sabato 30 agosto 2014

SE NE VA ANCHE GIANFRANCO VIVIANI








Dopo una battaglia di alcuni anni contro un tumore ai polmoni, è mancato Gianfranco Viviani, una delle persone più importanti nella storia della fantascienza in Italia, forse la più importante. Viviani era nato il 3 maggio del 1937, a Milano, e ,come tanti validissimi esponenti di questa città, dopo essersi fatto le ossa (come grafico, se ben ricordo) presso la casa editrice Mursia, aveva intrapreso una sua attività editoriale alla fine degli anni sessanta, fondando l'Editrice Nord. Dopo alcuni tentativi (poco riusciti) in altri generi decise quasi subito di dedicare la casa editrice a  quella che fin da ragazzo era stata la sua passione, la fantascienza. Nascono così le due collane Cosmo Argento e Cosmo Oro, che, affiancate poi dalla Fantacollana, dalla Narrativa d’Anticipazione e dai volumi delle Grandi Opere, avrebbero pubblicato per vari decenni il meglio della science fiction e del fantasy nazionale e soprattutto internazionale. Si trattava finalmente, come osserva anche l’amico Silvio Sosio su Fantascienza.Com, di traduzioni integrali, edizioni molto curate, libri di pregio: la fantascienza, fino ad allora abituata soprattutto a edicole e tascabili, arrivava nelle librerie con pubblicazioni di qualità e di prestigio.
I lettori italiani dell’epoca (e ce ne sono ancora molti attivi in circolazione) ricordano lo stupore e la gioia con cui ci si recava in  libreria ad acquistare le ultime uscite della Nord (affiancate all’epoca dalle altrettanto valide collane della Fanucci, e dai bei libri editi da Ugo Malaguti con la sua Libra Editrice). Personalmente ricordo quel periodo con grande nostalgia: erano gli anni dell’università, del primo club di fantascienza a Roma, delle prime discussioni sui massimi sistemi e sui migliori autori del nostro genere, gli anni della scoperta delle opere più importanti di autori come Silverberg, Farmer, Dick, Vance. Erano anche gli anni dei miei primi articoli per le fanzine, delle mie prime traduzioni per Fanucci e per gli amici Sebastiano Fusco e Gianfranco De Turris, erano gli anni in cui la mia passione di lettore si andava trasformando in un interesse più forte per la fantascienza, che da sempre era stata il sostegno della mia vita adolescenziale.
La svolta che avrebbe cambiato definitivamente la mia vita (o almeno quella professionale) arrivò nel 1976. Quello è l’anno in cui io e il mio amico Maurizio Nati riuscimmo, per conto dell’editore di fumetti Ennio Ciscato, a realizzare tre numeri (un successo date le condizioni finanziarie in cui eravamo costretti a lavorare) di una rivista di grosso formato dedicata alla narrativa breve fantascientifica, condita di rubriche e articoli scritti sostanzialmente da noi due.
