domenica 26 luglio 2015

IL SAPIENTE DI DARKOVER di Marion Zimmer Bradley




"Non hai mai saputo niente delle donne, Bard. Sai solo ciò che preferisci credere su di loro, e questo è molto lontano dalla verità."
"E quale sarebbe la verità?" chiese lui, in tono di disprezzo.
"Non avresti il coraggio di conoscerla. Ma se avessi quel coraggio, accetteresti di sapere la verità, mente a mente, senza menzogne."
"Non sapevo che tu fossi una Sapiente", disse Bard, "ma sono sicuro di me stesso. Se avrai il coraggio di mostrarmi la tua mente, non ho paura di quel che vi vedrò."
Carlisia si portò la mano alla gola, dove tenva la pietra matrice. Disse:
"Va bene, Bard. E che Avarra abbia pietà di te, perché io non ne avrò. Saprai quello che sono io… e quello che sei tu."
(trad. di Riccardo Valla)

Quarta di copertina:
Alla fine delle Età del Caos, quando armi magiche sempre più incontrollabili minacciavano di distruggere la Terra dei Cento Regni, il Sapiente di Darkover, Varzy il Saggio, convinse i principali regni a sottoscrivere il Patto che proibiva l'uso delle armi non cavalleresche. La storia di Varzy, che voleva unificare sotto il Patto tutto il suo mondo, e quella del suo avversario Bard di Asturien, il generale che voleva unificarlo conquistandolo con le sue armate, è narrata ne IL SAPIENTE DI DARKOVER.

La quarta di copertina e il titolo dell'edizione italiana sottolineano l'importanza de IL SAPIENTE DI DARKOVER (Two to Conquer, 1980) nel quadro della storia, plurimillenaria, del pianeta dal sole rosso. Gli eventi di questo libro, il quattordicesimo della serie scritto da Marion Zimmer Bradley (1930-1999), narrano la genesi del famoso Patto che, mettendo al bando le armi magiche, come pece stregata, carri volanti e polveri velenose, pose fine alle travagliate Età del Caos.
In realtà la storia non ha come protagonista il sapiente Varzy di Neskaya, che compare solo a narrazione avanzata, quanto una delle più singolari figure di tutto il ciclo: il generale Bard, conosciuto come il Lupo dei monti Kilghard.
Maschilista, omofobo, concentrato di brutte abitudini, al tempo stesso capace di sorprendenti slanci di bontà e di furenti scatti d'ira, dei quali fanno le spese anche amici e congiunti, Bard dà più volte dimostrazione di un carattere impetuoso e arrogante. Difficile provare simpatia per un personaggio di tale fattura; grande sarà quindi la sorpresa del lettore dinanzi alla sua trasformazione finale.
Nel romanzo compare un elemento strettamente fantascientifico: Paul, essere umano dell'impero terrestre e "gemello cosmico" di Bard (da qui il titolo originale), all'inizio del libro viene teletrasportato su Darkover, grazie all'immenso potere delle pietre matrici. Singolarmente la Bradley non sfrutta il punto di vista "alieno" del terrestre per descrivere il mondo di Darkover, a migliaia di anni dal naufragio che ha dato il via alla colonizzazione umana. Anche Bard sembra poco o nulla interessato all'origine del suo gemello spaziale. La Bradley sviluppa soprattutto il lato sentimentale della trama. Bard è fornito di robusti appetiti sessuali e il suo principale passatempo, oltre a maneggiare spada e pugnale sul campo di battaglia, è quello di disseminare i Cento Regni di figli illegittimi. I suoi travagliati amori, ben tre, hanno come protagoniste due sapienti e una principessa e costituiscono l'elemento portante della storia. Come se non bastasse, anche il terrestre Paul finisce per cadere nella trappola del fascino femminile "made in Darkover".
Quindi un romanzo dai risvolti soprattutto romantici, con un pizzico di erotismo, nel quale gli elementi fantastici, pure importanti, sono però secondari.
Come tutti i lavori di questa serie science fantasy, IL SAPIENTE DI DARKOVER è autoconclusivo e si può leggere singolarmente;  fornisce altresì una serie di informazioni che, funzionali alla coerenza interna della trama, entrano in contraddizione con elementi presenti in altri romanzi. Questa è una delle cause, per esempio, per cui è difficile tracciare un quadro chiaro e definito della geografia di Darkover.
Forse non tra i libri più riusciti della scrittrice statunitense, IL SAPIENTE DI DARKOVER ha comunque il pregio di essere una lettura moderatamente appassionante e soprattutto scorrevole, grazie anche alla consueta, ottima traduzione di Riccardo Valla.

