sabato 31 gennaio 2015

STEELHEART di Brandon Sanderson


Ho visto Steelheart sanguinare.
Accadde dieci anni fa. Avevo otto anni. Mio padre e io eravamo alla First Union Bank su Adams Street. Usavamo i vecchi nomi delle strade, allora, prima dell'Annessione.

Seconda di copertina:
David è solo un bambino quando l’oscurità perpetua cala sulla Terra e in cielo compare Calamity, una misteriosa stella che dona a uomini e donne, prima di allora intrappolati nelle loro ordinarie esistenze, poteri fuori dal comune. Questi esseri straordinari vengono ribattezzati con il nome di Epici e ben presto il loro dono li rende avidi di supremazia sugli altri uomini. Due anni più tardi, a Newcago, la città che una volta era stata Chicago, David assiste all’assassinio di suo padre da parte di uno degli Epici più potenti, Steelheart. Ora cerca vendetta, e sa che l’unico modo per ottenerla è entrare a far parte degli Eliminatori, un’organizzazione che agisce nell’ombra, studiando le debolezze degli Epici e combattendoli strenuamente. E nonostante tutti pensino che Steelheart, cuore d’acciaio, sia invincibile, David sa che non è così, perché lo ha visto sanguinare con i propri occhi.

Con STEELHEART (Steelheart, 2013), il prolifico Brandon Sanderson (classe 1975) si allontana momentaneamente dai campi della letteratura fantasy, in cui continua a mietere grandi successi, per inoltrarsi su un terreno più affine alla fantascienza: quello dei superpoteri, originati in questo caso da una radiazione emessa dal misterioso corpo celeste di nome Calamity. Con una peculiarità: i cosiddetti Epici, le persone dotate di queste facoltà straordinarie (molto simili agli X-Men creati da Stan Lee), sono esclusivamente malvagi e i protagonisti devono escogitare armi e piani capaci di colmare il divario di forze.
Il potere assoluto corrompe in maniera assoluta. Attorno a questa massima lo scrittore del Nebraska costruisce la sua storia, pensata in primis per un pubblico giovane, come dimostra l'alto tasso adrenalinico infuso nelle pagine. Ciò non vuol dire che il romanzo non sia godibile anche da un lettore adulto.
In un futuro non troppo lontano, la metropoli di Newcago, la vecchia Chicago, è sottomessa al giogo dello spietato Steelheart e degli Epici a lui fedeli. In questo scenario, dove torreggiano grattacieli e palazzi trasformati dal potere di Steelheart in monoliti di acciaio, si muove un coraggioso manipolo di Eliminatori, con lo scopo di uccidere i tiranni.
Il ritmo, in generale sostenuto e incalzante al pari di un film d'azione o di un fumetto della Marvel, è appena rallentato dai dialoghi nonché dalle riflessioni del protagonista. I personaggi, a partire dal diciottenne David in cerca di vendetta per il padre assassinato, non riservano grandi sorprese: dipinti a tinte forti, incarnano la quintessenza del Male e del Bene. Solo in un paio di figure, le più interessanti, emergono delle ambiguità. Non manca nel finale qualche sorpresa che, oltre a movimentare la trama, prepara il campo per le storie successive.
Nel complesso un buon romanzo di fantascienza che, sebbene si legga autonomamente, è solo il primo episodio della serie dei Reckoners. E' presumibile che la Fanucci, che in Brandon Sanderson ha uno dei suoi autori di punta, pubblicherà anche Firefight, appena uscito negli USA, e forse pure il racconto Mitosis (2014), ambientato sempre nell'universo degli Epici.
Per la sua singolarità nel panorama della produzione di Sanderson, questo libro ha buone possibilità di diventare un cult per i suoi fan, e dimostra l'amore dell'autore per il mondo, tutto fumettistico, dei supereroi e dei superpoteri.

Brandon SANDERSON, STEELHEART (Steelheart, 2013), trad. di Gabriele Giorgi, Fanucci, Collezione Immaginario Fantasy, pp. 381, 2014, prezzo 14,00 € (ebook 4,99 €).