La rivista, chiusa improvvisamente per la irreperibilità dell’editore, rimane un ricordo bellissimo in un periodo personale assai travagliato e triste, e contribuì comunque a farmi apprezzare nel mondo della sf. Viviani soprattutto, che avevo  conosciuto di persona a Ferrara nel corso del primo SFIR (credo almeno fosse il primo: ricordo la presenza mitica di John Brunner e Theodore Sturgeon), rimase molto colpito e impressionato in maniera positiva, come anche il buon Riccardo Valla, all’epoca curatore appunto delle collane della Nord.
E quando Valla decise di aprire una libreria a Torino, specializzata soprattutto nella fantascienza, Viviani si trovò a dover scegliere un nuovo curatore: su consiglio anche di Riccardo, Gianfranco mi telefonò e mi chiese se ero interessato a far parte della famiglia della Nord. Ovviamente non ci pensai un attimo. Con grande gioia ed entusiasmo intrapresi questa nuova avventura, che sarebbe durata, in vari modi, per una decina d’anni.
Era la fine degli anni settanta, e il mondo era assai diverso da quello attuale. Non c’era il web e non c’era la posta elettronica. Si lavorava col telefono e la corrispondenza tradizionale, e con i corrieri privati. Ricordo la gioia che provavo quando, più o meno una volta al mese, mi arrivava un pacco da Milano con le richieste di Gianfranco, le traduzioni da rivedere e i libri inviatici dalle agenzie letterarie. Ma ricordo soprattutto gli epici viaggi da Roma a Milano per le nostre riunioni trimestrali, per i programmi dell’anno, per la scelta dei titoli e degli autori. Ricordo le alzatacce la mattina presto prendere l’Espresso (il Rapido costava troppo..) che mi avrebbe portato a Milano: sette/otto ore di viaggio, prima di arrivare alla mitica Via Rubens, dove Viviani mi aspettava con cortesia e affetto. La sera poi mi portava a cena in qualche ristorante dove aveva combinato con gli altri personaggi di spicco dell’epoca (ricordo anche una sera in cui mi ritrovai a fianco del mitico Karel Thole, che non smetteva di trangugiare birra). Ricordo la serietà e la professionalità di Viviani, un vero signore, in un mondo dove regnava la legge del più furbo.  Ma ricordo soprattutto la grande stima reciproca che esisteva tra me e Gianfranco: quasi sempre si fidava ciecamente delle mie scelte, e aderì con entusiasmo alla mia iniziativa di dedicare i volumi delle Grandi Opere alle storie (soprattutto inedite) incentrate sui grandi temi della fantascienza  (i robot, i mutanti, la colonizzazione dello spazio, ecc.). Quei mastodontici volumi neri sono ancora lì nella mia biblioteca a ricordare un periodo bellissimo della mia vita , legata soprattutto a questo signore che purtroppo non frequentavo più ormai da molti anni, e che ormai ci ha lasciato definitivamente. Addio Gianfranco, mi dispiace davvero di non averti potuto più incontrare, ma la tua figura e l’Editrice Nord me le porterò sempre appresso qui nel mio cuore.
SP

