domenica 24 luglio 2016

L'ULTIMO CASTELLO di Jack Vance

Per quel che mi riguarda, non posso sminuire il mio rango di gentiluomo di Hagedorn. Questo dogma è per me una cosa naturale come il respirare; se venissi meno al mio credo diventerei una larva di gentiluomo, una grottesca maschera di me stesso. Questo è Castello Hagedorn e noi rappresentiamo l'apice della civiltà umana. Quindi ogni compromesso diventa degradazione; ogni diminuzione del nostro livello, diventa disonore. Ho sentito la parola "emergenza". Che cosa deplorevole! Classificare il topesco agitarsi dei Mek con la parola "emergenza" è per me indegno di un gentiluomo di Hagedorn!
(trad. di Franco Giambalvo)

Nel 1963 Jack Vance (1916-2013) si aggiudicò lo Hugo Award for Best Short Fiction con The Dragon Master. Quattro anni dopo lo scrittore californiano avrebbe replicato il premio, stavolta nella categoria Best Novelette, con un'altra perla della sua vasta produzione: L'ULTIMO CASTELLO ovvero The Last Castle. L'opera era uscita nell'aprile del 1966 sulla rivista Galaxy Magazine, curata all'epoca da un altro big della fantascienza come Frederik Pohl, e avrebbe assicurato allo scrittore californiano anche un Nebula Award for Best Novella.
La metà degli anni Sessanta fu un periodo impegnativo nella carriera di Vance, che riuscì a scrivere questo romanzo breve mentre, allo stesso tempo, riprendeva in mano l'epopea della Terra Morente - del 1965 è l'uscita di The Overworld - e faceva entrare nel vivo le gesta del vendicatore Kirth Gersen con la pubblicazione, nel 1967, del romanzo The Palace of Love, terzo capitolo della serie dei Principi Demoni. Non meno indaffarata fu la moglie di Jack, Norma Genevieve Ingold, che del marito fu sempre instancabile collaboratrice e revisore.
Come testimoniano i tanti viaggi in giro per il mondo, Vance aveva un grande interesse per le culture esotiche, lontane nel tempo e nello spazio, da cui traeva spunto per le sue creazioni: in questo caso fu la civiltà giapponese, in particolare quella incarnata dalla classe dei samurai nel tardo periodo Tokugawa (secc. XVIII/XIX), a dare un forte contributo alla cultura aristocratica descritta in The Last Castle. Questa tipologia di società fantastica, ricca di convenzioni, dedita alla meditazione estetica e pericolosamente imbevuta di atteggiamenti vanitosi e narcisisti, rientra tra quelle predilette dall'autore di San Francisco, tanto da ritrovarle spesso in giro per l'Oikumene o la distesa Gaeana. Come in The Dragon Master, al centro della trama vi è una minaccia esterna, rappresentata dalla rivolta dei Mek, schiavi alieni deportati sulla Terra in un futuro remoto. La mentalità ottusa e sprezzante degli umani è tale che l'epilogo non è felice bensì malinconico e triste per la magnificenza perduta. Infatti, a differenza dei samurai, quasi tutti i gentiluomini di Hagedorn, ultimo castello nonché baluardo della più raffinata civiltà umana, sono privi di spirito marziale e non sanno far fronte a una sfida mortale e inaspettata, al di là di vane e roboanti dichiarazioni.
La considerazione che si può trarre dalla storia – riflessioni sulla condizione umana non mancano in Vance, per il resto votato esclusivamente al divertimento del lettore – è che il distacco eccessivo e prolungato dalla realtà porta inevitabilmente all'autodistruzione e non esistono muraglie che possano difendere lo status quo dalla catastrofe incombente.
In breve, un classico vanceano che sfida il passare dei decenni, ancora oggi capace di stupire piacevolmente il lettore.

Edizioni italiane di The Last Castle:

Stefano Sacchini







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