e suggestive. Chiang dimostra di essere padrone dell'arte e di avere un bagaglio culturale che trasuda da ogni pagina. Ogni racconto è una domanda, o più di una, che viene rivolta al lettore. Non ci sono risposte o, quando presenti, sono comunque poco rassicuranti come nel caso de “l'inferno è l'assenza di Dio”.
Chiang parla dell'uomo, del suo posto nel mondo, del suo rapporto con l'universo. Racconta dei limiti umani e del bisogno di superarli, di opporsi ad essi e andare oltre. Scrive del rischio di rinunciare a una parte di noi per proteggersi dall'uso improprio che ne può derivare. Storie della tua vita è, in definitiva, una antologia sulla consapevolezza umana che si interroga su ciò che siamo e che vogliamo essere. In fondo, è quello che fa la buona letteratura.
Leggendo questi racconti non ho potuto fare a meno di paragonare l'antologia alle due famosissime raccolte di Greg Egan (Axiomatic e Lumonous). Per la vastità delle tematiche e lo spirito con cui sono trattate i Chiang mi ricorda molto Egan, almeno per quanto riguarda la narrativa breve. È però mia opinione che quest'ultimo gli sia superiore, se non altro per una caratterizzazione emotiva più marcata (ben evidente nei racconti dell'australiano) che a Chiang sembra ancora far difetto. Non che le sue storie ne siano prive, al contrario, ma danno l'impressione che l'autore non sia riuscito a descrivere pienamente quell'empatia che i suoi racconti meriterebbero. Nonostante “Storia della tua vita” e “L'inferno è l'assenza di Dio” condividano ad esempio una trama che molto offre dal punto di vista emotivo, sembra che ci sia un potenziale in questo che Chiang non riesce a sviluppare appieno, lasciando una sensazione di incompletezza, come se di fronte alla bellezza dell'idea mancasse un qualcosa che permetterebbe di calarsi ancora di più in una storia straordinaria e farebbe fare un salto di qualità che, seppur minimo, separa l'eccellenza dall'immortalità di un'opera.
In parole povere, nonostante una narrativa che non disdegna di descrivere emozioni e pensieri dei suoi protagonisti, rimane una sensazione di freddezza come se Chiang guardasse la sua creazione da lontano, con distacco.
Sono considerazioni che nulla tolgono al valore di uno scrittore che dimostra, con ogni suo nuovo racconto, di meritare un posto tra i più grandi scrittori degli ultimi decenni. Storie della tua vita merita una lettura e probabilmente potrà essere maggiormente apprezzato da chi vi dedicherà una rilettura, perché storie così ben caratterizzate possiedono il dono di raccontare qualcosa di nuovo a ogni nuova lettura. Provare per credere.





sabato 12 marzo 2016

CHINA MIEVILLE: IMMAGINARIO URBANO, CITTA' IMMAGINARIE di Umberto Rossi

In occasione dell'attesissima uscita di EMBASSYTOWN di China Mièville per Fanucci Editore, ripresentiamo un bellissimo profilo (con intervista all'autore) dell'amico Umberto Rossi uscito a suo tempo sull'ottima rivista "Pulp". Non abbiamo ancora letto il romanzo (che Fanucci garantisce tradotto da personaggio competente e di rilievo nel campo dell'editoria - sappiamo solo che non è Maurizio Nati, che pure aveva tradotto in maniera egregia il magnifico LA CITTA' E LA CITTA') e quindi ci riserviamo di proporre al più presto una successiva ed accurata recensione, come dovuto a uno dei romanzi più importanti della fantascienza moderna, a detta di tutti i maggiori critici specializzati anglosassoni. A proposito dell'entusiastica accoglienza riservata a quest'opera ci permettiamo di riportare le parole della grandissima Ursula K. Le Guin sul "Guardian" :
"E' una gioia vedere questo  giovane autore raggiungere la piena maturità, e portare la fantascienza al di fuori delle inside acque in cui si è recentemente impantanata da una parte per colpa di editori troppo paurosi di scontentare un pubblico "sicuro" e dall'altra per via delle mirabolanti promesse di cambiamenti e di crescita offerte dal post-modernismo in tutte le sue forme o mancanza di forme. Embassytown è un'opera d'arte perfettamente compiuta"
SP



Forse in Italia non ce ne siamo accorti, ma nel mondo dei generi non-realistici (e qui dentro ci metto fantascienza, fantasy, noir, horror, e tutte le loro forme ibride, denominate sempre più frequentemente New Weird o Slipstream) c’è qualcosa di nuovo. Non ce ne siamo accorti forse perché finora China Miéville è stato pubblicato da un editore di genere come  Fanucci, e non da un editore più  importante e non così collegato al fantastico; mettiamoci anche traduzioni non proprio smaglianti di alcuni dei romanzi già pubblicati, soprattutto per la cosiddetta Trilogia di Bas-Lag (Perdido Street Station, La città delle navi, Il treno degli dèi). Eppure Miéville è, come dicono gli americani, the next big thing; provare per credere.

Ho avuto occasione di incontrare Miéville a Riverside, in California, durante l’Eaton Conference del 2011. Per chi non lo sapesse è un congresso che si svolge non proprio tutti gli anni, dove si incontrano studiosi di fantascienza di tutto il mondo conosciuto (qualcuno, sospetto, non era di questo mondo). Quell’anno c’erano francesi, inglesi, polacchi, giapponesi, e ovviamente un esercito di americani (italiani, me compreso, solo due…). L’evento clou della manifestazione era proprio la presenza di Miéville. Tenete conto che allora ai romanzi sopra citati ne andavano aggiunti altri due, l’originalissimo noir La città & la città e la commedia fantastica Kraken, due sbalorditivi tour de force stilistici che avevano manifestato una considerevole maturazione dello scrittore; ed era annunciato il suo primo romanzo di “pura” fantascienza, Embassytown (uscito qualche mese dopo, e finalmente tradotto in italiano per i tipi di Fanucci). Miéville ci ha fatto un figurone; disinvolto, colto però alla mano, ha dimostrato una considerevole conoscenza della fantascienza (confrontandosi con gente che ne sapeva praticamente tutto) e una grande consapevolezza dei meccanismi narrativi. Ha anche mostrato di possedere quel senso dell’umorismo che gli inglesi probabilmente hanno nei cromosomi. Aggiungiamo un fisico atletico e i vari piercing, e si capirà che è stato lui la star della conferenza – nonostante, come ho potuto verificare per l’ennesima volta, le relazioni tra americani e inglesi non siano mai una cosa semplice.
Miéville, insomma, non è solo uno scrittore provvisto di una fantasia inesauribile, alimentata anche da un’enciclopedica conoscenza della letteratura di genere (e non un solo genere: come già ho scritto, lui gioca altrettanto bene al gioco della fantasy, del giallo, della fantascienza…), cosa che gli ha permesso di inventare le agghiaccianti falene di Perdido Street Station, l’avanc di La città delle navi, o il golem di tempo che Judah Low crea alla fine di Il treno degli dèi. La sua è un’inventiva che s’alimenta della storia di una tradizione talvolta decisamente antica: dietro il personaggio di Judah Low, per esempio, s’intravede la figura storica del rabbino Judah Loew ben Bezalel, che secondo la leggenda creò a Praga il primo golem nel diciassettesimo secolo. Nella Città delle navi ci sono i vampiri; niente di nuovo sotto il sole, dirà qualcuno, ma immaginare un governo di vampiri al quale i cittadini sono tenuti a versare una tassa di sangue è qualcosa che a Bram Stoker non era proprio capitato. Insomma, Miéville ha il supremo talento di saper reinventare storie e figure che sembravano aver detto già tutto. Non è cosa da poco.
Ma aggiungiamo a questo la capacità di leggere vecchie leggende e venerandi miti come metafore politiche, perché Miéville ha, come si dice oltreoceano, un’agenda politica, ed è tutt’altro che nascosta. Militante trotzkista, nonché studioso di diritto internazionale, il nostro inventa una metropoli immaginaria dopo l’altra (New Crobuzon, Armada, e in La città & la città ben due città sovrapposte e coabitanti, Besźel e Ul Qoma, in un virtuosismo di immaginazione urbanistica senza precedenti); le popola con una profusione di razze immaginarie (i tanati, i rifatti, le khepri, i garuda, i vodyanoi, c’è un articolo su Wikipedia per aiutare i lettori a non perdersi…) da far impallidire Tolkien coi suoi miseri elfi, nani e hobbit; e poi scatena tra queste razze e all’interno di esse le dinamiche sociali che oppongono chi ha a chi non ha, chi appartiene a chi non appartiene, chi comanda a chi subisce. Nei suoi romanzi, per fantastici che possano essere, si tratta spesso e volentieri di argomenti quali l’imperialismo e il colonialismo, il dominio delle multinazionali (ci sono anche quelle…), il terrorismo (nelle varietà più esotiche), l’odio razziale, l’omosessualità, lo shock derivante dal contatto tra culture diverse, i diritti dei lavoratori (spesso calpestati) e la guerra; e tra una riga e l’altra s’intuisce che sullo sfondo del fantastico universo alternativo di Bas-Lag c’è sia la globalizzazione che il movimento no-global. E ogni tanto scoppia anche una rivoluzione: del resto, tutto Il treno degli dèi è  un omaggio ai movimenti rivoluzionari dell’Ottocento, dagli anarchici ai primi socialisti, alla Comune di Parigi e via così.
Quel che trovo più interessante in Miéville è la sua capacità di restare fedele alla tradizione britannica del fantastico urbano innovandola radicalmente. Che l’immaginario della perfida Albione sia spesso ambientato in città è difficile da negare: basti pensare alla Londra del Dottor Jeckyll e mister Hyde di Stevenson, la stessa Londra teatro delle gesta di Jack lo squartatore (posto che sia esistito), trasposta in chiave fantastica e massonica da Alan Moore in From Hell; la Londra di un capolavoro del gotico purtroppo mai tradotto da noi, Hawksmoor di Peter Ackroyd; la Londra in cui si aggira il Dracula di Bram Stoker, ma anche il Dorian Gray di Wilde. La capitale britannica è città negromantica e misterica, teatro delle gesta di Aleister Crowley, che Miéville ha riletto anamorficamente con la sua megalopoli multietnica New Crobuzon (dove sono ambientate due parti della Trilogia di Bas-Lag); e ha poi esplorato nei suoi angoli più reconditi in Kraken, un divertente romanzo (ancora inedito in questa Italietta alla periferia di tutti gli imperi), dove la megalopoli sul Tamigi diventa campo di battaglia dei più strani culti misterici e di una malavita armata di poteri magici. Insomma, per Miéville la capacità di immaginare le strane città nelle quali si svolgono invariabilmente i suoi romanzi scaturisce da una tradizione di immaginario urbano, in cui alla città reale si sovrappongono miti, leggende, favole, sogni e chimere che possono essere vecchi di secoli; per cui ogni conurbazione umana è al tempo stesso (Italo Calvino docet) la città che vediamo e quella che sogniamo, o che ci raccontiamo. Come in The City & The City, nello stesso spazio di Ul Qoma c’è anche Besźel, la stessa piazza, lo stesso giardino, il medesimo marciapiede può appartenere a entrambe le città ma visto da ognuna di esse è un luogo diverso che significa cose ben diverse.