giovedì 28 agosto 2014

UCZ #139 - L'ODISSEA DEL SUPERUOMO di Charles L.Harness



Il nostro Uraniomane (o Uraniofilo?) Arne Saknussemm ci parla oggi dell'ultimo Urania Collezione, un bel ripescaggio dell'ottimo Giuseppe Lippi, che è andato a recuperare, per la gioia dei nuovi appassionati, una bella antologia di Charles Harness, autore a mio avviso assai sottovalutato.
 
Il volume di Urania Collezione uscito questo mese in edicola è una vera chicca. Da non perdere! Si tratta di una celebre antologia di Charles L. Harness intitolata "L'Odissea del Superuomo" (The Rose), uscita nel 1966 e tradotta in italiano da Antonio Bellomi per "Galassia - La Tribuna", che lo ha pubblicato nel febbraio del 1970 (l'antologia fu ristampata su un Bigalassia nel 1976 e adesso,a distanza di 38 anni, viene riproposta da Urania).
L'antologia contiene un romanzo breve e 2 racconti:
- L'Odissea del Superuomo (The Rose, 1953)
- I Giocatori di scacchi (The Chessplayers, 1953)
- La Nuova Realtà (The New Reality, 1950)
"L'Odissea del Superuomo" (The Rose, 1953) è probabilmente una delle storie più strane che abbia mai letto, un gioiellino che ricevette la nomination al Retro-Hugo Award nel 2004. Originariamente apparso su una piccola rivista inglese, Authentic Science Fiction Monthly (n.31, March1953), questo romanzo breve rimase nell'oblio fin quando Michael Moorcock non decise di ripubblicarlo, nel 1966, insieme ai due racconti suddetti (negli USA il romanzo uscirà solo nel 1969).
"L'Odissea del Superuomo" è un'opera fortemente simbolica, che poggia le sue basi sul famoso racconto di Oscar Wilde "L'Usignolo e la Rosa", ed ha anche una forte impronta autobiografica (difatti il fratello di Harness, studente di belle arti, morì all'età di 26 anni a causa di due tumori al cervello). Il testo, se consideriamo che è stato elaborato negli anni '50, è atipico: ricorda infatti più le opere sperimentali degli anni '60 e '70 che non la SF di quegli anni.
In questo romanzo breve Harness affronta il tema del superuomo, dell'evoluzione della razza umana sotto una luce assolutamente non scientifica: mette in scena un dualismo poco credibile  tra scienza ed arte, ed è proprio grazie all'arte che l'Homo sapiens riesce ad evolvere in Homo Superior; la storia effettivamente non ha nessuna base scientifica e può risultare strampalata (molti lettori non hanno apprezzato questa antologia proprio per questo motivo). Quando leggiamo di come il protagonista disarmi un assassino grazie ad una musica in 5/4 o di come la protagonista sfugga ai suoi inseguitori grazie alla teoria dei colori complementari, o ancora di come le arti abbiano sempre anticipato, nella storia dell'uomo, le scoperte scientifiche ... effettivamente qualcosa in noi si ribella; anche i protagonisti di questo romanzo lasciano perplessi: sono figure poco caratterizzate che spesso agiscono in maniera incomprensibile.
Eppure .... eppure questa storia è intrisa di romanticismo, è a tratti struggente, ci coinvolge e ci risucchia in un vortice di avvenimenti e di assurdità (a tratti ricorda la kaleidoscopicità del Bester di "The Stars my destination" e c'è chi  accosta Harness a Van Vogt proprio per le sue trame caotiche e poco coerenti dalle quali emergono però forti idee), e sopratutto accende i riflettori sull'animo umano e piega l'universo e le sue leggi alla forza dell'umano pensiero. Un romanzo breve assolutamente unico, assolutamente da leggere, nonostante i suddetti difetti.
"L'Odissea del Superuomo" ha diversi punti di contatto con il racconto che chiude l'antologia, ovvero "La Nuova Realtà" (The New Reality, 1950). Anche in questo racconto l'intero universo e le sue leggi si piegano davanti alla potenza del pensiero umano e l'evoluzione dell'uomo condiziona l'essenza del mondo fisico così come lo conosciamo.
