sabato 30 novembre 2013

MERVYN PEAKE E LA TRILOGIA DI GORMENGHAST

Questo magnifico e approfondito articolo di Stefano Sacchini su Mervyn Peake e sulla trilogia di Gormenghast è già apparso su TrueFantasy, bella e curata rivista on line creata da Alessandro Iascy, che consiglio vivamente a tutti gli amanti del genere. Alessandro e Stefano mi hanno gentilmente concesso di ristamparlo: naturalmente, vista l'importanza di Peake e di Gormenghast e la loro influenza su gran parte della letteratura fantastica inglese del novecento, non mi sono lasciato pregare.
SP




"Mamma Stoppa entrò reggendo tra le braccia l'erede dello sconfinato labirinto di malta e pietra, l'erede del Torrione delle Selci e del fossato stagnante, delle montagne angolose e del fiume color cedro dove dodici anni più tardi egli avrebbe gettato l'amo agli orribili pesci del suo regno."
(da Tito di Gormenghast, trad. di Anna Ravano)

Nato a Kuling nella provincia dello Jiangxi (Cina) il 9 luglio del 1911, Mervyn Laurence Peake visse sino all'età di dodici anni nella città portuale di Tianjin, all'interno della missione dove il padre lavorava come medico della London Missionary Society. Crescere circondato da un ambiente estraneo, e per molti versi ostile, ebbe il suo peso sulla formazione di Peake. Proprio da questa infanzia reclusa cominciò il processo creativo che avrebbe portato alla nascita di Gormenghast, la mostruosità architettonica per la quale lo scrittore C.S. Lewis (1898-1963) coniò l'aggettivo gormenghastly, gioco di parole fra Gormenghast e ghastly "orribile".
Sebbene si dedicasse già alla scrittura, poesia inclusa, Peake divenne conosciuto al grande pubblico prima per la sua opera di pittore e di disegnatore: a partire dalla fine degli anni Trenta, le sue illustrazioni di alcune opere di Lewis Carroll (The Hunting of the Snark, Alice's Adventures in Wonderland), dei fratelli Grimm e di Robert Louis Stevenson (The Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hide) riscossero un buon successo. La seconda guerra mondiale vide Peake impegnato come cartografo. I suoi ripetuti tentativi di ottenere lo status di "artista di guerra" (War Artist) non ebbero successo e nel 1942 Peake soffrì di esaurimento nervoso, per poi essere congedato per motivi di salute l'anno successivo.
Il quinquennio successivo al conflitto fu prolifico per la letteratura distopica inglese. Nel 1945 uscì "La fattoria degli animali" (Animal Farm) di George Orwell (1903-1950), seguito nel 1948 da "1984" (Nineteen Eighty-Four) dello stesso autore. Nel 1946, tra i due capolavori orwelliani, la pubblicazione di TITO DI GORMENGHAST (Titus Groan) rivelò al mondo il genio creativo di Peake. Questo libro dà inizio a un'opera che, per mole e qualità, rivaleggia con monumenti del fantastico come "Il Signore degli Anelli", la saga di Narnia, o con capolavori del realismo magico come "Cent'anni di solitudine" (Cien años de soledad, 1967) di Gabriel García Márquez.
Ma non era nelle intenzioni di Peake scrivere un ciclo. GORMENGHAST (Gormenghast), uscito nel 1950, è strettamente collegato al primo volume, al punto che i due libri di fatto formano un dittico inseparabile. Tutt'altro discorso, invece, merita VIA DA GORMENGHAST (Titus Alone), pubblicato in versione incompleta nel 1959. La stesura di quest'ultimo fu terminata con molte difficoltà da Peake a causa di una forma di demenza progressiva, legata al morbo di Parkinson che gli era stato diagnosticato nel 1958. Incapace di concludere i suoi progetti, tra cui un quarto capitolo di Gormenghast (Titus Awakes), Mervyn Peake si arrese alla malattia il 17 novembre del 1968.
Utilizzando i dattiloscritti originali e le correzioni autografe di Peake, lo scrittore Langdon Jones curò l'edizione definitiva di VIA DA GORMENGHAST, uscita nel 1970. Il risultato finale è un testo pesantemente influenzato dall'orrore imposto all'autore dall'infermità, a tal punto che, sebbene la potenza visionaria non sia inferiore a quella dei libri precedenti, le atmosfere in cui il lettore si trova immerso sono differenti (non per questo meno angoscianti).
Elaborati con un linguaggio vicino al fantasy, i primi due libri di Gormenghast non contengono elementi propriamente fantastici: non viene concesso spazio né alla magia né al soprannaturale. Così come di creature aliene o fatate non c'è nemmeno l'ombra. Ciò non vuol dire che il mondo che ospita l'immane castello di Gormenghast sia il nostro, o rispetti le medesime leggi. Quintessenza della diversità, sfugge a ogni classificazione.
