venerdì 28 febbraio 2014

ROBOCOP (2014)



Recensione di Robocop, Padilha, 2014


Quando vidi Robocop di Verhoeven era il 1989, avevo soli 9 anni. Ero seduto nel salone al buio all'insaputa dei miei genitori ed assistetti alla prima vera estrema violenza su schermo, che mi spaventò e allo stesso tempo mi piacque a tal punto da influenzarmi nel profondo. Ricordo ancora il brivido che mi spinse a spegnere il televisore quando Murphy si svitò la maschera che alimentò le mie paure dovute all'incapacità di accettare l'uomo imprigionato dentro la macchina. Una lunga attesa prima di vedere in faccia qualcosa di aberrante e spaventoso che mi ha fatto scoprire gli ultimi minuti finali solo anni dopo.
Crudo, realistico, grigio del fumo e del metallo di Detroit, distopico meno di quanto si possa pensare e riflessione cristologica sulla morte e resurrezione... il Robocop di Verhoeven era un gioiello di tecnica, contenuti e invettiva, nonché l'inizio delle grandi critiche del regista alla società capitalista, in particolar modo grazie ad un uso grottesco dei media. Un film al quale hanno contribuito la fantastica colonna sonora di Poledouris (che vi invito a riascoltare in originale e non riarrangiata nella nuova versione), gli effetti speciali di Rob Bottin (che arrivava da La Cosa e futuro vincitore dell'Oscar nel 1991 con Atto di Forza sempre con il regista olandese) e la grande mimica di Peter Weller, capace di rendere la natura umana e cibernetica in un'unica nuova natura in modo incredibilmente realistico e profondo.
Cosa dire invece del Robocop di Padilha senza fargli troppo male...? Di per sè  il film è decente, ma lo si deve fondamentalmente ad un regista bravo nel suo lavoro e a un budget così alto che anche un regista mediocre sarebbe stato capace di realizzare qualcosa di quantomeno decente.
Personalmente avrei cercato di investire molto di più nella trama perché, forse per un eccesso di volontà di discostarsi dal precedente, si è ottenuto un lavoro trito e dozzinale, un restyling per famiglie che snatura e banalizza ciò che ne era all'origine e che non necessitava di alcun remake.
Tanto per cominciare, i dialoghi non spiccano in originalità, seguendo un causa-effetto fin troppo esplicito e in alcuni casi troppo poco convincente, ai quali per fortuna il cast di tutto rispetto riesce (con una recitazione niente più che onesta) a dare quella parvenza d'autorevolezza in più senza la quale l'opera perderebbe molto di sostanza.
Con questo non voglio dire che il Robocop in questione contenga falle, ma semplicemente che la trama prevedibile non mantiene viva l'attenzione (quale dovrebbe essere il colpo di scena? Boh?! Ancora me lo chiedo), riducendo l'eroe a una specie di IronMan all'interno di un classico film di vendetta, uno spettacolo intuibile che non si discosta tanto dai film d'azione per la TV e che non lascia un buon motivo per una seconda visione.
Quello che cerco di far intendere è il fatto che, a parte il poliziotto che verrà ibridato in una genesi dell'uomo cibernetico e di un po' di drammi conflittuali tra l'essere un uomo o una macchina (risolti anche con troppa facilità e senza una vera accettazione della propria natura mostruosa), cosa ne rimane?
L'invettiva, che avrebbero a questo punto fatto meglio a non inserire, l'ho trovata personalmente piatta e priva di vero mordente, affrontando temi ormai noti e stranoti a tutti, ma semplicemente trasposti in là nel futuro; mentre la documentazione scientifica per argomentare la trasformazione appare gratuita e superficiale rendendo il tutto un po' implausibile e privo di quella concretezza che rende credibile il tutto, quella visceralità che ti fa "sentire" la costrizione dell'anima umana nella macchina.
Lo stesso design e le movenze (per le quali Weller studiò da mimo) pesanti e macchinose del primo, che ricordavano un uomo imbrigliato in un'armatura di titanio e che esasperavano ancor più il conflitto uomo-macchina, sono ridotte a una comoda tutina da "droide ninja alla Kyashan" che, se si fossero limitati a mantenere la prima versione dell'armatura, forse sarebbe potuta risultare più credibile, magari evitando anche di utilizzare un volto fin troppo "colorito" per quella che fondamentalmente è solo carne morta.
Gli effetti speciali nel complesso li ho trovati mediocri, salvabili solamente per quanto concerne i droidi e l'ED-209, ma non per il protagonista che, in alcune scene di lotta in digitale, soffre di quella che potremmo definire "assenza di peso" (problema riscontrabile comunque in diversi film, a cominciare dal primo Transformers), che non giova al tutto.
Detto ciò, se consideriamo il film come qualcosa a sé stante, mi sentirei di dare la sufficienza al film di Padilha quantomeno per l'impegno; tuttavia è impossibile in qualità di reboot/remake non confrontarlo con il predecessore che, anche a distanza di quasi trent'anni, lo mette K.o. a mani legate e con gli occhi chiusi.
A questo punto un paio di domande mi sorgono spontanee: è questo RoboCop?
Ma soprattutto: Si può parlare di Robocop per un film PG-13?
Per quanto mi riguarda ritengo la cosa un ossimoro.
 Il degrado metropolitano di una Detroit devastata dalla disoccupazione e dalla criminalità; l'ultraviolenza veritiera, cruda e feroce sbattuta in faccia, sintomo di un iperrealismo della crudeltà umana vibrato come un pugno in faccia; le originali, ironiche e scomode invettive politico-sociali dei telegiornali; le accuse alle megacorporazioni e alle multinazionali; gli effetti speciali per l'epoca fuori dall'ordinario... che fine hanno fatto?
Ripensando al film di Verhoeven e ai suoi concetti primordiali di prolungamento della "vita" e di rinascita in un nuovo corpo sintetico, mi sorge una domanda: se un giorno la tecnologia rendesse possibile la sopravvivenza umana tramite le macchine (e questo, come sappiamo, è già in larga parte possibile) lasceremo che accada? ed infine... starà alle multinazionali oppure alla nostra etica definire il limite?
A questo punto ci sarebbe da chiedersi: il remake è stato necessario per allontanare quel futuro distopico di crisi sociale e degrado che Verhoeven aveva profetizzato nel 1987 e che oggi è sotto gli occhi di tutti?
Mah... a voi le debite conclusioni, e comunque NO, non spendete i soldi per il cinema, a meno che non vogliate vedere un remake che era inutile fare e un film privo di un vero motivo per essere visto.