Marion ZIMMER BRADLEY, IL SAPIENTE DI DARKOVER (Two to Conquer, 1980), trad. di Riccardo Valla, Editori Associati, collana TEADue (n. 86), pp. 336, 1991.

Stefano Sacchini
 

mercoledì 22 luglio 2015

VALOUR. L'ASTRO SPLENDENTE di John Gwynne



Il Sole Nero la Terra nel sangue bagnerà
l'Astro Splendente ai Tesori unirsi dovrà.
Dai loro nomi conoscerai i loro altari:
Sterminatore del Sangue, Vendicatore del Sangue, Amico
Dei Giganti, Cavalcadraig,
Potere Oscuro contro Portatore di Luce.
Uno sarà Marea, l'altro Roccia nel turbine de'mari.
(trad. di Stefano A. Cresti)

Seconda di copertina:
"L’annosa guerra condotta dal re di Tenebral, Nathair, ha ormai devastato le Terre dell’Esilio. Insieme alla sua perfida e intrigante alleata, la regina Rhin di Cambren, i cui reali obiettivi sono sconosciuti allo stesso sovrano, il conquistatore percorre quelle immense lande con il suo esercito spietato, sterminando chiunque si opponga alla sua crociata e schiacciando sotto il suo giogo le genti sconfitte. Data per morta, Cywen ha perso la sua famiglia e ha visto la sua patria saccheggiata dai crudeli invasori. Ma non ha scelta: dovrà battersi con tutte le forze per sfuggire ai nemici, per i quali rappresenta una pericolosa minaccia che può intaccare il loro potere. Suo fratello Corban, intanto, vaga esiliato insieme ai compagni alla ricerca dell’unico luogo che possa dare loro rifugio: il Domhain. Ma per raggiungerlo dovranno affrontare le bande di guerrieri di Cambren, i giganti e i wolven delle montagne. Saranno queste le prove che il giovane Corban dovrà superare per diventare colui che tutti credono sia: l’Astro Splendente destinato a liberare le Terre dell’Esilio."

Avete letto e riletto l'intera saga dei Drenai di David Gemmell? Aspettate con ansia il prossimo romanzo di George R.R. Martin o Joe Abercrombie? Per ingannare l'attesa, la serie "La Fede e l'Inganno" di John Gwynne (classe 1968) è la lettura ideale. Con un'avvertenza: nei romanzi di questo autore, almeno in quelli pubblicati sinora, manca sia la crudezza di Martin, sia l'ironia di Abercrombie.
VALOUR (Valour, 2014), secondo capitolo del ciclo inaugurato tre anni fa, riprende le vicende bruscamente interrotte in "Malice". A differenza di quest'ultimo, in VALOUR il ritmo della narrazione è decisamente più spedito, ci sono meno pause e aumentano vertiginosamente le scene di battaglia e i duelli. S'ingrossa pure il numero di personaggi, soprattutto femminili, a fare da contorno alle gesta del protagonista: il giovane Corban, "prescelto" da un'antica profezia a raccogliere attorno a sé una serie di oggetti magici, i Tesori, e contrastare così il paladino del Male.
La magia, seppur presente, non è fin qui l'elemento portante della storia. Lo stile di Gwynne, semplice e senza fronzoli, è scorrevole e aiuta a leggere speditamente le quasi ottocento pagine del libro.
Indubbiamente i personaggi, tutti o quasi, sono stereotipati; la trama è movimentata da una ricca serie di colpi di scena, per la maggior parte prevedibili. Soprattutto, non siamo di fronte ad alti livelli di originalità. E' probabile che lo scrittore inglese, nato a Singapore dove il padre era di stanza con la Royal Air Force, non fosse interessato a questo obiettivo quanto ad emulare, più fedelmente possibile, l'opera principe di George R.R. Martin. Infatti, sparsi qua e là nei libri di Gwynne gli omaggi alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sono numerosi.
VALOUR è quindi consigliato principalmente agli amanti del fantasy moderno. Forse non entrerà nell'Olimpo del genere (sebbene alcuni riconoscimenti questa serie se li sia conquistati, come un David Gemmell Legend Award nel 2013 per il miglior romanzo d'esordio) ma sicuramente allieterà, senza grandi pretese ed emozioni eccessive, le ore trascorse sotto l'ombrellone, in attesa di letture più stimolanti. In Inghilterra è in uscita il terzo (e conclusivo?) volume: "Ruin".

