sabato 26 aprile 2014

LO SPAZIO DESERTO di M. John Harrison

Saluto con piacere e con affetto il ritorno di Arne Saknussem dopo un periodo non felice ma per fortuna passato. Il nostro recensore ufficiale degli Urania ci offre oggi le sue impressioni sull'ultimo romanzo di M.John Harrison, autore di non facile lettura ma indubbiamente affascinante.
   
   
"Lo Spazio Deserto" di M. John Harrison è l'ultimo romanzo del ciclo del "Fascio Kefahuchi", ciclo al quale appartengono anche i 2 romanzi "Nova Swing" e "Luce dell'Universo".
I 3 romanzi sono legati tra loro dalla presenza di alcuni personaggi e dall'ambientazione, e sebbene sarebbe il caso di leggerli nell'ordine nel quale sono stati scritti, è possibile leggerli separatamente.
La trilogia è ambientata in una parte dell'universo caratterizzata dalla presenza del fascio Kefahuchi: la Spiaggia.
Quando l'incomprensibile anomalia conosciuta come "fascio Kefahuchi" si espanse, alcune sue parti sfiorarono dei pianeti la cui fisica fu stravolta dalla incomprensibile fisica del fascio (Harrison fa spesso riferimento alla fisica quantistica). Questo fronte di pianeti è appunto conosciuto come "la Spiaggia".
L'Uomo potè iniziare ad esplorare il Fascio solo dopo aver scoperto le equazioni necessarie per muoversi nelle sue 11 dimensioni; viaggiando nel Fascio gli uomini trovarono le tracce archeologiche di chi aveva risolto prima di loro il problema del viaggio nello spazio ad 11 dimensioni: intelligenze artificiali, divinità aragosta, uomini lucertola dal tempo profondo, lucertoloni Aztechi da un'altro universo ... ma non erano solo tracce, nel fascio c'erano anche oscure presenze.
Harrison ci porta tra mosaici policristallini autofilanti, metafisici ragazzi ombra, entità un pò donna ed un pò gatto che vengono dal futuro, armi biominerali, apparizioni "spettrali", "maghi"e cadaveri fluttuanti, in un universo dove tutto è sfocato, indefinito e si fa fatica persino a distinguere ciò che è vivo da ciò che non lo è; lo stesso autore scrive "In un universo che ribolliva di algoritmi qualunque cosa poteva comportarsi come se fosse viva.".
L'azione si svolge su mondi in decadenza (perfino le astronavi sono arrugginite e sporche di escrementi), tra strade polverose, locali malfamati e personaggi di dubbia moralità, in un'atmosfera da noir/thriller.
Difficile quanto inutile riassumere qui la trama del romanzo così come è difficile fare un quadro dell'universo dipinto da Harrison.
Uno dei personaggi di "Lo Spazio Deserto" ad un certo punto dice "Non mi sono mai fermata a guardare  la mia vita, ho solo voluto starci dentro.", ed Harrison fa proprio così: non si ferma a guardare e descrivere l'universo nel quale si svolge l'azione ma ci passa semplicemente in mezzo.
E dopo tutto la trama e la location sono relative... relative tanto quanto la leggi della fisica sui mondi della Spiaggia.
Questo romanzo è fatto di sensazioni.
Sensazioni che ti si appiccicano addosso come gli odori, i sapori ed i suoni di quei mondi lontani, come gli stati d'animo evocati.
Certo, devo ammettere che non si tratta di una lettura semplice, anzi !!