P:S: ... se proprio volete vedervi un bel remake di Robocop, non perdetevi questo: http://vimeo.com/85903713


Marc Welder

mercoledì 26 febbraio 2014

INTERVISTA A LAUREN BEUKES di Fabio F. Centamore

Fabio Centamore ha intervistato la giovane sudafricana Lauren Beukes, una delle voci più interessanti e originali sulla scena del fantastico, autrice del recente The Shining Girls (http://cronachediunsolelontano.blogspot.it/2014/01/the-shining-girls-di-laureen-beukes.html). Prima di questo romanzo compatto e avvincente ai confini tra horror e sf la Beukes si era cimentata in due validi romanzi di fantascienza e fantasy (Moxyland e Zoo City, un  thriller che mescola crimine, magia, profughi e industria musicale in una Johannesburg reinventata e che ha vinto nel 2011  il premio Arthur C. Clarke).



Lauren Beukes sembra davvero a suo agio in ogni ambientazione. Dalle città cyberpunk, buie e nuvolose, alle altre dimensioni dove i maghi prendono il posto degli scienziati. La vediamo perfino capace  di tratteggiare un ritratto vivido della Chicago degli anni trenta e delle sue bande di disperati. Me la immagino di aspetto semplice, occhi quieti e sognanti su un leggero sorriso, mentre cerca di costruire chissà quale sorta di intreccio. Lauren, comunque, ama diverse attività interessandosi anche ai fumetti e alla TV. Non solo narrativa dunque, è stata anche giornalista per ben dieci anni. Vediamo di conoscerla meglio con queste poche domande.
Scrittrice, giornalista, regista TV, sceneggiatrice di fumetti, madre e moglie. Cos'altro? Come riesci a gestirti tutte queste attività?
Con molto aiuto da parte della mia magnifica famiglia, degli amici che mi supportano, dei miei editori, dei miei agenti, di chiunque aiuti a costruire una carriera. Non è mai un'occupazione da solisti. Vivendo in Sud Africa, come in Italia immagino, bisogna destreggiarsi tra attività creative perché è difficile farsi pagare, ecco come mi sono trovata a fare giornalismo e tv e a scrivere libri e girare documentari - per essere in grado di pagare l'affitto. Ora, naturalmente, mi trovo nella posizione incredibilmente fortunata in cui posso essere una scrittrice a tempo pieno e fare quello che voglio - il che significa potersi esprimere in molti campi diversi della creatività. Il viaggio è difficile per la mia vita familiare - stare lontano da mia figlia di cinque anni a volte per settimane intere, ma è essenziale per la mia carriera. Si tratta di trovare equilibrio.
Hai vissuto per due anni a New York. Come è stata quell'esperienza? Che impatto hai avuto con la “Grande Mela”?
In realtà è stato un periodo difficile. Mi sono trasferita per amore e non ha funzionato, ma ero così affascinata dalla città e dalla scena artistica in particolare, che sono rimasta lì intorno e poi sono andata anche a Chicago per un altro po'.
Una piccola curiosità: nella tua “Zoo City” a quale animale dovrebbero legarti? Perché?
O un Megaladon (l'antico squalo preistorico), che però sarebbe molto scomodo per viaggiare e poi nessuno nel libro ha specie estinte, o, più praticamente, uno scoiattolo. Sono un po' “scoiattolosa” e ogni topo che ha l'astuzia di mascherarsi con una coda da simpatico birichino ha il mio voto.
Adesso parliamo del tuo inizio. Come hai fatto a diventare una scrittrice? Ti senti più giornalista o artista?