Chi volesse saperne di più su John Gwynne e le Banished Lands può visitare il sito dell'autore: http://www.john-gwynne.com

John GWYNNE, VALOUR. L'ASTRO SPLENDENTE (Valour, 2014), trad. di Stefano A. Cresti, Fanucci, collana Immaginario Fantasy, pp. 780, 2015, prezzo 25,00 € (ebook 4,99 €).

Stefano Sacchini

mercoledì 15 luglio 2015

QUANDO LA FANTASCIENZA NON ARRIVA IN ITALIA




Certo che tra i lettori ci sarà sicuramente qualcuno più aggiornato di me, premetto che questo articolo non vuole essere esaustivo sul tema, ma fungere da spunto di interesse per tutti gli appassionati di cinema di fantascienza che non vogliono limitarsi a guardare solo nel proprio orticello.
Che il panorama cinematografico fantascientifico non mostri in Italia grandi orizzonti è ormai cosa abbastanza evidente. Salvo poche eccezioni, la cosa in effetti non stupisce, soprattutto se si prende in considerazione il fatto che in Italia vengono distribuite in prevalenza opere di puro entertainment come le saghe Marvel o baracconate alla Michael Bay nelle quali se una città non viene devastata e non esplodono almeno un migliaio di macchine non è contento.
Purtroppo sembra proprio che sia questo tipo di film a essere premiato ai botteghini e ne abbiamo le prove con l’abominevole Transformers 4 o Jupiter "me ne sto andando al sonno" Ascending che dai Wachowski non ti aspetti (o forse sì?). Il problema è che altri titoli sarebbero da citare come il "se lo potevano risparmiare" Riddick, l'indecente e inutile remake di RoboCop di Padilha, il fiacco Elysium nonostante Blomkamp arrivasse dal sorprendente District 9, o il riattualizzato Godzilla che ogni tanto ci ricorda che lui sta sempre lì che ci aspetta al varco. Andando indietro nel tempo non possiamo non citare un Avatar dalla sceneggiatura così banale da essere solo il pretesto per l’abbuffata di Computer Graphics o un Prometheus così sempliciotto da interrogarci su cosa possa essere mai capitato a Ridley Scott per calare così tanto dopo capolavori come Alien, Blade Runner e non solo.
Per nostra fortuna nella storia recente le sale hanno visto anche altri film più interessanti come Her, Gravity (anche se di Cuaròn ho preferito I Figli degli Uomini), il Verhoeveniano Humandroid, Chronicle, Moon, Edge of Tomorrow e due buoni prequel de Il Pianeta delle Scimmie.

Premesse le mie personalissime e colorite opinioni, vari motivi che possono andare dalle scelte delle case di distribuzione fino all'adeguamento alla richiesta del mercato italiano, hanno fatto sì che opere altrettanto valide non venissero trattate, limitandone drasticamente la visibilità. Se andiamo indietro nel tempo ci accorgeremo che lungo la strada abbiamo lasciato varie briciole, per non dire interi panifici, e molti sarebbero i titoli da citare a cominciare dall'interessantissimo Primer (Carruth, 2004), film singolare sui viaggi nel tempo affrontati con estrema originalità e che con solo 7.000$ è riuscito a vincere al Sundance Film Festival; il Dredd (2012) di Travis molto più fedele al fumetto e apprezzato dall’autore rispetto a quello con Stallone; fino ad arrivare a Europa Report (Cordero, 2013), una space oddity con Sharlto Copley finalista al Ray Bradbury Award del SFWA, vinto quell'anno a pieno titolo da Gravity. Notizia positiva è stata la recente distribuzione di Predestination (Spierig Bros., 2014), che era presente tra i suggerimenti, ma che ho dovuto togliere perché è finalmente nelle sale proprio in questi giorni anche se a distanza di un anno dalla sua uscita americana.
In particolare, oltre ai sopra citati, vorrei porre alla vostra attenzione tre film, ovvero: Mr. Nobody (Van Dormael, 2009), Coherence (Byrkit, 2013) e The Zero Theorem (Gilliam, 2013).