Ma andiamo a vedere come Miéville spiega Miéville.

Prima di tutto, ho notato che c’è una curiosa simmetria tra la trilogia di Bas-Lag e i tuoi tre romanzi più recenti, anche se questi ultimi appaiono indipendenti l’uno dall’altro. La trama di Perdido Street Station si basa su un’indagine; lo stesso avviene in La città & la città. La città delle navi è un romanzo marittimo, di viaggi oceanici; e al centro di Kraken c’è un calamaro gigante, e l’annesso culto misterico (e poi il mare stesso è uno dei personaggi). Ultimo, ma non in ordine d’importanza, Il treno degli dèi tratta di una rivoluzione immaginaria e repressa; ed Embassytown tratta anch'esso di una rivoluzione, in realtà due, in competizione tra loro. Ci vedi solo l’amore per le simmetrie del critico, in tutto questo, oppure c’è qualcosa di deliberato da parte tua?

Posso dire che non è niente di deliberato – anche perché l’ordine di pubblicazione non è in effetti l’ordine in cui sono stati scritti i libri. Ma questo non significa che tu abbia torto, o che la tua lettura sia tendenziosa. Capita spesso che i critici e i lettori siano in grado di vedere cose che sfuggono agli scrittori stessi. Penso che in realtà molte delle cose che mi affascinano restino le stesse, libro dopo libro, così non mi sorprende che ci siano delle risonanze – e se queste sono risonanze di una specie più strutturata di quanto io sia capace di notare, be’, credo che tu abbia colto qualcosa. Non di deliberato. Però qualcosa di possibile sì.

Spingendo un po’ oltre la mia simmetria: le tre parti della trilogia di Bas-Lag sono assoluto slipstream, una miscela di fantascienza (varietà steampunk), fantasy e romanzo d’avventure. Negli ultimi tre romanzi hai dato prova (mi chiedo quanto consapevolmente e deliberatamente) che sai scrivere un giallo (La città & la città), una commedia soprannaturale (Kraken) e un romanzo di fantascienza al tempo stesso classico e innovativo come Embassytown. Ancora una volta: allucinazione del critico, oppure…?

Ancora una volta, vedi sopra. Non è che io avessi un programma, che desiderassi dare una certa forma particolare alla mia opera: tanto per dirne una, la prima stesura di Embassytown risale a molti anni fa. Ma ciò che è sicuramente vero è che la mia relazione con i generi letterari, pur restando caratterizzata dalla fascinazione e dal rispetto, cambia di momento in momento. Qualche volta sono interessato a mettere mano a un certo genere letterario mettendo fortemente in discussione i suoi tropi e le sue tradizioni – ma sempre dall’interno. Qualche volta, e questo è successo in particolare con La città & la città, tento di fare qualcosa di nuovo pur dimostrando un’assoluta e incrollabile fedeltà ai vari protocolli, forse proprio a causa di questa fedeltà – in quel caso, ai protocolli del romanzo giallo. Allo stesso modo, Embassytown è un romanzo di fantascienza molto ma molto più “regolare” di quanto la trilogia di Bas-Lag fosse fantasy “regolare”. Mi riservo il diritto di riposizionarmi all’interno di questa relazione col genere, indietro, o avanti, o di lato, per cambiare il tono della conversazione che intrattengo coi generi.

New Crobuzon è Londra, o comunque questa è la sensazione che ho sempre avuto leggendo i tuoi romanzi. Ma quando hai scritto un romanzo che è realmente ambientato a Londra (Kraken) hai inventato un’altra Londra (operazione che avevi già compiuto se non sbaglio in Un regno in ombra e Il libro magico). Pensi che uno scrittore debba inventarsi un’altra Londra per parlare di Londra, o il fatto è che c’è sempre un’altra Londra?

Qualunque sia la ragione, Londra è una città che si rispecchia particolarmente bene attraverso il fantastico, il fantasmagorico. Per la stessa ragione, la Londra nella quale abito, e tutte le altre, sono per così dire contaminate anche da tutte le altre città che amo. E la Londra che è in me è la Londra raffigurata, rifratta, tanto quanto quella concreta dove abito, sulla quale cammino. Non so se la metterei nei termini di una necessità da parte degli scrittori di inventare un’altra Londra (e anche tutte le altre città) – direi che lo fanno inevitabilmente ogni volta che le raffigurano. Inevitabilmente. Inesorabilmente. Va bene così, non c’è niente di male. Significa che le Londre dove abitiamo e che leggiamo sono in un costante processo di frattalizzazione. E questa è una cosa emozionante.

The City & The City mi ha aiutato a mettere a fuoco un semplice fatto della vita quotidiana a Roma, qualcosa di troppo semplice e troppo grande perché fosse visibile (almeno per me): la gente che abita in una metropoli (anche in una formato ridotto come Roma) vive in luoghi diversi in ore diverse. Gli immigrati a Roma abitano negli stessi spazi dove abitiamo noi, ma è come se vivessero in una città diversa; ci si incontra in luoghi che sono “intersezionati”, come le vie, le piazze e i parchi in comune tra Ul Qoma e Besźel nel tuo romanzo, ma viviamo per la maggior parte del tempo ognuno nella sua città.

Niente punto interrogativo! Posso solo dire sì, be’, forse, lo spero. Con questo romanzo ho sempre avuto l’intenzione non tanto di inventare una logica sociale radicalmente nuova e diversa, ma di esagerare la logica sociale che ci circonda continuamente, estrapolandola appena un po’ oltre la sua realtà quotidiana. Se lo scopo è la defamiliarizzazione, l’accento è sia sul familiare che sul “de-”.

Che ruolo gioca l’anno che hai trascorso in Egitto nella tua immaginazione letteraria? Ha qualcosa a che fare col modo in cui costruisci spazi urbani (forse solo apparentemente) immaginari?

Sospetto di sì. Come saprai anche troppo bene, gli scrittori sono spesso le peggiori persone cui fare domande su come sono arrivati dove stanno, voglio dire domande su quello che li ha influenzati e formati. Certamente ero ben consapevole delle particolari politiche dello spazio che operavano al Cairo, e nelle città egiziane, e dalla continua battaglia tra spazi vuoti e l’aggrovigliata pienezza dell’architettura. C’è una parte di Perdido Street Station che è un’esplicita improvvisazione basata su quel fatto. Mi sono anche interessato a diversi aspetti della politica, della cultura e della letteratura egiziana. Come queste cose abbiano avuto un impatto su quello che scrivo, però… probabilmente mi trovo nella posizione peggiore per giudicare. Un grande impatto, penso, molto forte – ma non sono sicuro di sapere in che modo.

Certi aspetti dei tuoi romanzi mi suonano un po’ enigmatici. Torniamo indietro a Perdido Street Station. Le falene non hanno qualcosa a che fare coi media? Uno dei miei film horror preferiti, The Ring, è in realtà un apologo sulla televisione, ed è molto più serio di quel che sembra. Le falene nei tuo romanzo, che svuotano la mente delle loro vittime, mi sembrano simili, fatte di una sostanza non tanto psicologica quanto sociologica. Immagini anamorfiche di qualcosa di anche troppo concreto.

Ma c’è qualcosa che non abbia a che fare con i media, oggi come oggi? Possiamo far finta che non ci siano? Non penso. In effetti le falene sono una versione di uno dei miei tropi preferiti, il motivo della sensazione dannosa, con il quale ho giocato più di una volta (l’ultima volta che l’ho cercato c’era una voce sull’argomento nella Wikipedia) [Per chi sia interessato, la voce – in inglese – si trova all’indirizzo http://en.wikipedia.org/wiki/User:David_Gerard/Motif_of_harmful_sensation N.d.A.]. L’idea è che ci sono motivi in grado di esercitare un’influenza sulla mente di quelli che li vedono (oppure “intonano” la mente di quelli che li ascoltano, eccetera). Naturalmente per me questa idea non è affatto originale. Ciò che volevo fare era ibridare quella tradizione con quella delle entità organiche mostruose, concentrandomi sull’entomologico. In particolare, la naturale trasformazione in un’arma del motivo della sensazione dannosa – che è anche un omaggio a “Il bozzolo”, un racconto sottovalutato e straordinariamente terrificante di John Goodwin.
E poi, se ci sono sviluppi o ramificazioni del concetto del mangiare la mente, bene; accetto tutto quello che ne verrà fuori.