Ho sempre voluto scrivere romanzi da quando avevo cinque anni e scoperto che ci si poteva guadagnare da vivere inventando storie. Il giornalismo era parte della strada per arrivarci. Mi manca la scrittura giornalistica, ma faccio un sacco di intenso lavoro di ricerca giornalistica (interviste, visito luoghi, letture storiche) per i miei romanzi, così è stata quasi una naturale evoluzione. Trovo che il mondo reale sia spesso più ricco e sorprendente di qualsiasi altra cosa tu possa inventare.
 Come nasce il tuo interesse per I fumetti? E' così diverso scrivere per un libro a fumetti?
E' completamente diverso. Devi pensare tutto visivamente e mantenere il dialogo al minimo, ma con il massimo dell'effetto. Fortunatamente, scrivendo cartoni animati per bambini (Mouk, Florrie’s Dragons, URBO: The Adventures of Pax Afrika) ho imparato a fare entrambe le cose. In un episodio di 10 minuti per i bambini, non si può  tergiversare - ogni linea di dialogo, ogni scena, deve muovere in avanti la storia. Amo le collaborazioni con i fumetti e scrivere per I cartoni animati - vedere come gli artisti prendono le vostre idee, le fanno proprie e le trasformano in modi a cui proprio non avevi pensato.
Spieghiamo come crei un romanzo. Cominci da un'idea? Ti colpisce qualcosa che leggi?
Come uno scoiattolo, accumulo idee interessanti e fatti e storie che ho sentito o letto e crepitano intorno nella mia testa come ghiande. A volte faranno crescere alberi strani e interessanti. Di solito inizio con una vivida immagine o un'idea: "serial killer che viaggia nel tempo e il sopravvissuto che gli da la caccia in giro", "ragazza cammina verso l'armadio nella sua casa popolare e tira su un bradipo come fosse uno zaino, che è un peso ma anche un dono". Poi cerco di immaginarmi che cosa significa, dove porterà. Conosco sempre i miei finali prima di iniziare a scrivere veramente. Il resto semplicemente riempie le lacune.
Tre romanzi, tre generi diversi: fantascienza, urban fantasy, thriller. Perché questa scelta?
Usando le parole dell'attivista e scrittore Steve Biko, "scrivo quello che mi piace." Si scopre ogni volta come qualcosa di diverso, a seconda di dove ho la testa, di cosa mi appassiona al momento, di quale storia mi è fastidioso raccontare. In quanto narratrice, infatti, mi costringo anche a continuare lo sviluppo della trama.
 Qual'è il tuo scrittore preferito?
Troppi per sceglierne uno solo! Su di me esercitano grande influenza Alan Moore, William Gibson e Margaret Atwood. Ma al momento sto iniziando ad amare Sara Gran, Ed Brubaker (scrittore di fumetti), Megan Abbott, Jenefer Egan, Patrick Dewitte, Joe Hill e Max Barry. Scrittori semplicemente brillanti che piegano le parole in modi interessanti e ti raccontano storie inaspettate.
 Recentemente ho letto la top ten dei libri di fantascienza per il 2013. Ci ho trovato diverse donne, secondo te c'è un motivo preciso?
Spero che sia perché hanno scritto libri incredibili e perché la gente è sempre più consapevole di quanto sia facile trascurare donne scrittrici ed è in procinto di scoprirle attivamente.
 A proposito di fantascienza: vedi un futuro per questo genere letterario? Quale?
Si tratta di un genere molto vasto, con tantissimo spazio creativo: può solo crescere. Mi piacerebbe vedere meno snobismo di genere letterario tra i fan della narrativa classica e della fantascienza (su entrambi i lati della linea). Dobbiamo leggere ciò che ci piace, dovremmo leggere di tutto indipendentemente da libri e generi.
 A proposito di te: quali progetti nel tuo futuro? Tornerai nella nostra Italia?
Sono stata in Italia a dicembre per il Noir Festival di Courmayeur, che è stata un'esperienza incredibile e tornerei in un baleno.
Fabio F. Centamore