Stefano Sacchini

mercoledì 28 gennaio 2015

IL SAPORE DELLA VENDETTA di Joe Abercrombie


 

«Gettarli in una mischia accanita contro un nemico cocciuto e disperato, faccia a faccia… Non dico che cederebbero, ma… beh…» Cosca fece una smorfia imbarazzata e si grattò il collo. «Potrebbero».
«Spero che questo non sia un esempio della tua notoria riluttanza a combattere», esclamò sarcastico Rigrat.
«Riluttanza… a combattere? Chiedi a chiunque, sono una tigre!» Victus sbuffò e dal naso gli uscì del moccio, ma Cosca lo ignorò. «Qui si tratta di trovare lo strumento giusto per il lavoro. Non si può usare uno stocco per tagliare un grosso albero, ci vuole un'ascia. A meno che sia un coglione totale». Il giovane colonnello aprì la bocca per rispondere a tono, ma Cosca proseguì parlandogli sopra. «Il piano è valido, a grandi linee. Da militare a militare, mi congratulo senza riserve». Rigrat fece una pausa, disorientato. Non capiva se le stesse prendendo per il culo, sebbene fosse chiaramente così.
«Ma sarebbe più saggio consigliare che fossero le tue truppe regolari talinsiane – recentemente provate e ben testate a Visserine e poi a Puranti, dedite alla loro stessa causa, abituate alla vittoria e con il morale bello saldo – ad attraversare il guado a valle e a tenere occupati gli Ospriani, sostenuti dai tuoi alleati di Etrisani e Cesale, e così via». Agitò la fiaschetta verso il fiume: a suo giudizio un mezzo molto più utile di un randello, perché un randello non fa ubriacare. «Le Mille Spade sarebbero molto meglio impiegate se nascoste in alto. Ad aspettare il momento giusto! Per poi attraversare il guado a monte, con la forza, e prendere il nemico da dietro!»
«Il posto migliore per prenderlo», borbottò Andiche. Victius ridacchiò.

Seconda di copertina:
Primavera in Styria. E vuol dire guerra. C'erano stati diciannove anni di sangue. Lo spietato Granduca Orso è in lotta con l'Alleanza degli Otto, e insieme hanno macchiato di rosso la terra bianca. Mentre gli eserciti avanzano, le teste rotolano e le città sono in fiamme, dietro le quinte bancari, preti e forze antiche e oscure giocano una partita mortale per scegliere chi sarà fatto re. La guerra potrebbe essere un inferno, ma per Monza Murcatto, la Serpe di Talins, la mercenaria più celebre e temuta alle dipendenze del Duca Orso, è un modo dannatamente buono per fare soldi. Le sue vittorie, però, l'hanno resa troppo famosa, per i gusti del suo committente. Tradita, buttata giù da una montagna e lasciata a morire, la ricompensa di Murcatto è un mucchio di ossa rotte e una fame ardente di vendetta. A qualunque costo, sette uomini dovranno morire. Tra i suoi alleati: l'ubriacone meno affidabile della Styria, il prigioniero più pericoloso, un assassino ossessionato dai numeri e un barbaro che vuole solo fare la cosa giusta. Il numero dei suoi nemici è almeno la metà della nazione. E tutto questo prima che l'uomo più pericoloso del mondo venga mandato a cercarla e a finire il lavoro che il Duca Orso ha iniziato... Primavera in Styria. E vuol dire vendetta.