E' difficile seguire il filo del discorso, identificare un nucleo di riferimento intorno al quale depositare strato dopo strato le varie fasi della storia.
Leggendo le prime 100 pagine del romanzo sono stato tentato più volte di lasciar perdere, eppure era troppo forte la curiosità verso questa "strana cosa" che avevo sotto gli occhi, quindi ho stretto i denti e sono andato avanti. E devo dire che lo sforzo e l'impegno sono stati premiati.
In tutta sincerità devo ammettere che tanti dubbi restano e ad alcune parti del romanzo non sono riuscito a dare un senso, ma quello che conta, in questo caso, è l'esperienza della lettura.
Tutti i personaggi di "Lo Spazio Deserto" sono alla ricerca di una identità, di se stessi, di un perchè, e sembra che non si riesca mai a dare un senso o una spiegazione a qualsivoglia fenomeno; e credo che il punto sia proprio questo: non esiste "la verità", ci sono solo diversi punti di vista, non è possibile conoscere davvero se stessi come non è possibile conoscere davvero il mondo che ci circonda... figuriamoci conoscere o comprendere l'universo che ci ospita e tutto ciò che gli sta dentro.
Sul blog personale di Harrison leggiamo:
"The nightmare of the self: whatever you discover, it will never actually allow you to say anything about the foundation of things. Each discovery will only open up another scale, which, probed, will almost immediately begin to imply a further scale, a finer-grained space. The very small always has something smaller inside it. Whatever you find isn't the end, it's only ever the beginning of something else. Worse, the characteristic of these successive foundational states is that they're composed increasingly of emptiness, of the gaps between things. Everything diffuses out into nothing. And the tools you develop operate only at the scale for which you develop them–though they have just enough sensitivity to alert you, as you push towards each outside edge, to the possibility of the need for another, yet more subtle, toolset."
Quella di Harrison è una fantascienza figlia di quel filone alternativo a cui appartengono i racconti di Cordwainer Smith, il "Solaris" di Lem, "Ubik" di Dick, "Roadside picnic" dei fratelli Strugatsky, "Miracle visitors" di Ian Watson, o i romanzi di Delany, una fantascienza tanto lontana dalla space opera avventurosa quanto da quella di stampo campbelliano che guarda alle scienze per immaginare il futuro.
Una fantascienza onirica, dell'anima.
Un romanzo difficile, impegnativo,a tratti poco chiaro, ma una volta terminata la lettura ti senti parte di quell'esperienza, ti resta qualcosa attaccato addosso.
Si, questo romanzo è veramente "un'esperienza".
Bella ? Brutta ?
Personalmente sono contento di aver trovato la voglia di arrivare fino alla fine e credo che la SF contemporanea abbia bisogno di autori del calibro di M. John Harrison, che spostano il confine sempre un pò più in là.
P.S. Un piccolo consiglio, se posso permettermi: questo romanzo va letto in tempi brevi perchè una lettura troppo frammentata renderebbe davvero impossibile seguire il filo e spezzerebbe il flusso emozionale.
Arne Saknussem 