lunedì 24 febbraio 2014

ESCE IL NUMERO DUE DEL NOSTRO MAGAZINE



Oggi Tiziano Cremonini mi ha inviato la versione completa del numero due (terzo in assoluto, visto che abbiamo anche il numero zero) del nostro magazine. Avevo già avuto modo di visionare le bozze ma poter rimirare la versione definitiva lascia un senso di vera soddisfazione. Al solito, debbo purtroppo ripetermi, il lavoro di Tiziano è non buono, ma superlativo, e dà lustro e consistenza all’insieme dei saggi che abbiamo deciso di inserire nel magazine.
La scelta non è stata facile: i nostri amici e collaboratori continuano a sfornare articoli con entusiasmo e sempre maggior competenza. Impossibile lasciar fuori certi pezzi, e dunque ecco che il magazine si è andato riempiendo sempre più, arrivando a sfiorare le cento pagine, un record che non ci saremmo mai sognati.
Dai magnifici saggi di Nico Gallo, presente con una incredibile storia delle ucronie (in origine apparsa come presentazione al romanzo di Giampietro Stocco “Nuovo mondo”, pubblicato da Cordero Editore) e con un corposo profilo del grande Robert Sheckley (uscito questo su Pulp Libri), alle puntuali recensioni di Fabio F.Centamore  e Arne Saknussem, all’eccezionale copertura del fantasy da parte di Stefano Sacchini, alla sezione cinematografica curata da Flavio Alunni, credo che non ci sia articolo che meritasse di rimanere fuori. E vogliamo parlare delle interviste al curatore di Urania Giuseppe Lippi e a Valerio Evangelisti?
Spero inoltre di fare cosa  gradita riprendendo alcuni miei vecchi saggi sulle tematiche principali della fantascienza: per questo numero ho scelto il pezzo sui robot, apparso come introduzione all’antologia Robotica delle Grandi Opere Nord. Penso che molti lettori di oggi non abbiano avuto occasione di leggerlo. Fatemi sapere se questi ripescaggi sono interessanti o meno…
Insomma, interviste, profili, articoli sulle ultime uscite…che vogliamo di più?
E invece, come è ormai abitudine, abbiamo inserito anche tre ottimi racconti italiani, belli e diversissimi tra loro. Giampietro Stocco dimostra ancora una volta di essere una delle voci più significative della fantascienza italiana con un pezzo che rinnova tematiche classiche con grande sapienza narrativa e con l’innesto di interessanti estrapolazioni tecnologiche. Maurizio Cometto ci commuove con malinconiche atmosfere torinesi in una storia di drammatici eventi personali al limite del soprannaturale, mentre Clelia Farris conferma la sua originalità con una magnifica parabola sull’esistenza umana.
Ringrazio ancora tutti gli amici (anche quelli che non ho citato ma che sono presenti nel sommario) che mi sono vicini nella realizzazione del blog e del magazine e vi lascio dunque ad una lettura spero gradita.
Ecco dunque i link per scaricare il magazine in alta definizione,http://www.tizianocremonini.net/un_sole_lontano/CDUSL_2_HiRes.pdf, e in bassa definizione,http://www.tizianocremonini.net/un_sole_lontano/CDUSL_2_LowRes.pdf.
Ricordo infine che potete trovare i numeri precedenti alla home page del sito web di Tiziano: www.tizianocremonini.net/un_sole_lontano/index.html.
Sandro Pergameno