IL SAPORE DELLA VENDETTA (Best Served Cold, 2009) conferma le doti narrative di Joe Abercrombie (classe 1974), scrittore britannico che da una decina di anni si è affermato nel panorama della letteratura fantasy, raccogliendo riconoscimenti e lodi se non pari a quelle di un autore del calibro di George R.R. Martin, comunque molto favorevoli. Grazie alla casa editrice Gargoyle, ora questo autore è conosciuto e apprezzato anche in Italia, tanto da aver attirato le attenzioni della Mondadori che, nel 2014, ha cominciato a pubblicare la sua nuova serie, quella del "Mezzo Re".
La vicenda si colloca tre anni dopo circa la fine degli eventi raccontati nella trilogia della Prima Legge, e prima della battaglia descritta in "The Heroes"; lo scenario è la grande isola orientale della Styria, una parte del cosiddetto Mondo Circolare modellata sull'Italia rinascimentale. Al pari degli altri lavori anche IL SAPORE DELLA VENDETTA si distingue per una storia ben congeniata, ricca di azione e colpi di scena. Una storia che si fonda su uno degli archetipi della letteratura d'avventura: la vendetta. Non inferiori allo standard cui ha abituato Abercrombie, sono anche i protagonisti, alcuni dei quali già conosciuti nei libri precedenti: credibili, pieni di sfumature, a volte solari e simpatici, a volte tenebrosi e crudeli. Tra costoro spiccano le figure femminili, in primis l'indomita Monza Murcatto. Molti di questi personaggi, inclusi quelli secondari, nel corso della storia vanno incontro a un processo di cambiamento, un percorso evolutivo niente affatto scontato che, in più di un caso, sorprenderà il lettore.
Com'è consueto in Abercrombie, la magia non ha un ruolo significativo e il destino dei protagonisti è nelle proprie mani, armate di spade, asce e coltelli. Al posto di incantesimi e portenti, la furia omicida del guerriero Brivido, i micidiali intrugli dell'avvelenatore Morveer e i sotterfugi dell'imprevedibile Cosca rivestono un ruolo determinante nello sbrogliare più di una situazione intricata.

Nel complesso questo romanzo non è un capolavoro di originalità, di quelli (per intenderci) che rivoluzionano il genere fantasy. Comunque non deluderà i fan del talentuoso Abercrombie, il quale, oltre al ritmo incalzante, regala anche tanta ironia: uno humor tagliente, spietato, che spesso si tinge di nero e non manca di strappare un sorriso anche nelle situazioni più sanguinose. Proprio questa miscela di duelli e battaglie, ritorsioni, crisi esistenziali e sarcasmo rende IL SAPORE DELLA VENDETTA una lettura divertente, briosa e allo stesso tempo intelligente, con qualche spunto di riflessione sulla natura della vendetta. Infatti una domanda che la protagonista si pone di sovente è quanto sia pronta a sacrificare della propria umanità per soddisfare il suo desiderio di rivincita.
Da molti appassionati questo libro è considerato un romanzo minore dell'autore inglese, un gradino sotto i tre (splendidi) capitoli della Prima Legge. Probabile. Comunque l'implacabile, vertiginosa macchina narrativa di Abercrombie ha colpito ancora.

Joe ABERCROMBIE, IL SAPORE DELLA VENDETTA (Best Served Cold, 2009), trad. di Edoardo Rialti, Gargoyle, collana Gargoyle Extra, 796 pp., 2014, prezzo € 24,00.
Stefano Sacchini

AVVENTURA NELLO SPAZIO di Edmond Hamilton

Esce in questi giorni il volume "Avventura nello spazio", per la collana La Botte Piccola delle Edizioni della Vigna (dell'amico Luigi Petruzzelli). Il volume comprende due romanzi brevi inediti del primo periodo del grande scrittore americano e nasce da un'idea del sottoscritto come il precedente volumetto dedicato a Jack Williamson. Riporto qui di seguito la mia introduzione all'opera, che inquadra le storie nel preciso periodo storico di riferimento. Consigliato vivamente a tutti gli appassionati del "sense of wonder" e di Edmond Hamilton, ovviamente.