Un altro aspetto enigmatico lo trovo in La città & la città, ed è la Violazione, la polizia segreta che mantiene la separazione tra le due città, impedendo in ogni modo che si confondano. Dovrebbe essere l’apparato repressivo definitivo, eppure tu lo descrivi quasi come fosse una comunità utopica. Nonostante sia una forza di polizia, tutte le decisioni vengono prese democraticamente, votando. La Violazione non sembra avere una vera e propria gerarchia, è qualcosa di anarchico, ma è comunque efficiente, ed efficace…

Certo che è una democrazia, ed è anche di base – ma al servizio di cosa? Certamente non di qualcosa che io approvi. Ma in fin dei conti Borlú, il detective protagonista del romanzo, non è me, e le sue opinioni non sono le mie, nonostante mi possa piacere come persona. I metodi della Violazione sono una cosa; ma sono al servizio di una mostruosità quotidiana.
(Tu non hai detto che sono d’accordo con i miei personaggi, ne sono ben consapevole, ma consentimi di fare una digressione. Mi sento particolarmente frustrato quando, di tanto in tanto, certi lettori, particolarmente quelli di sinistra, deducono che io condivido le idee dei miei personaggi. Per esempio mi chiedono “Come mai Borlú è un poliziotto? Non sei scettico sui metodi della polizia?” Oppure “Perché hai fatto così alla fine di Perdido? Non sono d’accordo con la decisione che hai preso.” Ma parlano della decisione che prende Isaac, un personaggio del romanzo. E così via. Si tratta di un modo di esprimersi sbalorditivamente rozzo; ma quanto è comune!)

Kraken è un’anatomia, ma anatomia di cosa? Dell’irrazionalità, della pazzia, delle mitologie? La trovo particolarmente appropriata proprio perché Londra è considerata una delle capitali della magia nera, per cui la faccia irrazionale della città mi sembra fare comunque parte della sua identità, eppure ho la sensazione che il tuo romanzo non sia semplicemente un divertissement, che dietro la commedia ci sia qualcosa di serio. Volevi solo divertirti a prendere i giro certe paranoie millenaristiche ricorrenti (la prossima sarà quella dei calendari Maya nel 2012), oppure…

Ah, sono contento che non ti sia sfuggita la questione dell’anatomia. Sì, questa è una cosa molto ma molto importante per me. Il romanzo in effetti non s’intitola Kraken, ma Kraken: Un’anatomia. Nel senso che ha dato al termine Northrop Frye, e cioè l’anatomia come satira menippea. Ma penso anche alla tela di Rembrandt, “Lezione di anatomia del dottor Tulp”. Spero che sia una presa in giro molto rispettosa e sincera di fede, estasi e illuminazione religiosa, per le quali nutro un immenso rispetto e dalle quali sono immensamente affascinato, ma che non condivido. Se vuoi è anche un pizzocotto che do a un certo modo di mettersi in relazione con esse, diciamo una gomitata alla svolta teologica della teoria critica [La tradizione di studi nata con la Scuola di Francoforte N.d.A.].

In Embassytown la citazione di Walter Benjamin posta a epigrafe del romanzo mi ha indotto a sospettare che la figura di EzRa abbia molto a che fare con i media. Dipendenza dai media, l’ipnosi dei simulacri, la fascinazione di una voce che non ha veramente niente da dire… sicuramente il romanzo scaturisce dalla tradizione della fantascienza linguistica (non si può non pensare a Babel-17 di Samuel Delany, oppure Il grande anello di Ian Watson), ma dentro c’è anche molto Orwell.

Non dubito che ci sia Orwell, oltre agli altri nomi che hai citato, ma penso che ci sia molta più Bibbia.

Quando hai disinvoltamente usato il tedesco per coniare diversi termini usati in Embassytown stavi pensando a Philip K. Dick?

Non a lui in particolare, per quanto abbia fatto uso di Dick e l’abbia citato ripetutamente nella mia narrativa. In Embassytown ero spinto più che altro dalla delizia per la scoperta del termine tedesco immer, che vuol dire “sempre”: è semplicemente perfetto, in inglese lo puoi usare per infiniti giochi di parole che indicano direzioni diverse, tanto da generare a sua volta ulteriori germanismi.

Hai già parlato dell’impatto che i giochi di ruolo hanno avuto sulla tua narrativa, ma sbaglio o c’è tanto che deriva dai fumetti? Per esempio, la trilogia di Bas-Lag ha sicuramente il tuo tocco particolare e inconfondibile, però ci sono anche atmosfere che ricordano i fumetti di Alan Moore, soprattutto la Lega degli straordinari gentlemen.

I fumetti, ma certo, assolutamente. In particolare, Moore, sì, come anche ovviamente tutti i supereroi, ma sono altrettanto importanti tre altre tradizioni fumettistiche, per limitarmi a quelle di cui sono consapevole, che sono profondamente radicate in me. Allora, tanto per cominciare certi fumetti britannici per bambini degni anni Settanta e Ottanta, come Whizzer and Chips, per non parlare dell’opera di Leo Baxendale e soprattutto Ken Reid. Secondo, 2000AD [La rivista di fumetti sulla quale sono nate le storie del Giudice Dredd, che sono servite da palestra ad artisti del calibro di Alan Moore e Neil Gaiman N.d.A.]; un artefatto culturale che incombe sull’universo di tanti scrittori britannici. Terzo, la tradizione dei fumetti artistici o d’avanguardia pubblicati da una rivista come Raw o da una casa editrice come Drawn and Quarterly, e così via. Queste tre pietre di paragone vorticano nella mia testa e penso che siano presenti dovunque nella mia opera.

E adesso? Voglio dire, ti godrai un meritato riposo? Sono impressionato dal tuo ritmo produttivo, otto romanzi in tredici anni di attività è un bel record. O già stai lavorando attorno a un altro romanzo?

Mi fa piacere che tu la pensi così – invece io sento di essere terribilmente lento, e di non fare abbastanza, di non avvicinarmi nemmeno alla sufficienza. Sto lavorando su un altro romanzo, e poi voglio scrivere saggistica, e prendermela comoda, metterci più tempo a scrivere il romanzo successivo. Pubblicherò qualcosa nell’estate prossima (un romanzo) e poi spero di potermi dedicare ad altre cose: racconti, saggistica, chissà, forse fumetti e anche giochi. Ma sai, io vivo di speranza.


Bibliografia annotata

Un regno in ombra (1998) Fanucci
Romanzo fantasy d’esordio di Miéville, ha come protagonista Saul Garamond, un giovanotto che viene incolpato dell’omicidio del padre. Viene fatto evadere dal Re Ratto, uno strano personaggio che lo introduce in una Londra parallela dove vivono personaggi di favole e leggende, dal pifferaio magico di Hamelin ad Anansi, l’uomo-ragno narratore del folklore africano, per non parlare di Loplop, il re degli uccelli inventato dal pittore surrealista Max Ernst. Saul e Re Ratto dovranno fronteggiare la minaccia del pifferaio, intenzionato a stabilire il suo dominio sulla metropoli.
Trilogia di Bas-Lag
·         Perdido Street Station (2000) Fanucci
·         La Città delle Navi (2002) Fanucci
·         Il Treno degli Dèi (2004) Fanucci
Bas-Lag è il continente immaginario sul quale sorge la metropoli di New Crobuzon: questa è l’ambientazione in comune dei tre romanzi, che raccontano però vicende diverse. Nel mondo di Bas-Lag magia e scienza sono altrettanto efficaci e diffuse, e decine di razze diverse convivono, anche se in modo non sempre pacifico. Nel primo romanzo un eterogeneo gruppo di personaggi si raccoglie attorno allo scienziato Isaac Dan der Grimnebulin per fronteggiare la minaccia delle falene, predatori notturni in grado di paralizzare le loro vittime con la semplice visione dei disegni sulle loro ali, e di fagocitarne la mente, lasciando i loro corpi come gusci vuoti. Nel secondo quattro personaggi originari di New Crobuzon, tra cui la linguista Bellis Coldwine, si trovano a bordo di una nave assaltata da pirati e vengono sequestrati e deportati su Armada, una metropoli galleggiante governata da una coalizione di bucanieri; il destino dei quattro verrà determinato da una titanica impresa concepita dagli Amanti, governanti di Armada, che vogliono spingersi ben oltre i confini del mondo conosciuto, verso la misteriosa Cicatrice. Nel terzo romanzo una vera e propria rivoluzione scoppia nella metropoli di New Crobuzon, e la narrazione della lotta tra il dispotico governo della città e i rivoltosi si alterna alla vicenda del treno ammutinato che si nasconde vagando nelle terre selvagge dell’ovest.
Il libro magico (2007) Fanucci
Romanzo fantastico per bambini, incentrato sulle avventure di due ragazzine dodicenni, Zanna e Deeba, che si ritrovano in una Londra alternativa e soprannaturale, intessuto di ironici rimandi alla storia reale della capitale britannica: le due protagoniste dovranno vedersela col mostruoso Smog, scacciato dalla Londra storica e rifugiatosi in quella anamorfica dove si svolge la vicenda.
La città & la città (2009) Fanucci
Anomalo giallo ambientato in una doppia città, o meglio in due città che coesistono nello stesso luogo, Ul Qoma e Besźel, forse nei Balcani, forse in Asia Minore. Le due città-stato sono intrecciate l’una con l’altra: una strada fa parte di Ul Qoma, ma la piazza in cui sbocca può far parte di Besźel; metà di un parco pubblico può trovarsi in una delle due città e il resto nell’altra; singoli edifici lungo una strada di Besźel possono appartenere a Ul Qoma. A complicare il tutto, il fatto che certi spazi urbani, le Intersezioni, appartengono a entrambe le città (anche se con nomi diversi); e che le due città sono nazioni indipendenti, animate entrambe da un gretto nazionalismo e divise da odio e rivalità vecchi di secoli. In questo contesto l’umano e ragionevole ispettore Tyador Borlú deve indagare sull’assassinio di una studentessa americana, trovata in un giardino di Besźel, ma probabilmente uccisa a Ul Qoma. Dietro il delitto c’è forse un intrigo politico, o forse una leggenda che potrebbe non essere tale: l’esistenza di una mitica terza città, Orciny, che forse vive negli interstizi tra Ul Qoma e Besźel senza che le due metropoli sovrapposte se ne accorgano.
Kraken (2010)
Un esemplare imbalsamato di Architeuthis dux, il calamaro gigante che vive negli abissi oceanici, scompare dal Natural History Museum di Londra. Billy Harrow, lo zoologo che si è occupato dell’imbalsamazione del prezioso esemplare, viene rapito da una setta di krakenisti, o adoratori del calamaro gigante (detto kraken in inglese). Scopre così che nella Londra parallela della magia nera e del soprannaturale, dove proliferano decine di culti misterici ognuno dei quali è convinto di conoscere la data dell’apocalisse incombente, si è sparsa la voce che sta per arrivare la fine del mondo quella vera, e che il calamaro sparito ha qualcosa a che vedere con essa. Commedia surreale e al tempo stesso indagine poliziesca (esiste anche una squadra di Scotland Yard specializzata nella repressione della malavita negromantica), questo romanzo è soprattutto una divertita anatomia delle tante sette religiose misteriche e millenaristiche.
Embassytown (2011)
Ultima fatica di Miéville, è un solido romanzo di fantascienza ambientato sul remoto pianeta Arieka, dove gli umani hanno incontrato degli alieni del tutto speciali: gli ariekei, estremamente progrediti nelle biotecnologie, che parlano una lingua nella quale è impossibile mentire. Questa lingua, inoltre, è fatta di parole pronunciate simultaneamente, perché gli ariekei sono provvisti di due bocche: per comunicare con loro coppie di umani, gli Ambasciatori, vengono addestrati a comunicare simultaneamente e soprattutto a non mentire mai, pena l’incomprensione totale da parte degli alieni. Ma l’arrivo dell’ambasciatore EzRa, il primo che non sia nato e cresciuto su Arieka, provoca strane e sempre meno controllabili reazioni da parte degli alieni. Come in tutti gli altri romanzi di Miéville, un mondo strano e a malapena comprensibile viene scosso da una crisi che ne rivelerà la vera logica, e porterà a un mutamento catastrofico, inarrestabile e spietatamente consequenziale. Che ovviamente non sarà indolore.