venerdì 21 febbraio 2014

IL FUTURO DI VETRO a cura di David Hartwell


C'è voluto un po' ma alla fine ho completato l'ultimo Millemondi, e cioè Il futuro di vetro, i migliori racconti del 2012 scelti da David Hartwell. Il Millemondi contiene stavolta tutti i racconti dell'antologia originale: ben 28 racconti e romanzi brevi che danno una buona panoramica di quanto è stato pubblicato sostanzialmente negli USA. Confesso di aver fatto un errore: leggere di seguito tutti i 28 racconti non è stata una buona idea, e sconsiglio vivamente gli amici dal fare questa scelta. Intercalando con altri romanzi si può gustare meglio questa ottima raccolta, che arriva a sfiorare le cinquecento pagine.
Ciò detto, passiamo ad esaminare nel dettaglio le storie che IMHO spiccano sul resto (penso che parlare di tutti i 28 racconti risulterebbe alla fin fine noioso).
Prima di tutto la Aliette de Bodard, autrice di origini franco-vietnamite che ha ormai raggiunto una solida reputazione con il suo ciclo ambientato in un universo futuro dominato da un impero di chiara impronta "viet" (di cui fa parte anche il bellissimo Stazione Rossa, già uscito in Italia). Il sapore cupo delle sue vicende di guerra futura, intrise di rigorosa filosofia orientale, le fa risaltare al di sopra delle altre storie. Due sorelle in esilio, qui presente, ne è un ulteriore e chiaro esempio.
Incontri ravvicinati di Andy Duncan, premio Nebula per la miglior novelette, ci racconta con grande umanità (un po' alla maniera del grande Clifford Simak) la storia di un vecchio paesano che ha avuto la fortuna di incontrare un UFO, e la cui vita è stata segnata da questa meravigliosa esperienza. La sua fede negli alieni che hanno mutato la sua esistenza e che gli hanno promesso di tornare da lui è andata tuttavia scemando nel corso dei decenni; quando ormai non si aspetta più nulla accadrà un fatto singolare che servirà a ravvivare le antiche speranze.
La figlia di Liberty di Naomi Kritzer è una sorta di juvenile alla Robert Heinlein: l'adolescente Rebecca (Beck) vive col padre su un'isola artificale costituita da vecchie navi assemblate assieme e popolata da dissidenti, lestofanti, e in genere persone che hanno scelto di vivere in maniera indipendente e al di fuori delle restrizioni delle leggi governative. Beck vive ricercando oggetti di difficile reperimento su un mondo così lontano dalla terraferma e dagli scambi commerciali normali. Nel corso delle sue ricerche andrà a scontrarsi con attività al di fuori della legalità anche per questo piccolo mondo: la sua caparbietà la spingerà ad affrontare pericoli e misteri. Una storia gialla raccontata con molta competenza dalla Kritzer in un milieau assai intrigante e a cui la scrittrice è già tornata varie volte.
Elettrica di Sean McMullen  è una divertente avventura steampunk ambientata ai tempi delle guerre napoleoniche. Il tenente Fletcher, giovane e brillante "decodificatore" dello staff di Lord Wellington, viene inviato a indagare sulle potenzialità belliche della scoperta dell'eccentrico Sir Charles Calder, che ha inventato un insolito trasmettitore su base semaforica. A sue spese scoprirà che il semaforo elettrostatico è stato usato dal suo inventore per comunicare con una malevola intelligenza aliena che vive racchiusa in un blocco d'ambra.
Il Picco della Luce Eterna dimostra ancora una volta il genio di Bruce Sterling, capace di passare da un genere all'altro con estrema disinvoltura. Dopo la cupa moralità del mondo post-catastrofe del  Signore delle voliere (presente nell'altra antologia di Hartwell uscita sui Millemondi quest'anno, Il fantasma di Leika) Sterling ci racconta qui i bizzarri costumi matrimoniali e le strane usanze degli abitanti post-umani  di Mercurio.
Lacrime-per-il-giorno dell'indiano di Kolkata (residente però in Canada) Indrapramit Das è la vera scoperta di questo volume. Con pochi tratti meravigliosamente disegnati il giovane autore riesce a descrivere un mondo diviso in due zone opposte, una dove regna un giorno permanente e una governata dalla notte eterna, popolata dai mostruosi Incubi, che l'umanità combatte da tempi immemorabili. Lacrime-per-il-giorno, narra,  dal punto di vista della giovane protagonista,  il viaggio ai confini delle tenebre per vedere dal vivo uno degli Incubi, catturato e  tenuto prigioniero nelle segrete di un lontano castello. Il mondo ideato da Das ricorda a tratti La Terra dell'eterna notte di William Hope Hogdson mentre la prosa poetica riporta alla mente quella di autori importanti come Roger Zelazny o Gene Wolfe.