                                           Mr. Nobody (Van Dormael, 2009),
"Nemo Nobody conduce con sua moglie Elisa e i loro tre figli una vita assolutamente normale fin quando un giorno si sveglia all’improvviso nell’anno 2092: ha 120 anni ed è l’uomo più vecchio del mondo. Non solo: è anche l’ultimo mortale perché nel frattempo l’umanità è riuscita a sconfiggere la morte…"
Che dire di questo piccolo ambizioso capolavoro pluripremiato? In un futuro prossimo dove il transumanesimo ha vinto la morte, Signor Nessuno è l'ultimo essere umano ancora "puro" che sta per morire di vecchiaia. Tutti cercano di intervistarlo sul letto di morte a 118 anni, di conoscere la sua storia, ma essa si rileva incoerente eppure meravigliosa. Attraverso il ricordo di molteplici possibili vite, il film è una nuvola di storie alla "sling doors" che riflette sulla bellezza della vita, di tutta la vita, attraverso le molteplici scelte e percorsi. Tendendo una mano al romanzo “Il Mondo di Sofia” di Jostein Gaarder, grazie a intermezzi "didascalici" ed esplicativi, il film è una perfetta calibratura di tempi che, nonostante la lunghezza eccessiva, non inficiano in alcun modo lo spettatore a differenza magari di un succitato Avatar o del recente Interstellar.
Giocando con la metafisica e la fisica quantistica, Van Dormael ci guida attraverso gli intrecci delle vite non lineari con scene intense e avvincenti grazie un Jared Leto sopra le righe. Grazie all'empatia che riesce a trasmettere con la sua meravigliosa performance, Leto non può che farci appassionare alla storia di Nemo Nobody facendo volare i 141 minuti della pellicola coprodotta da Belgio, Canada, Francia e Germania.

Coherence (Byrkit, USA, 2013)
"Nella Finlandia del 1923 il passaggio di una cometa ha lasciato gli abitanti di una città completamente disorientati, al punto che una donna chiamò la polizia asserendo che l’uomo che aveva in casa non era il marito. Decenni dopo, un gruppo di amici durante una cena ricorda quello che è accaduto allora mentre si preparano a vedere il passaggio di un’altra cometa, che potrebbe far ripetere la storia alterando la realtà e causando fratture nei rapporti…"
Con un budget di soli 50.000$ il film è stato girato in cinque notti, in una singola location (la casa del regista) e con dialoghi largamente improvvisati così come lo era la sceneggiatura. Volutamente il film ha cercato di essere sperimentale, lasciando agli attori solo delle linee guida e sfruttando le loro capacità di interpretazione, anche se per fare questo è stata necessaria una lunga pianificazione. Questo thriller fantascientifico non sfrutta Computer Graphics, ma dimostra come si possa far girare un ottimo film di fantascienza intorno ad una serie di idee interessanti ed intelligenti, lavorando sulle teorie della fisica quantistica, degli universi paralleli e con il gatto di Schrödinger.
Nonostante non sia perfetto, Coherence è un piccolo gioiello che vale la pena di essere visto, così come il già citato Primer, soprattutto da chi si è stancato dei soliti blockbuster, ma vuole tornare a vedere i film girare intorno alle idee!