Umberto Rossi

GLI EREDI DI HAMMERFELL di Marion Zimmer Bradley




Erano già a un'altezza più che rispettabile, quando Alester vide una sorta di strada fra i rami, costituita di passerelle di legno, che correva da un albero all'altro. In fondo c'era una sorta di capanna, costruita piegando ad arte i rami più piccoli e intrecciandoli tra loro: una sola stanza, ma spaziosa e con sul pavimento un paio di grossi cuscini di stoffa spessa. L'omino si lasciò cadere su uno dei cuscini e fece segno ad Alester di accomodarsi sull'altro. Il giovane si sedette e si accorse che era abbastanza comodo: dal fruscio e dall'odore di prato che aveva, capì che era pieno di erba secca.
Il nano prese un bastone lungo e sottile e gli diede un pizzicotto sulla punta: subito vi si accese un piccolo fuoco, che illuminò debolmente l'interno della camera. Lo piantò in terra, in modo che facesse da candeliere, e disse:
"Allora, gli indovinelli. La prossima volta che mi riunirò con i miei fratelli attorno al fuoco, voglio averne uno nuovo da sfoggiare!" 
(trad. di Riccardo Valla)


Quarta di copertina: 
Un antico conflitto tra i clan di Hammerfell e Storn insanguina ancora la terra di Darkover. In una notte fatale, i destini dei due gemelli Alester e Conn, eredi del trono di Hammerfell, vengono brutalmente separati…


GLI EREDI DI HAMMERFELL (The Heirs of Hammerfell) fu pubblicato nel dicembre del 1989, dopo alcuni anni in cui Marion Zimmer Bradley (1930-1999) si era dedicata ad altri progetti letterari, ed è l'ultimo romanzo della serie di Darkover, tra quelli scritti esclusivamente dall'autrice di Albany (NY), a svolgersi durante gli anni sanguinosi dei Cento Regni. Come ben sanno gli appassionati, nella cronologia darkoverana è questo il periodo immediatamente precedente la "riscoperta" del pianeta dal sole rosso da parte delle astronavi terrestri, dopo millenni in cui la società umana locale si è sviluppata autonomamente.
Il romanzo apre una finestra sulla società dei Comyn, gli aristocratici che governano la civiltà feudale di Darkover, colta nel momento del suo massimo splendore. Ogni famiglia Comyn si distingue per uno specifico Potere, il cosiddetto laran, esercitato grazie all'uso delle Pietre Matrici. Queste sono cristalli magici, donati agli umani agli albori della colonizzazione planetaria dai Chieri, noti anche come elfi di Darkover. Tra i monti Hellers, non lontano dai ghiacci eterni che circondano le terre abitate dagli esseri umani, due minuscoli feudi, quello degli Hammerfell e quello limitrofo degli Storn, si combattono tra loro, trascinandosi in una faida vecchia di generazioni. Protagonisti  principali sono i fratelli gemelli Alester e Conn, ultimi rampolli del signore di Hammerfell. Separati da piccoli, dopo la presa del proprio castello da parte dell'armata Storn, si riuniranno in età ormai adulta e lotteranno, insieme, per riconquistare l'eredità paterna. In realtà, più che la lotta contro gli Storn, a catalizzare l'attenzione del lettore è la riunione e lo scontro tra le differenti personalità dei due protagonisti. Alester è cresciuto, assieme alla madre, alla corte del re Hastur, nella ricca e raffinata città di Thendara; Conn, rimasto sugli Hellers assieme allo scudiero Markos e a lungo creduto morto, è stato allevato tra umili montanari e nonostante sia dotato di un laran maggiore, non è l'erede ufficiale alla signoria, essendo nato venti minuti dopo il fratello. Due personalità in forte contrasto: colto, galantuomo, sprezzante verso le classi più basse l'uno, semplice, pratico e generoso verso il prossimo l'altro.
Il romanzo, scritto con lo stile scorrevole cui ha abituato l'autrice statunitense, non presenta grandi colpi di scena e la trama procede, piacevolmente e con una concisione tipica del racconto fiabesco, verso un finale privo di sorprese stravolgenti. La singolarità, per chi è avvezzo a questa immensa saga che conta decine di titoli, è l'incontro di Alester con un "uomo delle foreste", esponente della razza umanoide che vive sui grandi alberi di Darkover. Infatti, dopo l'arrivo degli umani in seguito a un naufragio (vicenda descritta nel romanzo "Naufragio sul pianeta Darkover"), le specie aborigene si sono ritirate in luoghi isolati e impervi, lontano dagli insediamenti umani in espansione, e raramente compaiono nei romanzi e nei racconti che Marion Zimmer Bradley fa svolgere nei primi periodi, l'età del Caos e i Cento Regni.
Non meno importante, nell'economia della storia, è l'aspetto sentimentale: come in ogni romanzo che si rispetti della Zimmer Bradley, i travagli amorosi sono centrali nella trama e a volte offrono al lettore più pathos di battaglie e duelli.
Un libro science-fantasy dove l'aspetto fantasy prevale nettamente, consigliato a chi è già innamorato delle atmosfere e dei panorami del mondo dal sole rosso.


GLI EREDI DI HAMMERFELL (The Heirs of Hammerfell, 1889), trad. di Riccardo Valla, Editori Associati, collana TEADue, pp. 243, 1992. 

Stefano Sacchini 

lunedì 7 marzo 2016

CALIBAN - LA GUERRA di James S. A. Corey














Holden inquadrò l'incrociatore marziano sul visore finché non passò davanti alla lunga chiazza dell'ellittica della Via Lattea. Per un istante, l'intera nave non fu altro che una sagoma nera sullo sfondo bianco antico di qualche miliardo di stelle.
(trad. di Stefano A. Cresti)

Seconda di copertina:
Su Ganimede, il pianeta granaio dell’intero sistema gioviano e fonte di approvvigionamento per i pianeti più esterni, un marine dell’esercito di Marte assiste inerme allo sterminio del suo plotone, massacrato da un mostruoso supersoldato. Nel frattempo, Venere è stata invasa da una protomolecola aliena altamente infettiva che, dopo aver apportato misteriosi e catastrofici cambiamenti all’equilibrio del pianeta, minaccia di espandersi nell’intero sistema solare. Sulla Terra, un politico di alto rango lotta per evitare che si riaccenda la guerra interplanetaria.
È in questo scenario che James Holden e l’equipaggio della Rocinante provano a mantenere la pace all’interno dell’Alleanza dei Pianeti Esterni. Quando accettano di aiutare uno scienziato a ritrovare un bambino scomparso in una Ganimede devastata dalla guerra, comprenderanno che in gioco c’è molto più della sorte di un singolo. L’avvenire dell’umanità è nelle loro mani, ma riuscirà una sola navicella a impedire un’invasione aliena che forse è già cominciata?