La Botte Piccola 22


E' molto difficile scrivere questa introduzione a pochi giorni di distanza da quella composta per il volume “Xandulu” di Jack Williamson ed uscito in questa stessa collana. Si tratta in effetti di autori e di storie che risalgono più o meno allo stesso periodo storico e che hanno in comune moltissime caratteristiche. Pur avendo poi seguito ognuno un’evoluzione diversa che li ha portati a realizzare percorsi abbastanza differenti, è innegabile che Jack Williamson ed Edmond Hamilton siano stati protagonisti di una stessa epoca della fantascienza, e siano spesso collegati nei discorsi critici sulla storia di questa forma letteraria.
Come dicevo in quella introduzione, questi due volumi nascono da un’idea del sottoscritto e dell’amico Luigi Petruzzelli un paio di anni fa: io e Luigi siamo grandi appassionati, esperti, e - perché negarlo?- anche collezionisti di fantascienza e dei meravigliosi pulps americani degli anni trenta e quaranta.
Ciò nonostante, per motivi casuali imposti dal vivere in città diverse (lui a Milano, io a Roma) non avevamo mai avuto occasione di incontrarci né di parlare delle nostre passioni comuni. Ma il mondo del web e dei social network sconvolge ormai tutti i ritmi relazionali del tempo che fu. E così, come mi soffermo spesso a dire, la meraviglia positiva di FB ha stavolta avuto la meglio sulla violenta, sconclusionata, spesso polemicamente convulsa vita amicale del web, e mi ha spinto ad approfondire la conoscenza del simpatico editore milanese.
Luigi ci teneva in maniera particolare a pubblicare qualcosa di quel periodo magico, il periodo d’oro dei pulps, e quali autori meglio di Jack Williamson e di Edmond Hamilton hanno incarnato lo spirito di quei tempi? E, dato che c’è ancora molto di inedito in Italia di questi due scrittori, non è stato poi così difficile mettere assieme questi due volumi. Permettetemi di citare anche l’amico Piergiorgio Nicolazzini, agente di entrambi gli autori, senza la cui indispensabile ed affettuosa collaborazione non sarebbe stato possibile realizzare questo progetto.
Questi due volumi, come ho già detto, sono un omaggio esplicito alla fantascienza degli anni d’oro e  al senso del meraviglioso che la contraddistingueva, quel decantato «sense of wonder» che tanto ci ha fatto sognare durante la nostra fanciullezza. Opere come Guerra nella galassia di Edmond Hamilton, La legge dei Varda di Leigh Brackett, La gemma della stella verde di Jack Williamson, John Carter di Marte di Edgar Rice Burroughs, Gli abitatori del miraggio e Il pozzo della Luna di Abraham Merritt rimarranno sempre nel mio cuore e in quello dei tanti appassionati che hanno iniziato a leggere fantascienza con questi autori.
Da Wells e da Burroughs in poi (ma in fondo anche da Verne, perché chi potrebbe mai negare il «sense of wonder» di opere come Ventimila leghe sotto i mari o Viaggio al centro della Terra, del suo Nautilus e del Capitano Nemo?) la fantascienza è vissuta per trent'anni in una sorta di magico fulgore fantastico dove tutto era possibile, un'epoca di sfrenato romanticismo e di grandiosa immaginazione piena di storie che facevano sognare o lasciavano sbalorditi per la magnificenza delle idee. Poi l'avvento di John W. Campbell alla guida di Astounding, un Campbell ormai maturo, ben diverso dal Campbell che aveva scritto fino a qualche anno prima eccezionali storie di «superscienza», portò pian piano una visione nuova in questo genere letterario: una visione forse più matura, più razionale, più attenta ai problemi tecnici, scientifici e sociali, forse anche più valida letterariamente, ma certo anche meno spontanea, meno sognante.
Tra i tanti autori di quell’epoca favolosa, ricordata ancor oggi con molta nostalgia, un posto di spicco spetta di sicuro a Jack Williamson e a Edmond Hamilton.
Edmond Hamilton (1904-1977), in particolare, era un bambino prodigio. Prese il diploma all’età di quattordici anni, e poi andò per tre anni al college prima di laurearsi. Con un solido background in fisica e in ingegneria elettronica, e una immaginazione tra le più fertili e con la ricca ispirazione proveniente dalla lettura dei coloritissimi romanzi di Abraham Merritt, Hamilton riuscì a fondere al meglio queste due anime nelle sue storie apparse su Weird Tales: una base scientifica estrapolata in maniera selvaggia ed esaltata dalla sua sfrenata immaginazione.
