domenica 14 settembre 2014

UOMINI IN ROSSO di John Scalzi

Fabio F. Centamore  ci parla oggi del premio Hugo dello scorso anno, appena uscito su Urania (Urania 1610, trad. Marcello Jatosti). Premesso che trovo giusta la sua pubblicazione, anche  fosse solo per il fatto di aver vinto un premio così importante, e premesso anche che ognuno ha i suoi gusti (e ho già notato che a molti il romanzo è piaciuto), devo tuttavia dire che il romanzo mi aveva a suo tempo profondamente deluso, soprattutto considerato il nome e la fama dell'autore, quel John Scalzi che è stato da tutti osannato al suo apparire come il novello Heinlein, per il bel ciclo della Guerra del Vecchio (pubblicato in Italia da Gargoyle) e per quel gioiello umoristico che è The Android's Dream (spero vivamente che qualcuno ora lo vada a comprare...). Condivido dunque le perplessità di Fabio e lascio a lui il compito di illustrarle in maniera più compiuta e approfondita.
uominiprev

La dura legge della casacca rossa -   Pubblicato nel 2012 anche in vari formati diversi dal cartaceo — fra cui segnalo una edizione audiobook realizzata con la voce di Will Wheaton, l'ormai barbuto e appesantito Wesley Crusher della "Next Generation" — il romanzo ebbe tanto di quel successo e popolarità negli Stati Uniti da venir insignito addirittura del premio Hugo nel 2013. Successo e onorificenza, temo, dovuti più all'omaggio chiaro e diretto all'universo di Star Trek che ai suoi effettivi meriti letterari.
   Si faccia avanti chi di voi, duri fantascientisti e non, seguendo le vicende del capitano James T. Kirk e soci non si sia mai chiesto "ma perché muoiono sempre quelli con la maglietta rossa?" Tale fenomeno si ripeté così regolarmente nei settantanove episodi della serie originale, da rendere tristemente popolare il colore rosso a bordo della mitica nave spaziale. Fu forse per sfatare questa "regola" che Roddenberry assegnò proprio la casacca rossa ai primi due ufficiali al comando della nuova Enterprise nella "Next Generation"? E chi può dirlo? Di certo sono stati pochi i personaggi importanti a indossare la fatale uniforme. Le casacche rosse più famose, le uniche a non morire mai, furono in effetti pochissime ma tutte estremamente importanti:

1) Montgomery Scott, insuperabile capo ingegnere della prima Enterprise.
2) Janice Rand, attendente del capitano Kirk (misteriosamente scomparsa dalla seconda stagione TOS).
3) Nyota Huura, tenente addetto alle comunicazioni a bordo della prima Enterprise.
4) Jean-Luc Picard, capitano dell'Enterprise Next generation.
5) William Riker, primo ufficiale di Picard.
6) Benjamin Sisko, comandante della stazione Deep Space 9.
7) Kathrin Janeway, comandante della piccola astronave Voyager.

