giovedì 8 gennaio 2015

LA STRADA di Cormac McCarthy

Con questa intensa recensione del romanzo LA STRADA (The Road) di Cormac McCarthy inizia la collaborazione di Andrea Di Carlo con Cronache di un Sole Lontano.


Cosa mi spinge a leggere un autore sconosciuto? Il titolo del libro, la sinossi, i temi trattati, la copertina, il genere…
Un altro elemento che mi ha spinto è il suggerimento, il consiglio. Ho chiesto lumi sull’autore e su questo libro in particolare ai componenti di Facebook di RdF, ovvero Racconti di Fantascienza. Il bello di farne parte (è un gruppo aperto) è quello di trovare appassionati molto competenti, pronti a consigliare e a fornire le proprie impressioni.
Ho dunque affrontato “La strada” con la consapevolezza che sarebbe stato UN LIBRO, e non un libro, in minuscolo. Almeno tale era l’aspettativa.
Ce la caveremo, vero, papà?

Sì. Ce la caveremo.

E non succederà niente di male.

Esatto.

Perché noi portiamo il fuoco.

Sì. Perché noi portiamo il fuoco.
Ho letto questo romanzo durante il periodo delle feste natalizie, e non saprei dire se questo possa avere influito nel giudizio, visto che tutto ruota nel rapporto tra un padre e il proprio figlio. Confesso che mi è capitato (una volta) di recarmi nella camera di mia figlia, mentre dormiva, per vederla.
Durante la lettura di questo romanzo mi sono venuti in mente alcuni pezzi del film “La vita è bella”, dove il padre-Benigni cerca di conservare, in ogni modo e con ogni mezzo, l’innocenza del figliolo. McCarthy descrive un altro tipo di amore padre-figlio, e un mondo dove l’innocenza del ragazzo ha presto termine.
Un evento non definibile, un grande calore che brucia milioni di persone, che squaglia le macchine e l’asfalto, per poi ricomporlo successivamente, creando una desolazione grigia, fredda, nebbiosa. D’inverno.
Un padre e suo figlio stanno camminando in direzione dell’Oceano, trasportando i loro pochi averi all’interno di un carrello del supermercato. Mi sono bastate queste poche immagini, come sono state descritte, per farmi fermare a riflettere: dove ho già visto una immagine così, con una persona che trascina a fatica le sue cose, la sua casa, in un carrello? Un clochard, un senza-tetto, che gira per la città. Ecco dove. Una immagine molto forte, possibile che l’autore volesse usare quest’icona per rafforzare il concetto, l’idea di povertà, di denigrazione, che rivestono il padre e il figlio? Sono colpito, e proseguo la lettura.
I dialoghi sono come una lama, fanno male. Si avverte nelle orecchie la voce del figlio che parla, bassa, verso il padre, stanca. L’autore ha usato un sistema particolare per delineare i dialoghi, non usando i classici caporali (<), l’intersezione (-) o gli apici (“), ma li fa rientrare nel testo all’interno. Questo consente di creare un effetto che fornisce una sensazione di “freddo”, di distacco, contribuendo sia alla descrizione del clima, un freddo inteso che penetra nelle ossa, sia alla definizione dello stato d’animo dei protagonisti; inoltre il fatto di non sapere i nomi del padre e del figlio aumenta il senso di denigrazione, di povertà, di abbandono,   e anche se pare strano, aiuta nell’identificazione. Ci si sente solidali.
Papà, se ne sono andati?

Sì, se ne sono andati.

Li hai visti?

Sì.

Erano i cattivi?

Sì, erano i cattivi.

Ce ne sono tanti di questi cattivi.

Sì, infatti. Ma se ne sono andati.
Un plauso all’Einaudi che ha proposto questo romanzo di fantascienza, e sono sicuro che moltissime persone lo avranno letto NON sapendo che si tratti di un romanzo distopico. La storia è particolare, drammatica e cruda, molto. Come padre mi ha lasciato da pensare, fino a che punto si può spingere l’amore verso un figlio, dove iniziano gli insegnamenti, e se/quando dovranno finire. Giusto infondere speranze, o meglio mostrare il volto della realtà? Per me il finale (non faccio spoiler) lascia aperte due viste, una positiva e una negativa. Il tutto però adagiato e fuso nello stesso sfondo, tetro, di mondo distrutto.
L’autore ha una scrittura incredibile, sembra un carbone che disegna su carta. Una volta usa il lato grezzo, delineando tratti forti, una volta usando la parte appuntita, fine, tratteggiando dei piccoli squarci di poesia. Consiglio la lettura a chi voglia cimentarsi con un libro che fornisce molti spunti di riflessione, a chi desidera una lettura forte e profonda, a chi voglia cimentarsi in un viaggio verso la natura (oscura e brutale, ma anche paterna e amorevole) dell’uomo. E a chi voglia leggere un gran bel LIBRO.
AVVISO: lo scrivente non ha visto il film al cinema.
Le prime righe:
Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto.
Breve biografia
Cormac  McCarthy nasce nel Rhode Island nel 1933, frequenta per due volte l’università (senza laurearsi) e vive ora nel  Nuovo Messico, a Tesuque, con la moglie e il figlio. Gli viene assegnato il Premio Pulitzer per la narrativa per il romanzo The Road (La strada) nel 2007, e nel 2008 riceve il premio PEN/Saul Bellow Award For Achievement in American Fiction. I romanzi The road e No Country for Old Men vengono trasportati con successo al cinema, consentendo un doveroso riconoscimento all’estero dell’autore.
Bibliografia (prima il titolo in edizione e data di pubblicazione americana).
The Orchard Keeper (1965), Il guardiano del frutteto, Einaudi (2002)
Outer Dark (1968), Il buio fuori, Einaudi (1997)
Child of God (1974), Figlio di Dio, Einaudi (2000)
Suttree (1979), Suttree, Einaudi (2009)
Blood Meridian, or The Evening Redness in the West (1985), Meridiano di sangue, Einaudi  (1996)
Border Trilogy (Trilogia della frontiera, in ed. Einaudi con prefazione di Alessandro Baricco), composto dai tre titoli:
·       All the Pretty Horses (1992), Cavalli selvaggi, Einaudi (1996)
·       The Crossing (1994), Oltre il confine, Einaudi (1995)
·       Cities of the Plain (1998), Città della pianura, Einaudi (1999)
No Country for Old Men (2005) Non è un paese per vecchi, Einaudi, 2006
The Road (2006); La strada, Einaudi, 2007 

 Andrea Di Carlo

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