I due romanzi brevi presenti in questo volume ne sono un esempio assai calzante.(Una precisazione bibliografica su questo volume e sui due romanzi brevi qui inclusi. Come per Jack Williamson mi sono avvalso dell’opera meritoria della piccola casa editrice americana Haffner Press, che si dedica alla pubblicazione dell’opera omnia dei grandi autori dell’età d’oro della sf (Henry Kuttner, C.L:Moore, Leigh Brackett, e appunto Jack Williamson ed Edmond Hamilton). Da questi bellissimi volumi ho tratto gli inediti più corposi e più importanti, come appunto “Locked Worlds “ e “Across Space”.)
Across space, in particolare, mi sembra davvero emblematico. Si tratta del secondo racconto di Hamilton ad apparire su WT (uscì a puntate nei numeri di Settembre , Ottobre e Novembre del 1926). Racconta  di eventi scientifici grandiosi e sbalorditivi: Marte è stato spostato dalla sua orbita e si muove in rotta di collisione verso la Terra. Un astronomo solitario riesce però a mettere insieme una serie di fatti apparentemente scollegati e si dirige alla volta dell’isola di Pasqua, dove sta avvenendo qualcosa di molto strano. Da qui alla scoperta di un’antica civiltà marziana il passo è breve. Il resto lo lascio al nostro pubblico. Basti dire che la novella si snoda tra le avventure più incredibili e mirabolanti, narrate col tipico stile schietto e romantico di Hamilton (l’incontro  con la moglie, Leigh Brackett, e la sua influenza avrebbero poi contribuito a migliorare ancor più questo aspetto e questa caratteristica delle sue opere).
Nell’altra abbiamo invece un classico esempio di dimensioni parallele, risonanti con la nostra attraverso le vibrazioni universali atomiche. In una storia di Hamilton, disse una volta un  critico americano, scomporre l’universo conosciuto in vibrazioni separate al suono di frequenze diverse, e poi rimescolarle, era un po’ come per un chimico miscelare i diversi elementi per creare un nuovo composto, e gli permetteva di inventare raggi mortali capaci di fare praticamente tutto ciò che voleva.
Così Hamilton crea e inventa le armi più micidiale e meravigliose, basandosi sulle vibrazioni elettriche e sulle manipolazioni elettrochimiche e magnetiche, che consentono di attraversare l’etere e raggiungere Marte o gli altri pianeti dalla Terra, o addirittura altri universi e altre dimensioni cosmiche. E tutto ciò in tempi molto antecedenti la televisione, o anche prima della scoperta di Plutone (che avvenne nel 1930). Quando gli Stati Uniti erano ancora una popolazione agraria e rurale con a disposizione solo i giornali e la radio. Quando Hamilton scriveva di micro o macro dimensioni, o di robot con intelligenza artificiale, l’America non era ancora unita da una rete autostradale e l’industria del cinema era ancora nella sua infanzia.
Si tratta di storie spesso semplici, basate anche su formule ripetitive (gli alieni cattivi, l’eroe che si sacrifica sempre, le astronavi gigantesche, le battaglie stellari..), “pulpish” direbbero gli americani.  Leggere oggi queste storie è un po’ come ascoltare un concerto rock dal vivo. Forte, violento, non sofisticato, ma con un’energia cui è impossibile resistere. La musica registrata in uno studio è di certo più sofisticata e gradevole all’orecchio, con le note rese perfette dal mixaggio e remixaggio, ma manca la qualità, la vitalità di una performance spontanea.
Ed è così anche nelle storie del primo Hamilton: a volte sono poco sofisticate, è vero, ma ciò è ampiamente compensato dalla immaginazione vivace, dalla continua esaltazione dell’avventura infinita, dalla gioiosa freschezza dei personaggi e delle vicende, tanto  ingenui e vitali da risultare spesso indimenticabili. Come disse appunto di lui il suo amico fedele Jack Williamson: “le sue prime storie erano rozze, ma si muovevano a ritmi frenetici, ed erano eccitanti e piene di senso del meravigliso. Di qualcosa che la sf di oggi ha forse perso.”