Con CALIBAN – LA GUERRA (Caliban's War, 2012), secondo capitolo della serie nota come The Expanse, continuano le avventure nel sistema solare del capitano James Holden e dell'equipaggio della Rocinante.
Come nel volume precedente, "Leviathan – Il risveglio" (Leviathan Wakes, 2011), il divertimento per il lettore è assicurato: Daniel Abraham e Ty Franck, gli autori statunitensi che si celano dietro lo pseudonimo James S.A. Corey, ricorrono abilmente ad ogni espediente per ottenere una Space Opera godibile, scorrevole e soprattutto adrenalinica. Se da un lato non c'è da aspettarsi grande originalità o eccessiva introspezione psicologica dei personaggi, dall'altro i colpi di scena cadenzano piacevolmente, e con una certa frequenza, il ritmo della lettura.
Le particolarità dei protagonisti, per alcuni dei quali è impossibile non provare simpatia, gli intrighi politici, gli scontri a fuoco, le battaglie spaziali, le fughe lungo i corridoi di città sotterranee, astronavi e basi spaziali non consentono cali di tensione o, peggio, noia.
Forse chi ha letto "Leviathan – Il risveglio", indispensabile a mio avviso per comprendere appieno la storia di CALIBAN – LA GUERRA, sentirà la mancanza di una figura come quella di Miller, cinica e scanzonata allo stesso tempo, piena di luci e ombre.  La spregiudicata Chrisjen Avarasala, anziana ma micidiale statista dall'eloquio sciolto e colorito, pur interessante e a tratti spassosa, non riesce a colmare il vuoto lasciato dal detective disilluso dalla vita. E se nel primo capitolo il filo della narrazione si rimpallava tra Holden e Miller, ora i personaggi principali sono saliti a quattro.
Il prodotto comunque continua a funzionare. Ricordiamo che da questo ciclo è stata tratta anche una serie televisiva, appena approdata alla seconda stagione.
Gli appassionati possono stare tranquilli: negli Stati Uniti si è arrivati al quinto libro, e in Italia la pubblicazione del terzo, Abaddon's Gate (2013), è già stata prevista dalla Fanucci.

James S.A. COREY, CALIBAN – LA GUERRA (Caliban's War, 2012), trad. di Stefano A. Cresti, Fanucci, pp. 574, 2015, prezzo 16,90 €.

Stefano Sacchini
 

domenica 6 marzo 2016

LA VIA DELLA COLLERA di Antoine Rouaud



Nato nel 1979 in Francia e tutt’ora residente a Nantes, Antoine Rouaud ha raggiunto un notevole successo con La via della collera (La voie de la colère, 2013), primo volume della trilogia fantasy “Il libro e la spada”, divenuto un bestseller in Francia e tradotto successivamente in numerosi Paesi nel mondo. Amante da sempre di atmosfere fantastiche e di mondi immaginari, trovò fin da piccolo stimolo e ispirazione per questa sua passione dai film di Lucas e Spielberg o da scrittori di vari generi come Morcoock, Tolkien o Stephen King, rimanendo un lettore appassionato ed eclettico. 
La via della collera ha una trama varia, intessuta di frequenti flashback che danno colore e movimento alla narrazione; il personaggio principale è Dun-Cadal, ex sommo generale dell’Impero ormai caduto della famiglia Reyes, che dopo esser stato un eroe di guerra si è ridotto all’ombra devastata di se stesso. Schiavo della bottiglia e perso nel rimpianto di un tempo glorioso svanito nel nulla, un giorno conosce una giovane storica, Viola, che è alla ricerca della Spada dell’Impero, simbolo scomparso del potere imperiale. In seguito a questo incontro, cominciano a verificarsi strani omicidi: i vecchi compagni di Dun-Cadal vengono uccisi ad uno ad uno e per lui arriva il momento di riaffrontare un passato accantonato e di tirare fuori il coraggio che lo aveva spesso dipinto a tinte leggendarie. 
Questo primo volume è il risultato di una rielaborazione di scritti precedenti che non erano stati pubblicati perché non sufficientemente maturi; nel quadro della trilogia, a detta dello stesso autore, ognuno dei tre libri sembra dover rappresentare una sorta di passaggio, di rito di iniziazione che conduce dall’adolescenza ad una dimensione psicologica e interiore via via più matura. I tradimenti, il coraggio, la vendetta sono tutti temi affrontati con consapevolezza del loro potere attuale in ogni ambito sociologico ed esistenziale.
Nulla di quanto è trattato è lasciato al caso. Il tormento interiore che caratterizza Dun-Cadal all’inizio della storia è intenzionalmente reso manifesto, facendo capire quanto l’orgoglio che colma ancora il petto del generale lo renda una vittima di se stesso, del suo celebre vissuto. È a tratti un personaggio scomodo, che non attira la simpatia del lettore sia per il suo modo arrogante di porsi, sia per i compromessi cui ha dovuto sottostare per raggiungere il prestigio di cui si è gloriato; ma nel muro freddo e spesso della sua protervia vi è uno spiraglio di luce, rappresentato dal rimorso per il male compiuto e da un sottile desiderio di riscatto morale. In quest’ottica vi è gioco di antitesi sul concetto di colpa e di redenzione; Dun-Cadal è comunque un personaggio sempre e profondamente umano, imprigionato dal rimpianto del passato e aperto al richiamo del destino. 
Il tema della scelta e del destino sono punti chiave che si sviluppano in questo primo volume ma che sembra essere catapultato in avanti, per fare da filo conduttore tra fatti e personaggi: le trame del destino sono già scritte o devono essere costruite istante dopo istante con la nostra volontà? Da qui scaturiscono interessanti meditazioni sul potere e sulla corruzione legate anche alla questione della fede religiosa che caratterizza, sostenendole o condannandole, le scelte di Dun-Cadal.
Nonostante tutti questi inviti alla riflessione, il ritmo si mantiene buono e costante e la concentrazione non viene fuorviata. Scarne e superficiali sono le descrizioni; Antoine Rouaud è più scrittore di fatti e azioni che di descrizioni che, senza dubbio, avrebbero creato maggior coinvolgimento e più forza all’impianto narrativo. 
Quello che a mio giudizio rappresenta una debolezza in questo volume è lo stile, semplice e abbastanza immediato, ma non abbastanza forte, incisivo. L’utilizzo eccessivo dei punti di sospensione, poi, rende poco energica la comunicazione, penalizzandola. L’impressione che ho avuto è che in alcune parti sfuggisse all’autore il punto focale della situazione, trasmettendo una sensazione di incompletezza e creando a tratti insoddisfazione, sebbene non manchino dei punti di luce che affascinano con il loro afflato poetico e che si connettono direttamente all’elemento magico: “La terra… il mondo intero è come l’aria che va e viene. Il Soffio… il respiro del mondo. Tutti lo possono ascoltare, ma sentirlo? Controllarlo? È più difficile, bisogna stare in ascolto. Concentrati… Senti il Soffio, sii il Soffio”.
Tirando le somme, l’altalenarsi di intrattenimento e riflessione, avventura, magia e intreccio politico rendono il libro comunque piacevole, senza però conferirgli il dono glorioso di trafiggere l’animo del lettore e appassionarlo in modo viscerale.

Autore: Antoine Rouaud
Titolo: La via della collera
Editore: Bur, 2015
Pagg. 469, € 14,90

Artemisia Birch
 

venerdì 4 marzo 2016

LE STELLE DEI GIGANTI (MILLEMONDI 74) di James P. Hogan

 




Dalla quarta di copertina:

LO SCHELETRO IMPOSSIBILEUna tuta rossa d’astronauta con dentro uno scheletro umano, sulla Luna. La tuta è di un materiale ignoto, contiene strumenti mai visti e un giornale di bordo scritto in un alfabeto indecifrabile.
CHI C’ERA PRIMA DI NOIDecine di milioni di anni fa, prima che un certo pianeta andasse in pezzi, la strana razza che l’abitava sparì, lasciando come unica testimonianza del suo passato il relitto di una nave stellare su un ghiacciato satellite di Giove.
LA STELLA DEI GIGANTINel secolo XXI due scienziati terrestri in missione su una delle lune di Giove entrano in contatto con degli alieni perduti nel Tempo, che cominciano a rivelare qualcosa sul mistero delle nostre origini…
JAMES P. HOGAN Scrittore inglese, è nato nel 1941 ed è morto nel 2010. Il ciclo dei giganti è composto dai tre romanzi riproposti in questo volume (usciti rispettivamente nel 1977, 1978 e 1981) più un quarto titolo, Entoverse, apparso nel 1991 e che contiamo di tradurre prossimamente.

Il Millemondi 74 si presenta in edicola con una edizione che farà felici gli appassionati. In un unico volume Urania ripubblica i tre romanzi fin'ora tradotti in italia che costituiscono il Ciclo dei Giganti di James P. Hogan. Il ciclo è completato da altri due romanzi mai tradotti in italia, Entoverse e Mission to Minerva. Il primo, secondo la quarta di copertina, potrebbe essere tradotto prossimamente, mentre dell'ultimo romanzo del ciclo non si fa menzione.
Lo scheletro impossibile comincia con un  ritrovamento sorprendente: sulla luna viene rinvenuto uno scheletro all'interno di una tuta spaziale che sembra diversa da quelle comunemente usate. Ma se la tuta può essere un'anomalia tutto sommato spiegabile, quello che non si riesce a spiegare è l'origine dello scheletro. Non risulta appartenere a nessuno degli esseri umani transitati sulla luna e quando le indagini si spingeranno in profondità sarà chiaro che esso non può appartenere a un essere umano moderno. Così comincia un viaggio che attraverserà le epoche alla ricerca dell'origine dell'umanità fino ai primordi del sistema solare.
Lo scheletro impossibile è veramente un bel romanzo, Hogan tesse una trama ben congegnata e il lettore è guidato passo passo verso la soluzione di un mistero affascinante.
Chi c'era prima di noi prosegue cambiando atmosfere ma rinvigorendo la trama con nuovi interrogativi che vengono dipanati attraverso una trama avvincente. Non raggiunge le vette del precedente, ma è comunque un romanzo piacevole.
Con La stella dei giganti però il giochino si rompe definitivamente, stavolta Hogan non riesce a tenere il livello dei primi due romanzi, l'atmosfera perde il suo fascino e la tensione cala drammaticamente. La storia perde di verve e il definitiva il romanzo diventa una chiara occasione perduta.