giovedì 24 aprile 2014

LA CROCIATA DEI BAMBINI di Tullio Avoledo

Stasera mi rovino (tanto non mi costa nulla...ma nemmeno me ne viene nulla, eh). Due post. I miei amici e collaboratori si sono scatenati in una serie davvero interessante di recensioni. Ecco quella di Fabio Centamore sull'ultimissimo romanzo di Tullio Avoledo, uno dei pochi scrittori italiani di successo che dichiari apertamente il suo amore per la fantascienza. La crociata dei bambini è il seguito de Le radici del cielo (un' avvincente avventura in un cupo mondo italico postatomico), ed è ambientato nell'universo di Metro 2033.

Titolo: La crociata dei bambini
Autore: Tullio Avoledo
Genere: Fantascienza
Casa editrice: Multiplayer Edizioni
Anno: 2014

Rinsecchito come un vecchio ramo gelato, eppure ancora conserva la fiamma della vita. Gli esploratori non possono che portarlo alla madre di guarigione, sanno che non vivrà comunque. Trarre via un uomo dalla morte è un compito impegnativo, chiede molte energie e c'è bisogno di tutti. Serve la magia più potente della madre di guarigione: il defibrillatore. Una volta era energia vera, prima dell'Emergenza. Volt che scorrevano dentro il corpo a riattivare il cuore stanco. Ora è solo energia simbolica, volontà pura. Concentrati. Tutti. Un fremito scorre per i loro piccoli corpi, dritto nel tronco dello straniero. Il corpo vecchio ed esaurito dal gelo trema, si inarca, riprende a lottare. Una, più volte. Come nascere una seconda volta ma con i ricordi della vita precedente intatti. Sporco, scarmigliato e talmente infreddolito da non sentirlo più, padre John Daniels riapre i suoi occhi ormai vuoti e inerti. Stanno parlando di lui...
Secondo volume della saga di Metro 2033 Italia, dopo il primo capitolo del 2011 (Le radici del cielo - Multiplayer Edizioni), che ha segnato una svolta significativa nella carriera dell'autore. Si tratta di un libro ricco di suggestioni diverse ed eterogenee fra loro, eppure perfettamente integrate. Anzitutto il soggetto. La catastrofe, la distruzione della Terra e la popolazione ridotta a pochi sopravvissuti. La civiltà precipitata in un nuovo medioevo perennemente sottozero. Inevitabile il riecheggiare delle suggestioni di un classico della fantascienza: Un cantico per Leibowitz. Nel capolavoro di Walter M. Miller si respirava una costante tensione spirituale, la certezza che la fede avrebbe tratto l'umanità dalla barbarie. Nella concezione di Miller la chiesa avrebbe costituito il perno della rinascita, l'ancora a cui il genere umano si sarebbe potuto aggrappare per iniziare la risalita. Così non è in Avoledo. Qui tutto è tuffato nel senso di colpa. Tutto il mondo passato è stato cancellato. Perfino la chiesa, colpevole insieme al resto del mondo della catastrofe, è regredita ad una nuova età del ferro. Questo avevamo letto nel volume precedente. Qui sono in primo piano altre dinamiche correlate. È il bambino dentro ognuno di noi l'interlocutore che sale alla ribalta. Le paure che ci portiamo dentro, i ricordi del nostro passato. Frammenti, sensazioni, immagini in lotta col presente. Il viaggio fra le rovine di Milano è un itinerario costellato di ricordi infantili. Quando tutto andava bene e il male non si avvertiva. L'autore costruisce un complesso gioco di rimandi e interazioni fra citazioni di videogiochi, concetti etici estrapolati dai fumetti, classici d'avventura per ragazzi. Il tutto velato dal rimpianto per ciò che non è più, trasumanato da una fitta rete di sensazioni (colori, odori, stati d'animo) che sostituisce quasi le parti descrittive. Lo struggente contrasto con il disumano presente: i bambini del dopo. Figure a metà. Legate a sbiaditi ricordi di un mondo che più non esiste; proiettate verso un presente che non concede tregua. Crudeli nella loro logica di sopravvivenza, tenerissimi nelle loro speranze future e nei confusi miti del loro passato. Anche la chiesa degli intrighi politici e delle congiure di palazzo diventa una sorta di ombra diafana. Un regno popolato di ombre e confinato in un angusto sotterraneo, apparentemente lontano dall'inverno radioattivo e dalla lotta per sopravvivere. Una contraddizione più che un mistero, come la fede. Ridotta a puro simbolismo, senza poter contare su vino e ostie consacrate, cosa ne rimane oltre la pura liturgia? Eppure la spiritualità sembra resistere. Forse ammantata di nuovi misteri e nuove credenze, eppure eccola ancora intatta tracimare dalle domande dei bambini fra le pieghe della dura logica del sopravvivere. Questo il mondo di Avoledo. Sospeso fra il "prima" e "l'ora". Non così lontano da non ricordare, eppure ormai senza alcun rimedio. Una somma di privati inferni. Bisticcio di colpe, rimpianti e orride necessità sullo sfondo del gelo perenne.
Fabio F. Centamore


LE MERAVIGLIE DEL POSSIBILE a cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero

Flavio Alunni ci parla oggi di una mitica antologia di fantascienza, forse l'antologia con la A maiuscola, quella che ha contruibuito a lanciare la fantascienza nel nostro paese e a farla conoscere anche al di fuori del mondo delle edicole.