Per l'acquisto del libro, sia in versione digitale che cartacea potete verificare a questo indirizzo web
http://www.edizionidellavigna.it/collane/LBP/022/LBP022.htm

Sandro Pergameno



martedì 27 gennaio 2015

I COSMOLINEA di Fredric Brown





Cosmolinea B è il nome della raccolta completa, suddivisa in due volumi, di tutti i 112 racconti di Fredric Brown (1906-1972) presentati da Urania in anteprima mondiale tra il 1982 (Cosmolinea B-1) e il 1983 (Cosmolinea B-2).
Dopo quella storica pubblicazione non si è più vista l’ombra di una ristampa e l’incolmabile vuoto letterario si è dilungato per trenta lunghissimi anni finché, nel 2013, l’antologia ha ritrovato la luce negli Urania Millemondi nn. 62 e 63. Tanto erano cercati i due volumi che, nel mercato dell’usato, quelle prime ed ultime edizioni illustrate in copertina da Karel Thole venivano vendute a prezzi da capogiro.
Cosmolinea B-1  contiene i racconti pubblicati tra il 1941 e il 1950, vale a dire la maggior parte dei racconti lunghi scritti da Fredric Brown, noto soprattutto per la sua eccellente bravura nella narrativa breve. Al contrario di quanto si ritiene comunemente, i racconti lunghi di Fredric Brown sono molto ben costruiti. Si citi fra i tanti, troppi per elencarli tutti, “L’Angelico Lombrico” del lontano 1943.
Cosmolinea B-2 ha invece una dimensione assai ridotta rispetto al primo volume eppure comprende ben 78 racconti contro i 34 del libro precedente. E’ in questa fase della sua vita che lo scrittore americano sviluppa il suo talento per la narrativa breve, anzi brevissima visto che moltissime storie non superano le due o tre pagine di lunghezza.
Cosmolinea B-2 ospita senz’altro il Brown più maturo, ed è caratterizzato da un’alta concentrazione di piccoli capolavori, basti pensare a “Sentinella” o “Margherite” o “La Risposta”, lampi di lettura ma anche lampi di genio, destinati a conquistare le generazioni future chissà per quanto altro tempo ancora.
Una serie non indifferente di racconti è stata scritta a quattro mani con Mack Reynolds, e chi conosce questo autore sa benissimo che era egli un altro maestro della narrativa breve ed umoristica. Perché sì, lo stesso Fredric Brown rende evidente nei suoi innumerevoli racconti l’impronta umoristica, ironica, e non di rado cinica, della sua macchina da scrivere.
Cosmolinea B è conosciuta come l’antologia fantascientifica di Fredric Brown, ed è pur vero che la maggior parte dei suoi racconti appartengono alla fantascienza, ma non tutti. Un numero esiguo e tuttavia non trascurabile di storie rientra nel fantastico al di fuori della science fiction, e ruota spesso attorno all’idea di solipsismo, quello strano concetto secondo il quale alcune persone fuori di testa ritengono che tutto ciò che li circonda esiste perché sono loro ad immaginarlo.
La cosa buffa, che rischia veramente di far perdere il lume dell’intelletto, è che nei racconti di Fredric Brown i matti hanno spesso ragione. I matti sono coloro che credono nell’immenso potere dell’immaginazione, sono quelli che nell’incaponirsi a credere nell’impossibile, o meglio nelle infinite realtà possibili, non finiscono mai preda dell’insolito o dell’inspiegabile, perché sanno che dove inizia l’inspiegabile comincia una realtà alternativa, un nuovo modo di vedere la realtà preesistente.
L’innegabile ruolo di pilastro che le opere di Fredric Brown svolgono nella fantascienza classica insieme alle opere di altri autori suoi contemporanei non lo esenta da qualche critica. Mentre i suoi romanzi di sf fanno tutti centro, le sue short story lasciano a volte a desiderare. Questo perché il maestro dell’assurdo era pur sempre un essere umano e doveva sottostare, come tutti gli esseri umani come lui, alle leggi della statistica: i romanzi di fantascienza che ha scritto sono solo cinque, i racconti centododici. 
Cosa aspettarsi dunque da questa lettura tanto attesa quanto rinomata? Innanzitutto un mucchio di divertimento. In secondo luogo, uno slegamento dalle leggi fittizie di una realtà che non esiste, salvo poi riprendere le nostre vite con un senso di leggerezza psico-fisica che sembra di poter andare sulla luna spiccando un balzo. Terzo, una valanga di fantascienza pura e cristallina. 

Flavio Alunni