"La Nuova Realtà" rivisita il mito della creazione (Brian Stableford l'ha definita la migliore storia di SF su Adamo ed Eva): il dottor Luce (Lucifero ??) ha messo a punto una nuova teoria scientifica e si appresta a disintegrare un fotone. La scomparsa di un fotone dall'universo provocherebbe profondi mutamenti nell'universo stesso, le vecchie leggi cadrebbero e l'uomo si ritroverebbe in un universo "alieno", indecifrabile, inconoscibile, nel quale la quarta dimensione (il tempo) verrebbe meno. Il dottor Luce distruggerebbe così l'universo "einsteniano". I nostri "Adamo ed Eva" cercheranno invece di impedire che il dott. Luce metta a punto il suo esperimento...
La storia evolve in maniera superba, ma per evitare di rovinarvi la lettura non racconto nient'altro; aggiungo solo che questo racconto da solo vale l'acquisto del volume. Bellissima (seppure scientificamente infondata) la dissertazione di Prentiss (il nostro Adamo) volta a dimostrare che "l'universo è opera dell'uomo", che la Terra era davvero piatta ai tempi di Ecateo e solo in seguito divenne rotonda, che la materia era davvero indivisibile finché non "inventammo" le particelle subatomiche, che Berzelius ebbe ragione fin quando Mendeleev non creò la sua tavola periodica, che le teorie evoluzionistiche di Aristotele erano corrette ma poi tutto cambiò quando Darwin espose la teoria dell'evoluzione delle specie, che l'universo iniziò ad esistere quando comparve l'uomo e prima era il nulla: "il cosmo arriva e parte con la mente dell'uomo", cioè i noumeni fondamentali sono sempre stati là ma il "cosmo", o la "realtà", è semplicemente la versione dell'uomo dell'universo assoluto noumenale.
Un racconto splendido, che metto tra i migliori che abbia mai letto.
Il terzo racconto di questa antologia, "I Giocatori di scacchi" (The Chessplayers, 1953) è a mio avviso un racconto poco più che gradevole, ben scritto ma senza particolari pretese; niente di particolare.
Consiglio caldamente questa splendida antologia per i 2 gioielli che essa contiene e anche perchè, insieme al famoso romanzo "Paradosso Cosmico" (Flight into yesterday, 1953, uscito ad Aprile del 2012 su Urania Collezione) rappresenta il meglio di quanto Harness ha fatto nei primi anni di attività.
Due parole infine sull’autore. Charles Leonard Harness non gode di grande fama ma è un autore meritevole e che andrebbe riscoperto, un autore particolare con uno stile tutto suo che con una manciata di opere ha lasciato il segno. Più volte in lizza per i premi più prestigiosi del settore (Hugo, Nebula, Locus...), tra le sue opere ricordiamo, oltre al già citato "Paradosso Cosmico", "Ritornello" (The Ring of Ritornel, 1968), "Se un nuovo orizzonte..." (The Catalyst, 1980), "Astronave senza Tempo" (Firebird, 1981), "Corridoi del tempo" (Krono, 1988) e "Sogni pericolosi" (Lurid dreams, 1990). Purtroppo solo una piccola parte della narrativa breve di questo autore autore è stata tradotta in italiano e sarebbe bello se un'antologia del calibro di "An ornament to his profession" venisse tradotta.
Come disse Moorcock "Harness in fondo parla dell'umanità quale essa è, non come dovrebbe o potrebbe essere e la sua narrativa rappresenta ciò che così poca SF è davvero: un modo romanzesco di affrontare idee complesse e i problemi astratti dell'esistenza, cercando di gettarvi nuova luce.....la stravaganza della sua opera può oscurare i temi più profondi....ma il lettore che si aspetta qualcosa di più lo troverà, perché se Harness non ha più di tanto da dire sull'uomo come personaggio, ha invece moltissimo da dire sulla sua condizione".
Quella di Harness è una SF profondamente toccante, visionaria, ricca di idee, irrazionale ed atipica; riesce a toccare le corde dell'anima. Una lettura che lascia il segno, un autore che va scoperto (o riscoperto).
"L'Odissea del Superuomo" di Charles L. Harness, traduzione di Antonio Bellomi, Ed. Mondadori - Urania Collezione n.139 Agosto 2014; Copertina di Franco Brambilla, 180 pp. Disponibile anche in ebook.
Arne Saknussemm