                                         The Zero Theorem (Gilliam, 2013)
"In un futuristico mondo orwelliano in cui l’umanità è controllata dal potere delle corporazioni e da “uomini videocamera” che rispondono alla losca figura nota solo con il nome di Management, il genio del computer Qohen Leth (Christopher Waltz) vive recluso all’interno di una ex cappella distrutta dalle fiamme. Eccentrico, solitario e afflitto da angoscia esistenziale, Qohen da tempo lavora su un misterioso progetto – il Teorema Zero – volto a scoprire lo scopo della vita, qualora ne esista uno…"
Il genio dell'informatica Qohen Leth (Waltz) è un sociopatico agorafobico alla ricerca di un senso per la propria vita che possa colmare il suo vuoto interiore. In un mondo fortemente debitore di Brazil, il Grande Fratello chiamato "Il Management" lo ingaggia per risolvere il "Teorema Zero" una trappola matematica che ha reso folli molteplici analisti prima di lui, ma che potrebbe svelare il senso della vita stesso o rivelarne la totale assenza. Qohen trascorre una vita sempre più alienata ed alienante, finché l'arrivo della bella Bainsley non cambia gli equilibri della sua realtà.
Il film porta la firma di uno dei registi più visionari in circolazione, il Terry Gilliam dei Monty Python che torna alla regia dopo quattro anni (Parnassus, 2009) e alla fantascienza dopo quasi venti (L'esercito delle 12 scimmie, 1995). Con questo film Gilliam unisce l'eredità lasciata da Brasil all'estetica cyberpunk di Blade Runner affrontando il tema delle relazioni sociali, sia virtuali che analogiche, riflettendo sulla necessità e desiderio del contatto umano in una comunità alienante nella quale Qohen dovrà imparare nuovamente a connettersi al prossimo.
Dotato di un cast di tutto rispetto che annovera Matt Damon, David Thewlis e Tilda Swinton, il film è stato presentato in concorso alla 70ª edizione del Festival di Venezia del 2013, senza mai arrivare nelle sale, ma per nostra fortuna girano voci circa una futura distribuzione nel corso di questo 2015.

Detto questo, auguro a tutti una buona visione.