      Dico, tutti pezzi da novanta nell'economia del grande microcosmo di Star Trek. E gli altri? Quelli dai visi anonimi, le espressioni fissate dal cerone, quelli che non dicevano quasi mai battute — neanche il classico "sissignore" in risposta agli ordini ricevuti — entrando e uscendo dalle inquadrature? Ebbene, quelli fin troppo spesso morivano nei modi più bizzarri e assurdi, roba che non immaginereste nemmeno nei vostri incubi più coloriti. Sappiate, comunque, che fra i pochi episodi in cui non muoiono casacche rosse ci sono episodi scritti da Theodore Sturgeon, Richard Matheson e Harlan Ellison. Sarà stato un caso? Non indaghiamo oltre. Sarebbe forse interessante elencare tutti i modi e sistemi, escogitati da Roddemberry e dai vari sceneggiatori della serie, per uccidere i malcapitati ragazzi in rosso (disintegrati, corrosi da potentissimi acidi, ridotti a cubi composti da elementi essenziali, soffocati, privati di ogni molecola di sale, ecc...). Interessante, ma ci porterebbe alquanto lontano dall'oggetto di questa dissertazione. 
            Vi basti sapere che Scalzi costruisce l'intero romanzo attorno all'inquietante regola della casacca rossa ("camicia rossa", in verità, da noi dovrebbe essere riservata a ben più nobili personaggi, vista la nostra storia risorgimentale).
I ragazzi in rosso sono morti -    Un altro ingrediente fondamentale del romanzo di Scalzi non ha molto a che fare con la fantascienza, anche se è parte importante della tradizione letteraria anglosassone. Qualcuno ricorderà che nel 1990 emersero alla ribalta internazionale tre importanti personaggi del mondo del teatro e del cinema, due attori e un commediografo - regista. Tom Stoppard, il commediografo - regista, era in realtà già un nome molto conosciuto in ambito teatrale. I due attori protagonisti del film in questione, invece, erano alla loro prima prova cinematografica di valore, Tim Roth e Gary Oldman. Il film vinse il leone d'oro al festival di Venezia e proiettò le figure di Stoppard, Roth e Oldman molto in alto nel firmamento cinematografico. Il film, una rivisitazione dell'Amleto di Shakespeare dal punto di vista di due dei personaggi minori, era Rosenkrantz e Guilderstern sono morti. Stoppard aveva scritto e rappresentato il dramma già nel 1964, facendo rivivere il capolavoro shakespiriano secondo le tematiche tipiche del teatro dell'assurdo. Il dramma fondamentale, infatti, consisteva nell'ineluttabilità della sorte. I due malcapitati si ritrovano loro malgrado invischiati nella vicenda di Amleto e, pur essendo coscienti di recitare un ruolo in un grottesco dramma, non riescono a uscire dalla rappresentazione e sono costretti a subirne l'annunciato finale. In sostanza, la finzione è più inevitabile della realtà. Di più, può sostituirsi alla realtà e prendere possesso degli individui riducendoli a semplici ruoli teatrali, annullare la distanza fra ciò che siamo e ciò che soltanto recitiamo. E dunque, sembrano volersi chiedere Rosenkrantz e Guilderstern, dove finisce la finzione e inizia la realtà? Sarà ancora possibile distinguere i due piani e vedere le cose per ciò che realmente sono? Queste angosciose domande, l'intrico inevitabile e indissolubile fra realtà e finzione, l'equivoco dell'esistenza insomma (io sono o semplicemente faccio finta di essere?) sono esattamente gli elementi attorno a cui vorrebbe ruotare il romanzo di Scalzi. In questo senso è forse lecito accostare il romanzo all'opera di Stoppard e ci aiuterebbe a inquadrare meglio il senso e il quadro generale attorno a cui le casacche rosse di Scalzi muovono le loro interazioni. E perché no? Un autore del calibro di Scalzi difficilmente si sarebbe limitato al giocoso omaggio a Star Trek senza voler cercare qualcosa di più. La vecchia fantascienza come puro intrattenimento popolare è ormai morta e sepolta. Oggi gli autori di riferimento, che arrivano alla ribalta oltre i loro confini nazionali, provengono solitamente da un background complesso e variegato da molteplici influenze non solo o non necessariamente letterarie. Il tentativo di Scalzi insomma sembrerebbe di tutto rispetto: veicolare le problematiche esistenziali del teatro dell'assurdo attraverso il mito di Star Trek e della fantascienza eroica.
I cavoli a merenda - Si tratta di vera gloria? E se, per quanto nobile, il tentativo non fosse del tutto riuscito? Senza dover scomodare le Scogliere dello spazio del mitico duo Pohl - Williamson, nella vastità del cosmo non solo esistono più cose di quante ne possa contemplare la nostra filosofia. Ma vi sono anche secche e trappole in grado di invischiare perfino il genio letterario più acuto e sagace. A tal riguardo, temo che in questo romanzo si sia voluto giocare un po' troppo con la popolarità di certe tematiche, situazioni e personaggi a scapito di una trama vera e solida. Pur accostabile al dramma di Stoppard, il romanzo non arriva mai alla coerenza interna della piéce nè i personaggi arrivano a sfiorare lo spessore e la complessità di quelli stoppardiani. A differenza del grande commediografo, Scalzi non arriva mai a intrecciare veramente finzione e realtà: i ruoli interpretati dai personaggi del romanzo non sono mai così coerenti e complessi da poter sembrare realtà. In effetti il giochino voluto da Scalzi, la finzione che prende il posto della realtà confondendosi con essa, è scoperto fin dalle prime pagine. Fin dal prologo, la situazione che si va tratteggiando appare anche troppo artefatta per sembrare reale. Perfino i dialoghi, volutamente irreali e privi di credibilità, fanno subito pensare al "colpo di scena" che arriverà ad un certo punto del libro. Insomma, fin da subito, il lettore è portato a pensare "Troppo banale per essere tutto qui, sicuramente succederà che..." E puntualmente succede. E poi? Cosa rimane della trama? Quasi nulla. Personaggi che recitano altri personaggi e, cosa incredibile, non lo fanno in maniera credibile. Perdonate il bisticcio di parole. Da un romanzo premio Hugo, insomma, e da un autore di tal calibro c'era da aspettarsi di più. Invece, tolto l'omaggio a Star Trek, avrei perfino qualche difficoltà a considerare questo romanzo fantascienza. L'arma letteraria dell'equivoco finzione - realtà sembra risolversi in un nulla di fatto, il colpo non parte e la penna ha perso la punta. Tolto il ritmo spiritoso, ma non arguto, di certe situazioni, ci rimane una sorta di giustapposizione mal assortita di teatro e fantascienza, come i proverbiali cavoli a merenda. 

Fabio F. Centamore



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