martedì 26 agosto 2014

I MILLE NOMI di Django Wexler

Puntuale come un orologio svizzero il nostro Stefano Sacchini ci presenta l'ultimissima uscita fantasy della Fanucci, I mille nomi, di uno degli autori americani più interessanti dell'ultima leva, Django Wexler (nome improbabile ma all'apparenza vero...).




"Allargandosi sia verso est che verso sud rispetto all'accampamento, era radunata una marea apparentemente sterminata di cavalieri. Cavalcavano in gruppi di venti o trenta, più di quanti Winter riuscisse a contare, ricoprendo l'intera valle ai piedi del crinale. Erano uomini dall'aspetto trasandato, privi di qualsiasi uniforme, in sella a bestie pelle e ossa strappate ai loro traini o ai loro pascoli; a ogni modo, urlando rabbiosi, sguainarono le spade non appena scorsero il blu dei vordaniani stagliato contro l'orizzonte. Preti dalle vesti nere incitarono gli altri alla carica, gridando più forte di tutti e sbracciandosi per aizzare i cavalieri verso il nemico."
Dalla seconda di copertina:
"La sonnolenta quotidianità in cui il capitano maggiore Marcus d’Ivoire e il suo piccolo esercito sono risucchiati, rassegnati a finire i propri giorni in un remoto avamposto, è stravolta dallo scoppio di una ribellione ai confini del Regno di Vordan, che li costringerà alla dura prova della difesa di una fortezza nel deserto. Winter Ihernglass si è arruolata nell’esercito fingendosi un uomo, con il solo scopo di sfuggire al suo passato. Coraggio e determinazione non le mancano, e insieme alla sua umanità le faranno ottenere in breve una promozione a luogotenente. I destini di questi due soldati e dei loro uomini dipendono dal colonnello Janus bet Vhalnich, il prescelto dal re per riprendere in mano le redini di una guerra che sembra perduta e ristabilire l’ordine. Il suo genio militare sembra non conoscere limiti, sotto il suo comando si assiste a un rovesciamento delle sorti. Marcus e Winter credono nel loro superiore e sono pronti a seguirlo fino alla fine, ma la loro fedeltà sarà messa a dura prova quando cominceranno a sospettare che le ambizioni dell’enigmatico colonnello vadano ben al di là del campo di battaglia, avvicinandosi pericolosamente al sovrannaturale... "

Gli amanti della letteratura fantasy apprezzeranno il romanzo I MILLE NOMI (The Thousand Names, 2013), dell'americano Django Wexler (classe 1981), inizio del ciclo "The Shadow Campaigns". In primis c'è una storia interessante, con spunti originali e soprattutto dal ritmo sostenuto. In questo senso le scene dei combattimenti sono realistiche, intense e non potranno non soddisfare chi cerca azione e adrenalina. Come si evince nei ringraziamenti, la documentazione di Wexler è stata accurata, partendo dal classico di storia militare Le campagne di Napoleone, di David G. Chandler.
Mosso dall'intenzione di allontanarsi dal tradizionale scenario medievaleggiante, Wexler ha scelto un'ambientazione modellata sull'Egitto ai tempi delle campagne napoleoniche. Durante la spedizione dell'esercito coloniale dell'impero vordaniano (Vordanai, nell'originale) contro le orde dei fanatici khandariani, il lettore segue le vicende di una serie di personaggi forti, credibili nonché pieni di sorprese. Tra questi ci sono i due protagonisti principali, entrambi in fuga da un passato di patimenti e sofferenze: Winter Ihernglass, che si è arruolata nell'esercito vordaniano, fingendosi maschio, e il suo superiore, il capitano maggiore Marcus d'Ivoire, che si è imposto un esilio lontano da casa. A questi si deve aggiungere la figura, sfuggente e misteriosa, del colonnello Janus bet Vhalnich, per vari aspetti modellata, per ammissione di Wexler stesso, su quella storica di Bonaparte.
L'elemento fantastico, quasi assente all'inizio della storia, diventa preponderante nella seconda parte del libro. A questo punto Wexler attinge al repertorio del genere inserendo demoni, incantesimi, antiche magie,e persino un'orda di creature simili a zombi.
L'accostamento in un fantasy di moschetti, baionette e cannoni - al posto delle solite spade e balestre - al soprannaturale è probabilmente l'aspetto più intrigante di un'opera che non mancherà di accontentare gusti quanto mai diversi.
Negli Stati Uniti è da poco uscito The Shadow Throne, il secondo capitolo della serie che, nelle intenzioni dell'autore, dovrebbe essere composta addirittura da cinque libri.

Django WEXLER, I MILLE NOMI (The Thousand Names, 2013), trad. di Stefano Sereno, Fanucci, Collezione Immaginario Fantasy, 651 pp., 2014, prezzo 20,00 € (ebook 4,99 €)

Stefano Sacchini