Marc Welder

giovedì 9 luglio 2015

LE MEMORIE DI HELEWEN di Sebastiano B. Brocchi - La via alchemica del Fantasy




Un cammino costellato di luci e ombre, apici e abissi, ostacoli e imprese eroiche quello in cui ci conduce Sebastiano B. Brocchi, giovane autore svizzero nato il 18/03/1987 a Lugano, dove tuttora risiede.
Appassionato ed esperto in storia dell’arte, filosofia ermetica, simbologia sacra e alchimia interiore, Sebastiano B. Brocchi ha pubblicato nel 2004 la sua prima opera “Collina d’Oro-I Tesori dell’Arte”, nel 2005 “Collina d’Oro Segreta”, nel 2006 “Riflessioni sulla grande Opera”, nel 2009 “Favole Ermetiche” e nel 2011 “L’Oro di Polia” (casa editrice Kimerik).
Le memorie di Helewen è il primo libro della Saga dei Pirin, popolo di semidei delle alte montagne d’Oriente, di cui ben poco è noto.
Durante la primavera del sedicesimo anno dell’Ottava Era del mondo, il fiume Pafantehes-yedo è solcato da una zattera che trasporta verso la Villa delle Magnolie un uomo, una donna e un ragazzo di quindici anni dalla carnagione scura e su una sedia a ruote, Nhalfòrdon-Domenir, Splendente Narciso. Quella sarà l’ultima volta che egli vedrà i suoi genitori, diretti in una spedizione alla scoperta di terre sconosciute di oltreoceano. Il ragazzo viene affidato al padrino Helewen, un nobile signore di 240 anni, dotato di eterna giovinezza, poiché appartenente alla stirpe dei Pirin.
Seguirà un racconto sulle origini e le usanze di quel popolo e del regno di Lothriel e Domenir sarà incaricato di scriverne le molteplici storie senza trascurarne i particolari.
L’arrivo di Domenir presso la dimora di Helewen viene presentata dall’autore come un affresco dalle tinte vivide e soffuse, così come le numerose descrizioni che accompagnano la lettura, descrizioni precise e dettagliate, ma simili a pennellate filtrate con la lente del sogno. Ne risulta un quadro ricco di fascino ed estremamente funzionale alle vicende narrate.
Dal racconto dei Helewen prende vita un dedalo di storie che si intrecciano con sapiente leggerezza, dal raro pregio di saper scendere nella profondità dell’animo dei protagonisti, e inevitabilmente in quello del lettore, per intraprendere un cammino di trasformazione, simboleggiato da contrasti ricorrenti tra ombra e luce, sole e tenebra: “Avvenne, perciò, che una giovane libellula, nascosta sui fondali, vide come Uhilyn amò Theoson. Poco tempo dopo, la libellula emerse e compì la propria metamorfosi, involandosi leggera nell’aria. Fu lei a rivelare alla luce ciò che si era compiuto nell’oscurità del lago”. Un percorso attuato tramite l’uso di oggetti magici. Sono proprio tali oggetti che sublimano e sostengono l’animo già incorrotto dei protagonisti, portandoli a compiere imprese impossibili. Basti pensare all’orafo Theoson, in grado di forgiare il metallo per eccellenza, l’oro, che nell’ottica alchemica è ricerca spirituale, anelito di perfezione.
I protagonisti usano oggetti dati loro in dono per riconoscenza da persone/creature salvate da pericoli e difficoltà, grazie al cuore retto e altruista di colui che intraprende il viaggio. Ed è proprio la purezza di cuore il presupposto essenziale per poter ambire alla trasformazione. Non a caso, ciò che spinge alle difficili imprese è il più alto dei sentimenti, l’amore.
Le vicende proposte rimandano ad uno stretto rapporto uomo/natura, un serrato connubio con il mondo animale e vegetale, che concorrono, e a volte ostacolano, il raggiungimento delle mete prefissate. E a volte capita di dover guardare alla propria parte oscura, simboleggiata dal dente di drago, in modo da potervi ricorrere per respingere i pericoli, o doversi servire di stratagemmi per la manipolazione del tempo, nel caso dello specchio o delle calzature del druido, o ancora avere come guida colei che distilla il nettare e dimora in casette esagonali, l’ape d’oro, in grado di indicare la via giusta.
Tutto viene evocato con una grande padronanza dei contenuti esternati e di quelli taciuti, donando alla linea narrativa visibile una solidità imponente, cementata da ciò che giunge dal basso e si rivela ai soli occhi dell’intuizione. Nonostante ciò, la scorrevolezza risulta evidente, sostenuta da un linguaggio fiabesco e a tratti arcaico: “… mi catturò e legò ad una betulla con cordami fatti di resina, rugiada e vento”.
Realtà latente e mai scontata è quella divina, incarnata dagli dèi quali Ghaladar, dio del Sole, che racchiude in sé la perfezione del tempo, rappresentata dai simboli del disco solare alato, della ruota, della svastica e dell’esagramma. Il dio del Sole si unisce per amore ad una creatura fatata, appartenente al popolo dei fiori, ma dal tradimento perpetrato dalla fata per amore di un uomo, ha origine il popolo dei Pirin. Quella che unisce l’umanità alla divinità è un’altra relazione di grande importanza. Il divino non vive per sé stesso, è in stretto rapporto con colui che lo contempla e riconosce la sua immanenza: “Ricordatevi che la mia luce brillerà finché la onorerete. Se dimenticherete di mantenerla in vita rivolgendo a lei il vostro animo, allora essa vi lascerà, e non avrete più, nel mondo, altra guida che voi stessi.” Se guardare qualcuno, o qualcosa, significa rivolgere a lui il proprio animo, allora significa amarlo, e ciò apre le porte alla magia che tale contemplazione inevitabilmente suscita.
L’elemento magico è, così, parte integrante delle avventure e del vissuto del singolo, a patto che si resti nell’ottica del Fantasy, in cui, secondo l’autore “Lo straordinario si identifica nell’ordinario e magico diventa ciò che solitamente, nella vita di tutti i giorni, viene dato per scontato, così i sentimenti umani diventano qualcosa di sacro, vere magie. Ed è eccezionale come talvolta sia più facile riconoscere la magia della nostra realtà soltanto vedendola riflessa nello specchio dell’immaginazione. Perché lì, anche una cosa semplice, la più umile, viene distillata fino ad attingere una sfera epica, divina, fatata, in grado di assorbire la nostra attenzione e la nostra ammirazione.”
Particolare da non trascurare sono le numerose illustrazioni, splendide immagini scaturite dalla potente vena creativa dell’autore, che ci mostra, oltre ai personaggi, mappe, divinità, popoli, flora, fauna, alfabeti, numeri, calendari, stemmi e simboli con una chiarezza e una sistematicità che stupisce e ammalia.
Le memorie di Helewen è un libro da leggere tutto d’un fiato, ma anche da soppesare con attenzione, perché rimanga un’indelebile esperienza di conoscenza e di sfida, salvo poi arrivare all’ultima pagina e accorgersi con sorpresa di aver superato solo la prima prova…