Tra i tre romanzi il superiore è decisamente il primo, pur se il secondo rimane ancora appassionante e merita una possibilità. Il terzo, come già detto, fallisce nel tentativo di proseguire una trama che inizialmente appariva dalle potenzialità infinite.
In definitiva, se non avete mai letto nessuno dei tre romanzi, Lo scheletro impossibile da solo vale il prezzo del volume, insieme a chi Chi c'era prima di noi è un'occasione da sfruttare per chi ama quel genere di fantascienza che ipotizza una diversa origine per la specie umana.
Buona lettura.


Vincenzo Cammalleri










martedì 1 marzo 2016

MALZBERG: Chi era costui? di Umberto Rossi





Se uno segue le conversazioni su un gruppo FaceBook come Romanzi di Fantascienza noterà che alla fine i nomi che ricorrono sono più o meno quelli: nomi di scrittori, intendo dire, che si chiamino Vance o Gibson, che si chiamino Clarke o Heinlein. I Classici Che Tutti Conoscono.
Certi nomi invece escono fuori di rado. Uno di questi appartiene a un autore ancora vivente, ma che da molto non frequenta più il genere che tanto ci piace, e cioè Barry Norman Malzberg, nato nel 1939, quindi settantaseienne. A quest'età uno dovrebbe essere una specie di santone della fantascienza, di Grande Vecchio, come lo erano Asimov e Bradbury negli ultimi anni della loro vita: ma a Malzberg la fama non arride, o meglio, si sa che c'è, si sa che esiste uno scrittore di questo nome, ma cosa ha scritto esattamente, di cosa parla, cosa gli associ, ecco, tutto questo spesso manca. Non c'è quel titolo famoso o quell'idea di successo che ti viene subito in mente a sentirlo nominare. Eppure se uno va a consultare la Wikipedia (ovviamente inglese) trova che esiste addirittura una voce sulla bibliografia dello scrittore, tanto grande è la sua produzione, che troverete qui:
https://en.wikipedia.org/wiki/Barry_N._Malzberg_bibliography
e scoprirete che questo personaggio sicuramente è piuttosto curioso. A parte il suo alternare la scrittura di romanzi e racconti di fantascienza con libri erotici (non pochi scritti sotto diversi pseudonimi), e dieci romanzi hard-boiled piuttosto brutali centrati su un personaggio dall'eloquente nome di Lone Wolf* (in questo Malzberg ricorda altri autori che hanno alternato giallo e fantascienza, come Sheckley, Bradbury, Asimov stesso...), la quantità dei suoi titoli è sicuramente cospicua (siamo attorno alla cinquantina tra romanzi e raccolte di racconti); eppure la sua narrativa più lunga si ferma al 1985; dopo quella data escono solo raccolte.
Si potrebbe pensare a uno scrittore che abbia esaurito la sua vena, o che non sia stato apprezzato. Eppure è amico di Mike Resnick, è stato imitato da Paul Di Filippo, lodato da Theodore Sturgeon e (udite udite!) Harlan Ellison, inoltre pubblica regolarmente una rubrica di consigli agli scrittori sul SFWA Bulletin (rivista dell'Associazione americana di scrittori di fantascienza); insomma non è esattamente uno sconosciuto nel settore.
Però, lo ammetto, non è proprio uno di quei nomi che sentirete nominare spesso da cultori e appassionati. Anche i massimi esperti di casa nostra convengono che sia uno scrittore poco conosciuto; e anche poco tradotto. Il mitico catalogo Vegetti elenca solo otto romanzi, e l'ultima ristampa risale al 1973; in realtà il Vegettalogo non è aggiornato, per cui bisogna dire che di recente Mimesis ha ripubblicato Oltre Apollo, purtroppo in una traduzione che lascia alquanto a desiderare; Urania ha fatto la sua parte, riproponendo nel 2012 Il mondo di Herovit; nello stesso anno Edizioni della Vigna ha proposto Galassie (aggiungo che fortunatamente tutti e tre questi titoli sono disponibili in formato ebook su Amazon.it). Oltre a questo sparuto manipolo di titoli da scaricare o andare a cercare per bancarelle o su comprovendolibri.it, ci sono parecchi racconti, ma sapete com'è con la narrativa breve, si disperde in tante raccolte o in appendice a qualche vecchio Urania, quindi reperirla non è affatto facile, anzi!
E comunque, quattro quinti dell'opera di Malzberg non sono disponibili in italiano; togliamo pure la serie di Lone Wolf e i romanzi erotici, restano comunque più di venti romanzi di fantascienza (più tanta saggistica); insomma, vediamo sì e no la punta dell'iceberg. Ebbene, questo articoletto cercherà di farvi conoscere un po' meglio questo scrittore, anche se non mi sarà possibile fare una panoramica completa. Più che altro toccherò alcune opere, non tutte tradotte, tanto per consentirvi di farvi un'idea; dopodiché, buona fortuna nella caccia al libro.