Le meraviglie del possibile è forse la migliore raccolta di racconti di fantascienza che sia mai stata pubblicata in Italia. Curata da Sergio Solmi e Carlo Fruttero, fu stampata per la prima volta nel 1959 ed è tutt'ora nelle librerie, più viva che mai. Viene da chiedersi perché, nonostante la "vecchiaia" delle storie presentate, queste siano ancora tutte così dannatamente stupefacenti. Come mai un essere umano del ventunesimo secolo resta ancora folgorato da racconti così "antichi"? La risposta  nelle migliori convention del paese e nelle più divertenti e accese discussioni tra appassionati.
Il titolo cerca di sintetizzare il senso della narrativa sci-fi, a cui sono state attribuite le più varie definizioni. Lungi dal dare una definizione che circoscriverebbe il suddetto genere letterario strozzandolo e minimizzandolo, bisogna però dire che le varie definizioni di fantascienza collidono su due punti fondamentali. Prima di tutto, il sense of wonder. In secondo luogo, la fantascienza cerca di immaginare fatti che il mix tra realtà e immaginazione suggerisce come potenzialmente (e follemente) verificabili. Da qui il titolo Le meraviglie del possibile.
L'antologia inizia con un racconto di Herbert George Wells, uno dei padri della fantascienza moderna, dal titolo L'uovo di cristallo, in cui lo scrittore prevede le telecamere. La trama è semplice, almeno apparentemente, eppure cattura per il messaggio che lascia e per la meraviglia che trasmette.
Dopo il racconto di Wells l'antologia prosegue con Pioggia senza fine di Ray Bradbury, altra piccola storia ambientata su un pianeta dove piove a tal punto che i protagonisti non vedono a un palmo dal proprio naso. Che cosa stupida, direbbe qualche sprovveduto, sottovalutando quanto possa essere aliena e drammatica una tale situazione, e quanto possa risultare difficile descriverne i tratti più empatici in modo tale da emozionare chi legge.
Seguono a ruota libera quattro racconti di Fredric Brown, tra cui Sentinella (racconto flash da far accapponare la pelle) e Il duello (che sprizza materia grigia e mistero da tutti i pori), insieme a due  opere dell'altro maestro dei racconti brevi quale è Robert Sheckley, che si esibisce con La settima vittima (per cui il cinema italiano può vantare una riproduzione cinematografica con la regia di Elio Petri e l'interpretazione di Marcello Mastroianni) e Il costo della vita, due racconti sociologici che non lasciano indifferenti e anzi fanno molto riflettere e aprono la mente "come una scatola di tonno".
Ma selezionare i racconti migliori fra i ventinove totali è un'impresa difficile, perché sono tutti (proprio tutti) di ottimo livello, sebbene possano avere diverse caratteristiche. Sbilanciandosi un po', si potrebbe dire che il racconto più emozionante sia Fiori per Algernon di Daniel Keyes, indiscusso capolavoro strappalacrime che l'autore ha in seguito riadattato con successo a romanzo, anche se nell'ambiente gira voce che il racconto sia di migliore qualità.
Le più sincere congratulazioni vanno ai curatori e a chi ha tradotto i vari pezzi (che in alcuni casi coincide con i curatori). A Solmi e Fruttero va riconosciuto il coraggio di aver tralasciato autori come Isaac Asimov e Arthur C. Clarke, probabilmente perché hanno voluto lasciare spazio ad autori meno conosciuti come lo stesso Daniel Keyes o Charles F. Obstbaum o Katherine McLean. Fatto sta che Dick, Asimov e Clarke partecipano con un solo racconto ciascuno.
Discostandosi dai peggiori stereotipi che allontanano molti potenziali lettori dalla letteratura di fantascienza, questo volume di oltre cinquecento pagine non può che conquistare chiunque abbia l'ardire di aprirlo. E' bene regalare il libro qui presente ai potenziali lettori e alle potenziali lettrici per sfatare in loro qualsiasi pregiudizio e per dare nuovi adepti a questo genere letterario tanto appassionante.
Flavio Alunni