Autore: Sebastiano B.Brocchi
Illustrazioni: Sebastiano B.Brocchi
Casa editrice: Kimerik
Anno di pubblicazione: 2012, pagg. 411, € 22,00

Artemisia Birch

LA FACCIA CHE DEVE MORIRE di Ramsey Campbell




Studiò il nemico. Alcune persone sedevano da sole a bere con aria cupa. Non è che erano in contatto fra loro, magari comunicando tramite dei segni? Avevano un'aria abbastanza furtiva. Ogni volta che sorprendeva uno di essi a guardare verso di lui, questi si affrettava a distogliere lo sguardo. Erano omosessuali o poliziotti? Aveva il sospetto che non ci fosse molta differenza.
(trad. di Annarita Guarnieri)

Quarta di copertina:
Il suo nome è Horridge, qualcosa che suona vagamente come porridge ma con una dose di orrido. E in effetti, molte cose sono orribili nella vita di Horridge, a cominciare da una memoria così selettiva che gli permette di dimenticare quello che fa (ma non dovebbe fare) e la gente che odia a vista, e che improvvisamente scompare. Horridge dimentica persino chi uccide, anzi attribuisce la colpa ad altri in perfetta buona fede. E tutto questo a causa di un faccia terribile, di un'ossessione che non lo lascia in pace un momento, nella Liverpool affogata nel sangue di vittime innocenti. Uno dei romanzi più agghiaccianti di Ramsey Campbell, una "confessione" spietata di abusi e ossessioni scrupolosamente documentate.

Ottimo romanzo, questo LA FACCIA CHE DEVE MORIRE (The Face That Must Die, 1979), nonché gradita sorpresa per gli appassionati dello scrittore Ramsey Campbell (classe 1946), maestro britannico del genere horror: infatti questo titolo, il quinto nella sua carriera, ancora mancava all'appello, qui in Italia.
Meno soddisfatti, forse, rimarranno quelli che speravano in contenuti soprannaturali e/o splatter. Il romanzo di Campbell è un bell'esempio di thriller psicologico, dove il punto di vista dal quale viene raccontata la storia è quello dello squilibrato Horridge.
Il disadattato e intollerante abitante di Liverpool è l'unico, vero protagonista, e tutti gli altri personaggi, compresa la coraggiosa Cathy, non sono altro che comprimari, sparring partners utili per la discesa del lettore nella mente criminale e ossessionata di Horridge. Con abilità, l'autore inglese descrive il grado crescente di paranoia del protagonista, condendo il tutto con un pizzico (scarso) di horror sanguinolento. Nessuna concessione al mondo del fantastico.
Dalla prefazione autobiografica, dal titolo eloquente "Visita guidata in fondo alla mia mente" (At the Back of My Mind: A Guided Tour, 1983), si capisce come Ramsey Campbell si sia ispirato per il suo personaggio a una persona a lui molto vicina; una situazione reminiscente, per molti versi, di quella dello scrittore statunitense Jim Thompson (1906-1977) che per il personaggio del folle sceriffo Lou Ford, protagonista del romanzo "L'assassino che è in me" (The Killer Inside Me, 1952), fu fortemente influenzato dalla figura paterna.
Da notare, come a volte succede con le pubblicazioni italiane di case editrici grandi e piccole, le grossolane inesattezze nella quarta di copertina: Horridge NON dimentica gli omicidi compiuti; li giustifica, ma mai li rimuove dalla propria memoria. Precedono il romanzo anche la consueta, approfondita introduzione curata da Giuseppe Lippi e il racconto breve, sempre di Campbell, "Io sono la cosa, ed essa è in me" (I Am It and It Is I, 1983).

Ramsey CAMPBELL, LA FACCIA CHE DEVE MORIRE (The Face That Must Die, 1979), trad. di Annarita Guarnieri, Mondadori, collana Urania Horror n. 9, 244 pp., 2015, prezzo 6,50 €.