Partiremo da un romanzo non tradotto che s'intitola The Falling Astronauts, risalente al 1971. Gli astronauti cadenti, potremmo dire, o in caduta magari libera. Non dobbiamo trascurare il contesto storico; solo due anni prima Armstrong, Aldrin e Collins con l'Apollo 11 avevano raggiunto la Luna e vi avevano piantato la bandiera americana (non cominciate con le storie del complotto che sulla luna non ci siamo stati; sareste a livello di quelli che ancora non hanno mandato giù Copernico e Keplero...). Anzi, si era nel pieno del programma, visto che allo sbarco del luglio 1969 avevano fatto seguito altre tre missioni (più quella abortita dell'Apollo 13), e nell'anno seguente si sarebbero avute le ultime due, la 16 e la 17. Era un tripudio per gli Stati Uniti, che avevano recuperato il ritardo con cui si erano gettati nella corsa allo spazio (avviata dall'URSS con lo Sputnik e il volo di Gagarin); un trionfo non solo simbolico, dato che (e oggi lo sappiamo ancor meglio di ieri), le tecnologie dello spazio erano in gran parte le stesse che servivano alle superpotenze per dotarsi di armi sempre più devastanti (soprattutto i missili intercontinentali balistici che potevano, e ancora possono, colpire qualsiasi punto del pianeta con testate all'idrogeno). E ricordiamo che il presidente della Luna non era più Kennedy (che pure aveva lanciato il progetto Apollo) né Johnson (che molto ci aveva investito, coi programmi Mercury e Gemini) ma niente di meno che Richard M. Nixon, che nel 1971 ancora non era andato a sbattere nello scandalo Watergate. America trionfante, appunto, con uno spettacolo iper-tecnologico diffuso dalla televisione su scala mondiale anche per far dimenticare le amarezze del Vietnam.
Ma un'altra comunità festeggiava le imprese lunari, una comunità non solo statunitense, e cioè quella degli scrittori e degli appassionati di fantascienza. Lo spazio non stava più solo dentro le riviste e nei volumetti di Urania (per noi italiani); lo spazio era a portata di mano, o meglio di missile. Col Saturno V del grande Wernher Von Braun (dei suoi trascorsi nelle SS non se ne parlava ancora...) eravamo arrivati sulla Luna, Marte sembrava logicamente la prossima tappa, e poi, come aveva detto Kubrick nel film epocale di quegli anni, Giove e oltre l'infinito...
Proprio nel bel mezzo di tutto questo esce The Falling Astronauts, opera di uno scrittore allora poco più che trentenne, sicuramente appartenente alle nuovissime leve della fantascienza anche rispetto ai nomi nuovi degli anni Sessanta (Dick, Ballard, Zelazny, Moorcock, Delany, Russ, Tiptree, LeGuin...). Il romanzo è ai limiti tra fantascienza e realismo; niente viaggi interstellari. Parla un astronauta fallito, Richard Martin, che durante una missione Apollo è stato colto da una vera e propria crisi isterica mentre, in orbita attorno alla Luna, non aveva altro da fare che aspettare il ritorno a bordo dei due astronauti scesi sul nostro satellite. La botta da matto (che viene descritta per frammenti man mano che la storia procede) gli è costata la carriera, anche se l'Agenzia (cioè la NASA) non ha ritenuto opportuno divulgare la faccenda; lo hanno tenuto in servizio (per il momento) ma invece di prepararsi a un'altra missione (del tutto esclusa!) si occupa di conferenze stampa dove i soliti giornalisti fanno le solite domande con risposte preconfezionate dall'Agenzia. La NASA vuole vendere l'idea che lo spazio non è niente di pericoloso e minaccioso; che tutto funziona a dovere; che gli astronauti sono professionisti colla testa sulle spalle che sanno quello che fanno; che tutto nelle missioni è programmato a puntino e funziona come un orologio svizzero (o il motore di un'autovettura tedesca...). Insomma, niente imprevisti, niente sorprese, niente colpi di testa; per cui la crisi di nervi del protagonista di The Falling Astronauts non deve trapelare; nessuno deve saperne niente.
Fin qui, di fantascienza non ce n'è molta: la storia della crisi di nervi di Martin si rifà alla difficile missione Mercury di Scott Carpenter (Aurora 7, Maggio 1962 per la precisione), che ebbe seri problemi tecnici durante il rientro, tanto che venne dato per morto finché la sua capsula non venne ritrovata a più di 300 chilometri dal punto previsto di ammaraggio; e si racconta che Carpenter chiedesse affannosamente per radio di essere tirato fuori dalla capsula ( non a caso le sue parole costituiscono l'epigrafe del romanzo di Malzberg). Insomma, in un periodo di trionfo politico e tecnologico per gli Stati Uniti, il nostro racconta una storia di fallimenti; ma non finisce qui. Martin deve dirigere le conferenze stampa della nuova missione lunare, che vede impegnati i suoi colleghi Allen, Davis e Busby. I loro nomi sembrano veri: cognomi bianchi, anglosassoni e protestanti, come quelli di tutti gli storici astronauti del programma Apollo (prevalentemente piloti dell'aeronautica militare americana, anche se le capsule delle missioni lunari non venivano praticamente pilotate tranne in pochi momenti, e sempre sotto stretto controllo dalla Terra). È l'America normale, quella che la NASA rappresenta, sia nella realtà storica che nel romanzo di Malzberg, pur con la crepa costituita dal cedimento di Martin.
Ma la nuova missione non è affatto normale. L'Apollo imbarcherà delle testate nucleari, che verranno fatte detonare sulla Luna per un esperimento sismologico. E la responsabilità dell'uso delle bombe ricade su Busby, il terzo astronauta, quello che – come Martin – non scenderà sulla Luna ma resterà in orbita ad attendere che rientrino gli altri due prima di far partire i fuochi d'artificio.
Martin comincia a notare qualcosa di strano nei rapporti tra i tre astronauti; Allen, comandante della missione, sembra rigido e talvolta impacciato; Davis, un sociologo, sembra un pesce fuor d'acqua e decisamente tonto; Busby pare avere qualche cosa in testa di strano, e Martin non può non identificarsi con lui, dato il ruolo pressoché identico che rivestono nelle missioni, e comincia a chiedersi se il terzo astronauta non stia arrivando anch'egli al punto di rottura.
Non voglio aggiungere altro, anche perché il finale riserva qualche sorpresa. Voglio solo far notare come Malzberg prenda allegramente (si fa per dire) a martellate l'immagine degli astronauti che la NASA proponeva anche nella realtà storica: uomini tutti d'un pezzo, bianchi, capelli col taglio militare, famiglie perbene, mogli impeccabili. Tutto il contrario di quei giovani coi capelli lunghi e vestiti in modo fantasioso che giravano allora per le strade dell'America facendo uso di sostanze proibite, ascoltando musica chiassosa, protestando contro il Vietnam e le politiche repressive di Nixon. Insomma, Malzberg aveva ben chiaro, ed è un punto fondamentale del romanzo, che l'intero programma Apollo (che sicuramente costituiva un enorme investimento tecnoscientifico la cui ricaduta è stata effettivamente enorme), era anche un investimento sociopolitico: doveva proporre agli americani un modello di normalità americana proiettato nello spazio. Un modello vincente.
Ma questo, ed è un discorso che nel romanzo torna spesso, porta alla noia. Che gusto c'è a seguire imprese spaziali sempre uguali, dove tutto è previsto, dove tutto accade all'ora X già fissata da mesi, dove gli astronauti dicono cose già scritte, dove non c'è una sorpresa che sia una? Tolta la prima missione lunare, quella dell'Apollo 11, sembrava che le successive fossero repliche; difficile anche distinguere gli astronauti, simili com'erano. Ce ne fosse stato uno nero, asiatico, italoamericano, ebreo, nativo americano, niente: tutti sani ragazzoni biondi o rossi e cogli occhi azzurri. Alla fine ci ricordiamo l'Apollo 13 proprio perché lì le cose non andarono per il verso giusto e ci fu un po' di dramma, una vera suspense; è la missione fallita che è restata impressa.
Malzberg, insomma, aveva capito cosa intendeva dire Ballard (come al solito il visionario di Shepperton aveva già intuito tutto) quando aveva affermato che l'impresa spaziale americana sarebbe durata poco perché aveva lasciato fuori l'immaginazione. Nell'ansia di tutto programmare fino al minimo insignificante dettaglio, la NASA aveva realizzato un'avventura che di avventuroso non aveva nulla. La noia e il disinteresse del pubblico americano dopo i primi voli fece sì che nel 1972 il programma venisse interrotto cancellando le tre missioni previste e spostando i fondi (ridotti) sullo Space Shuttle. Dopodiché, come ben sappiamo, ci si limita a fare girotondi attorno alla Terra e a sparare qualche sonda verso i pianeti lontani; un po' poco, date le aspettative di allora.
Ma Malzberg non si limita a sbeffeggiare la volontà di controllo totale del programma spaziale e la sua presunzione di portare nello spazio l'assoluta normalità (o quella che l'establishment americano di allora voleva imporre come normalità); ha anche qualcosa da dire sul fatto che il linguaggio degli astronauti era assolutamente censurato, mai un'imprecazione, mai – soprattutto – un'oscenità. Il sesso nello spazio era escluso. Vietato. Impensabile. Anche solo nominarlo, non se ne parla!
E qui l'autore di The Falling Astronauts fa i conti al tempo stesso con il puritanesimo della NASA e quello della fantascienza tradizionale, che dai tempi di Gernsback aveva rimosso il sesso dal genere, perché essendo le riviste pulp rivolte agli adolescenti non dovevano dare scandalo in nessun modo. Magari mettere una bella ragazza un po' discinta (poco!) in copertina, minacciata dall'alieno lubrico, quello sì; ma poi nei racconti niente sesso, siamo fantascientisti. Malzberg, che è un iconoclasta nato, non ci sta. La prima scena del romanzo descrive un rapporto sessuale tra Martin e la moglie nel quale l'astronauta si vede come una navicella che si aggancia a una stazione orbitale (le prime parole del primo capitolo, per di più in maiuscole, sono DOCKING MANEUVER, cioè “manovra d'attracco”...). Malzberg vuole schiaffeggiare subito i suoi lettori; e poi si dilunga a parlare della disastrosa relazione di Martin con la moglie (il divorzio è all'orizzonte perché lei non sopporta più la vita da sposa dell'astronauta), della loro alienata vita sessuale, così come torna e ritorna a descrivere il momento del crollo di Martin durante la sua missione, presentando un'immagine dell'astronauta ben diversa da quella vincente e tutta d'un pezzo offerta dalla NASA.
Non stupisce quindi che le reazioni da parte del mondo della fantascienza non fossero esattamente entusiastiche. Come osava Malzberg buttare fango sul programma Apollo, che sembrava aprire la via dello spazio che fin dai tempi di Verne era stata evocata da gran parte degli scrittori e degli appassionati di fantascienza? Non sorprende che Bob Shaw dicesse, commentando un altro romanzo di Malzberg sempre incentrato sulla figura dell'astronauta (e collegato come vedremo con The Falling Astronauts), “Per me Oltre Apollo di Malzberg è l'epitome di tutto quello che è andato storto nella fantascienza negli ultimi dieci anni”. Non è un giudizio incoraggiante.

Ma cos'ha Oltre Apollo che disturbò così tanto uno scrittore classico di fantascienza come Shaw? Diciamo subito che in pratica si può leggere tranquillamente come un sequel di The Falling Astronauts, anche se Malzberg non lo dice apertamente. Il programma lunare è chiuso; la NASA ha fatto un tentativo con Marte, finito male anche se non si spiega più di tanto come mai; si tenta allora di raggiungere Venere con un equipaggio ridotto per risparmiare, solo due uomini, e cioè Evans, l'io narrante del romanzo e il Comandante; una spedizione fatta nella speranza di avere un successo comunque, pur nella consapevolezza che Venere potrebbe essere un posto ancor più inutile della Luna. Ma le cose non vanno a finire affatto bene, come si capisce già dall'inizio della narrazione:

A modo mio lo amavo, il Capitano, anche se sapevo che era matto, il povero bastardo. Ma era colpa sua solo in parte: uno deve tener conto delle condizioni. Le condizioni erano intollerabili. Questa cosa non funzionerà mai.