Holmes Sherlock: Un mistero hwarhath di Eleanor Arnason è un altro mystery, ambientato nell'universo degli Hwarhath, la razza umanoide ed eterofoba che combatte con l'umanità per il dominio galattico. La guerra tra umani e hwarhath era al centro anche dell'ottimo Meduse, uno dei due romanzi della Arnason apparso in Italia. La Arnason è nota per i suoi approfondimenti antropologici: qui l'autrice ci racconta gli sforzi di una studiosa hwarhath per comprendere la psicologia umana attraverso la traduzione e la lettura dei romanzi di Sherlock Holmes, una lettura che la porterà a impersonificare la figura dell'investigatore e a risolvere un dilemma ambientato in una sperduta comunità marina.
Una citazione meritano anche La sinfonia della Struttura Sigma, dove il fisico Gregory Benford si lancia in un'interessante e bizzarra estrapolazione scientifica sul progetto SETI e sulla comunicazione con altre intelligenze galattiche attraverso la conversione delle musiche di Bach in strutture matematiche, e l'ottimo Rapido come un sogno e fugace come un sospiro di John Barnes, che descrive le sensazioni di un'AI di immensa sapienza al confronto degli amori e delle preoccupazioni degli individui umani che cercano il suo consiglio.
Il volume è completato da molte altre storie di buon livello di autori importanti come Paul McAuley, Gene Wolfe, Michael Swanwick, Megan Lindholm/Robin Hobb, Robert Reed, Pat Cadigan, ecc. ecc. In sostanza, un volume indispensabile nella biblioteca degli amanti della narrativa breve fantascientifica.

Sandro Pergameno


Se volete informazioni sugli altri volumi della serie "Year's Best SF" curati da David G. Hartwell potete consultare la scheda "Le Grandi Antologie della Fantascienza - Anno per Anno Pt. 2 (1964 - 2012)"