Stefano Sacchini

venerdì 3 luglio 2015

PREDESTINATION

Predestination (Spierig Bros., Australia, 2014)

"Un agente temporale ha il compito di viaggiare in segreto nel tempo per impedire i crimini di futuri killer e terroristi. L’ultimo incarico che gli viene assegnato prevede che egli recluti se stesso da giovane per rintracciare l’unico criminale che da sempre continua a sfuggirgli…"

Dire che sono molto contento che il film sia stato finalmente distribuito è dir poco. E' da un po’ di tempo infatti che sto preparando un articolo sui film ingiustamente denigrati e non distribuiti in Italia, ma che vale assolutamente la pena di vedere. Tra i vari titoli presi in esame, uno dei più interessanti era proprio Predestination datato agosto 2014.

Vincitore di quattro premi al AACTA Award e nominato in altri quattro, oltre ad essere vincitore del miglior film e sceneggiatura al Toronto After Dark Film Festival, il film è l'adattamento del racconto "All You Zombies" (Tutti i miei fantasmi) del 1959 di Robert A. Heinlein. La storia racconta la vita di un agente temporale (Hawke) incaricato di fermare in un modo o nell'altro, in uno spazio-tempo o nell'altro, una specie di UnaBomber e salvare migliaia di vite da un devastante attentato a New York. Inoltre, a causa della sua mente provata dai continui salti nel tempo e dalle realtà in continuo cambiamento, dopo l'ultima missione Hawke dovrà prendere contatti e ingaggiare quello che sarà il suo sostituto nella polizia temporale, se stesso.

Il film è diretto dai fratelli Michael e Peter Spierig, già autori dello Sci-Fi/Horror movie low budget Undead e del sottovalutato Daybreakers, lavoro che introduce numerose idee interessanti e che si libera di diversi stereotipi in un periodo dominato da abominevoli vampiri per adolescenti. Anche in Predestination, nonostante lo stesso tema dei viaggi del tempo sia ormai abusato come quello dei vampiri, i registi australiani riescono a donare freschezza al soggetto, scegliendo di concentrarsi sugli errori sempre in agguato, i paradossi! Sì, esatto, sono loro ad essere i protagonisti del film, un labirinto dove è il percorso narrativo a permetterci di seguire e ricomporre i pezzi del puzzle apparentemente slegati l'uno dall'altro. A molti potrà sembrare il solito prevedibile film sui paradossi e viaggi temporali ma, nonostante lo spettatore più attento riuscirà a indovinare il finale, è nel percorso e negli interrogativi sull'identità che tutto assume una maggiore valenza.

Girato con un misero budget di 5 Milioni di dollari gli Spierig scrivono e dirigono un complesso puzzle di coerenze logiche che gira su inganni e "non detto", salti temporali e flashback, facendo sì che gli inneschi possano svelarsi solamente in conclusione. I fratelli Spierig nascondono così volti e informazioni in alcuni casi in un modo quasi irritante, ma che lo spettatore deve necessariamente accettare se vuole partecipare a questo gioco e non perdere l'effetto sorpresa. L'impresa, bisogna riconoscerlo, è stata molto ardua, ovvero quella di rendere semplice una trama estremamente contorta e va dato onore al merito ai fratelli australiani capaci di rendere lineare un opera non lineare.
Ethan Hawke, l'ormai fedele feticcio degli Spierig, è in grande spolvero come non si vedeva da tempo e riesce a dare profondità al personaggio anche solo grazie alla sua voce (ovviamente consiglio a tutti la versione originale), mentre Sarah Snook è a sua volta degna di nota pur essendo ancora poco conosciuta, una rivelazione che non ti aspetti e della quale sono certo sentiremo parlare ancora.

In conclusione, sulla scia dell'interessante Daybreakers, Michael e Peter Spierig realizzano un’opera tra la fantascienza e il poliziesco di certo non perfetta, ma audace e oltremodo originale che conferma il loro talento forse ancora un po' acerbo. Posso aggiungere solo una cosa: vedetelo, vedetelo, vedetelo!

Vi auguro una buona visione.


Marc Welder