Solo Evans è tornato dal viaggio verso Venere. Che fine ha fatto il Capitano? Solo Evans lo sa veramente, e non si fa problemi a dirlo: racconta, racconta, racconta, solo che ogni volta la storia è diversa. E le varie versioni di cosa è successo durante il viaggio verso il secondo pianeta sono incompatibili tra di loro. Il Comandante si è suicidato, no, l'ha ammazzato Evans per difendersi perché era impazzito, no, è stato suggestionato telepaticamente dai venusiani, no... una girandola di versioni contrastanti. Perché l'astronauta fa questo? Dopo un po' che si seguono i suoi ragionamenti e sproloqui, è inevitabile farsi venire il dubbio che Evans sia impazzito durante il viaggio, ma arrivando a una situazione di disagio mentale ben più grave di quella di Martin in The Falling Astronauts. Non a caso è ricoverato in un'istituzione a metà tra il carcere, il manicomio e una base spaziale, ed è seguito da Forrest, uno psichiatra che si sforza, per quanto con metodi discretamente grotteschi (ma il grottesco in Malzberg spunta da tutte le parti, come ci si può aspettare da un discepolo di Kafka quale lui è), di far confessare Evans, di arrivare alla vera storia della spedizione su Venere e del suo fallimento. Ma è veramente pazzo, Evans, oppure finge di esserlo perché quello che sa non lo vuole comunicare, forse perché è una rivelazione troppo devastante per l'umanità?
Di sicuro l'immagine dell'astronauta che il romanzo trasmette è l'esatto opposto di quella rassicurante e ordinata e prevedibile che tanto piaceva alla NASA, e – c'è da credere – anche al presidente Nixon.
Pensate cosa sarebbe successo se dalla Luna fossero tornati solo Collins e Aldrin, e avessero cominciato a raccontare versioni diverse della morte di Armstrong, incluse scene di omosessualità. Ecco, questa assoluta mancanza di rispetto per il mito degli astronauti come si era andato costruendo per tutti gli anni Sessanta, fino all'apoteosi della notte della Luna, spiega abbastanza bene perché a Bob Shaw (e altri autori di fantascienza più tradizionalisti) Oltre Apollo restò proprio sullo stomaco. Ma Malzberg non si ferma qui. In pratica Evans, oltre a essere la negazione dell'astronauta eroico e responsabile (che era stato proposto non solo dalla NASA, ma anche da classici della fantascienza come “La caverna della notte” di James Gunn, oppure Oltre Venere di John Wyndham), è anche un autoritratto dello scrittore di fantascienza. Lo dice Evans stesso, che ha intenzione di scrivere un romanzo, proprio all'inizio del secondo capitolo; alla fine il romanzo verrà scritto e addirittura acquistato da una casa editrice (la stessa che effettivamente pubblicò Oltre Apollo). Ma allora chi parla veramente? L'astronauta Evans di ritorno da una missione misteriosamente fallita, o Barry Malzberg che finge di essere Evans? Del resto, da un certo punto di vista sia l'astronauta che lo scrittore dovrebbero dirci com'è andata, e raccontarci una storia che abbia un capo e una coda; ma non lo fanno né Evans né Malzberg. Ci presentano tante possibilità, ma alla fine non sappiamo a quale credere.
Capirete che i lettori affezionati a una fantascienza dove alla fine le cose, anche se per caso dovessero andare a finire male, si spiegano (come nel caso di un altro classico racconto di viaggio su Marte, “L'uomo che perse il mare” di Theodore Sturgeon), saranno rimasti piuttosto sconcertati alla lettura di Oltre Apollo, soprattutto tenendo conto che nei primi anni Settanta, nonostante si fosse avviata l'ondata sovversiva e rivoluzionaria della New Wave (sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti), la stragrande maggioranza dei lettori abituali di fantascienza era rimasta legata alla tradizione dell'Età dell'Oro. Ma Malzberg, pur conoscendo benissimo la tradizione del genere, guarda anche ad altri modelli: Kafka, come s'è detto, ma anche Norman Mailer, per non parlare del più grande iconoclasta del genere (un altro che faceva perdere la pazienza ai “vecchi leoni”), e cioè J.G. Ballard; e nella sua scrittura si sentono anche echi di un altro teppista come Philip Roth, il Roth degli esordi, del Lamento di Portnoy (sarà un caso se tre di questi quattro ispiratori sono accomunati a Malzberg dall'origine ebraica?).
Nello stesso anno in cui esce Oltre Apollo il nostro pubblica anche Revelations, altro romanzo inedito da noi. Peccato, perché l'argomento è assolutamente d'attualità, fors'anche più delle imprese dei cosmonauti. (Ci tengo a far notare che nel solo 1972 Malzberg pubblicò ben sei romanzi; è vero che non erano di quei mattoni ai quali siamo abituati oggi – la misura tipica del nostro è poco sotto le 200 pagine – ma come produttività credo ci siano pochi altri che gli tengano testa, forse Silverberg e Moorcock...)
Revelations (credo di non dover tradurre) è il titolo di un programma televisivo immaginario, condotto dallo spregiudicato presentatore Marvin Martin. La formula del programma è qualcosa che oggi ci risulta familiare, ma quarant'anni fa suonava decisamente fantascientifica: a ogni puntata si presenta una persona a raccontare la storia della sua vita; Martin praticamente fa a pezzi l'ospite, ponendogli domande imbarazzanti e spesso offensive sulle sue motivazioni, sui suoi rapporti personali, sulla sua famiglia, sulla sua moralità, e ovviamente (abbiamo capito che è un chiodo fisso di Malzberg, ma di chi non lo è?) sulla sua vita sessuale. In pratica l'ospite sta lì per essere sadicamente demolito da Martin, sotto gli occhi degli spettatori che se la godono un mondo. La giustificazione di questo linciaggio televisivo è che così si accede alla vera vita delle persone, che si fanno cadere tutti i tabù e le ipocrisie, che si vede la realtà in faccia per quello che è. Erano o non erano gli anni della liberazione dei costumi, quelli? Insomma, nel 1972 Malzberg aveva previsto quella che oggi chiamiamo reality TV, e quel che succede agli ospiti di Revelations altro non è che una versione intensificata del trattamento riservato da un talk radio host come Cruciani ai malcapitati che hanno la cattiva idea di telefonare alla Zanzara su Radio24...
Ma la realtà della TV è quanto di più artefatto ci sia. Prima di andare in onda gli ospiti vengono selezionati da Hurwitz, il braccio destro di Martin, che screma tutti i mitomani e quelli che non hanno storie sufficientemente interessanti; inoltre, prima di andare veramente in onda, i vari personaggi selezionati devono sostenere dei colloqui preliminari con il presentatore. Tutto è orchestrato in anticipo, tutto è calcolato e preparato. Proprio come nella cosiddetta reality TV, proprio come nel Grande fratello. Proprio come nelle missioni lunari...
Quando il romanzo inizia, in realtà, Revelations è in fase calante. Ha avuto due anni di gran successo, ma ora, a metà della terza stagione, comincia a perdere colpi, e Hurwitz ne è ben consapevole; come pure lo sa Martin, che diventa per questo sempre più irritabile e aggressivo. Per quanto all'inizio la novità fosse scioccante, la gente alla fine si abitua e si annoia (un po' come gli sbarchi sulla Luna...). Per cui Hurwitz viene messo spietatamente sotto pressione da Martin: deve trovare assolutamente ospiti che buchino lo schermo, storie sconvolgenti, cose mai sentite. Tra l'altro, c'è anche il problema di qualche rete televisiva concorrente che è riuscita occasionalmente a infiltrare in Revelations dei personaggi tarocchi, gente dalle storie contraffatte, che in trasmissione fanno crollare miseramente il programma.
E a questo punto torna in scena lo spazio: Hurwitz riceve una lettera da un ex-astronauta, Walter Monaghan, che vuole partecipare al programma. Ne ha di cose da rivelare, e le descrive con dovizia di particolari nella sua lettera, alla quale allega un lungo memoriale: lo sbarco sulla Luna è stata una truffa, tutto ricostruito in uno studio televisivo, la NASA non ce l'ha fatta ad arrivare al nostro satellite, è stato una fallimento, e per nasconderlo al pubblico americano le scene dello sbarco sono state girate in studio, ricostruite nei minimi dettagli. Inoltre, diversi astronauti sono impazziti per le cose spaventose che hanno dovuto sopportare durante le missioni lunari; alcuni sono stati fatti sparire, ricoverati in cliniche psichiatriche segrete per evitare che il pubblico americano scoprisse l'altra faccia del programma spaziale.
Ma come fanno a stare insieme le due cose? Se gli astronauti non sono andati veramente sulla Luna, com'è che sono impazziti per lo stress delle missioni? Le spiegazioni di Monaghan non convincono del tutto, e Hurwitz comincia a chiedersi se l'ex-astronauta non sia un mitomane, o non sia squilibrato al punto da non sapere più bene cosa gli è successo (come, forse, Evans in Oltre Apollo), o magari sta fingendo per qualche scopo losco; ma Marvin Martin decide che il caso di Monaghan è interessante, per cui vuole andare fino in fondo e portarlo in trasmissione...
Ecco, mi fermo qui perché anche Revelations ha un finale che sorprende, e ricollega il romanzo a parecchie cose accadute nel decennio immediatamente precedente alla sua pubblicazione, non solo il programma Apollo e l'epopea lunare. Però credo che a questo punto vi sarete fatti un'idea della stranezza della fantascienza di Malzberg, ma anche della sua complessità. Sono romanzi che fanno sicuramente girare la testa e spiazzano, e il motivo per cui alla fine della fiera il nostro resta una figura in ombra a casa sua, e pochissimo conosciuta da noi, è che molti appassionati di fantascienza, anche se parlano spesso di sense of wonder, dei giramenti di testa ne hanno paura.
Ma se non avete problemi a farvi scombussolare, se il sesso (raccontato) non vi disturba, se le personalità contorte e psicotiche non vi spaventano, se le storie labirintiche dove ci si perde facilmente non vi scoraggiano, e se pensate che la nostra realtà sia tutt'altro che razionale e ordinata ma includa una bella fetta di pazzia, allora sicuramente la lettura della narrativa di Malzberg potrebbe interessarvi, e forse pure (chissà) piacervi.
Chiudo il discorsetto con un'ultima noticina: pare che qualcuno abbia in programma di realizzare un film basato su Oltre Apollo. Si parla di Bill Pullman come interprete. Il grande database del cinema, IMDB, lo dà in fase di sviluppo, il che non vuol dire molto; la storia del cinema è piena di progetti non realizzati. In ogni caso, vuol dire che l'interesse attorno a Barry Norman Malzberg e alle sue storie scombussolate e scombussolanti ancora non è morto, come prova anche il fatto delle recenti ripubblicazioni (da noi, per quanto poche) e del permanere in stampa, se non altro in formato ebook, delle sue opere (in inglese). Può essere benissimo che di lui e dei suoi astronauti esauriti, sbroccati, falliti, bugiardi, inattendibili e inaffidabili ne sentiremo riparlare.

Umberto Rossi


*    Tutti scritti, a detta di Malzberg, in meno di un anno.