Narrata con un linguaggio dallo stile ricercato, fortemente simbolico, a tratti gotico e surreale, la storia dei primi romanzi si concentra sulla nascita di Tito, erede maschio del Conte Sepulcrio de' Lamenti (Lord Sepulchrave of Groan) signore di Gormenghast, e sulla formazione della sua tormentata personalità. In questo processo un ruolo centrale lo rivestono le mura possenti che ospitano il principino: un labirinto soffocante di pietre e mattoni, ricco di storia e tradizioni ma anche di luoghi oscuri e di orrori, al cui interno si muove una folta schiera di personaggi che popolano la corte del Conte. Specialmente nel primo libro, dove il neonato Tito compare appena, queste figure attirano l'attenzione del lettore. Oltre al melanconico Conte e all'infante, s'incontrano la fredda e imponente Contessa (Countess Gertrude), avvolta in una nube di gatti bianchi e di uccelli d'ogni specie, la selvatica e sognante Fucsia (Fuchsia), sorella maggiore di Tito, il gargantuesco signore delle cucine Sugna (Abiatha Swelter), il longilineo dignitario Stoccafisso (Mr. Flay), l'eccentrico dottore Floristrazio (Dr. Prunesquallor) e soprattutto il giovane Ferraguzzo (Steerpike). Tanto machiavellico e astuto quanto malevolo e pieno di odio, Ferraguzzo emerge sino a diventare il vero protagonista, assieme alla città-castello e ai suoi infiniti rituali, insensati e indolenti. I nomi dei personaggi sembrano usciti da un romanzo di Dickens o di qualche autore per ragazzi dell'ottocento inglese, ma la loro natura non suscita il sorriso nel lettore bensì contribuisce ad acuire l'atmosfera grottesca.
VIA DA GORMENGHAST si distingue perché l'oppressione del tenebroso maniero viene meno e la storia si concentra su Tito, ora adulto. Il protagonista, che non vuole addossarsi i doveri di settantasettesimo Conte di Gormenghast, s'impone l'esilio dopo lo scontro che ha portato alla morte non solo del crudele Ferraguzzo ma anche di molti personaggi di primo piano. Il viaggio di Tito finisce in una misteriosa città dominata da incredibili tecnologie futuristiche, con alcuni elementi anticipatori dello steampunk. Come Gormenghast, anche questa metropoli è però divorata dal Male, dalle fondamenta. Travolto dagli eventi e prossimo alla follia, il protagonista giunge a temere che il castello natale sia solo frutto della sua fantasia. Il rumore delle sette salve di cannone con cui Gormenghast saluta ogni mattina l'alba fa tornare in sé il protagonista mentre vaga per i boschi.
Il lavoro estremamente dettagliato di Peake rende Gormenghast uno dei mondi alternativi più ricchi e complessi mai realizzati in tutta la letteratura fantastica. Nonché uno dei più influenti. Pochi scrittori infatti hanno suggestionato le generazioni successive al pari di Peake. Fra coloro che hanno riconosciuto il proprio debito nei suoi confronti c'è innanzitutto Michael Moorcock che lo conobbe di persona negli anni Cinquanta. Quando Peake morì nel 1968, Moorcock fu sinceramente addolorato e nel necrologio per la rivista New Worlds scrisse: "quando ho saputo che era morto, il mio animo si è riempito di rabbia e poi d'amarezza" (trad. di Sandro Pergameno).
Altro autore che è rimasto affascinato dall'universo, al tempo stesso mostruoso e ammaliante, di Gormenghast è il talentuoso China Miéville, che per la sua propensione per le atmosfere bizzarre e angosciose si può considerare l'erede diretto di Peake.
I critici da sempre sono divisi sul ruolo da attribuire a Peake nel quadro generale della letteratura anglosassone del XX secolo. Ciò è dovuto al fatto che Peake, a differenza di altri grandi scrittori, apparentemente evitò di affrontare temi importanti, come la guerra, la politica, il sesso o il matrimonio. E' vero che Peake usò la sua grande immaginazione per creare un mondo eccentrico, titanico, corposo, dove incubi e filastrocche si fondono in un groviglio inestricabile. Tuttavia, una lettura più attenta della sua opera di romanziere, ma anche di poeta e drammaturgo, rivela una mente acuta, penetrante, capace di trasfigurare gli orrori e le gioie del mondo moderno in una satira raffinata e spietata.
La fortuna di Gormenghast nel mondo anglosassone è testimoniata anche dai numerosi adattamenti radiofonici, inglesi e australiani. Del 2000 è la miniserie televisiva della BBC, basata sui primi due romanzi, con l'attore Jonathan Rhys-Meyers nei panni di Ferraguzzo.
Per concludere si possono citare la splendide parole dello scrittore e critico Anthony Burgess (1917-1993), riportate nella presentazione alla prima edizione italiana di TITO DI GORMENGHAST (1981): "La complessità di Titus Groan sta nella molteplicità delle reazioni che ingenera nel lettore: il compiacimento raffinato per un oggetto squisito, un godimento più ingenuo per il racconto avventuroso di gusto arcaico, l'orrore temperato dallo scetticismo, una sorta di titillamento bizzarro, il gusto un po' perverso per le atmosfere gotiche, un'autentica ebbrezza di fronte alle raffinatezze della lingua… Ma sarebbe pericoloso scandagliare troppo a fondo in Titus Groan alla ricerca dell'allegoria. Esso rimane sostanzialmente il frutto di una fantasia chiusa in se stessa dove l'evocazione di un mondo parallelo al nostro è condotta con uno spessore di dettagli quasi paranoico. Ma è una pazzia illusoria, l'autocontrollo non viene mai meno… In tutta la nostra letteratura in prosa non si può trovargli l'eguale: è splendidamente unico ed è giusto che lo si definisca un classico moderno" (trad. di Anna Ravano).
Mervyn Peake è e rimarrà un artista affascinante, senza tempo, sempre capace di stupire nuove generazioni di lettori.
In Italia l'intera trilogia è stata pubblicata da Adelphi.

Stefano Sacchini


venerdì 29 novembre 2013

PINOCCHIO 2112 di Silvio Donà





L'amico Flavio Alunni mi stupisce (in maniera piacevole) di nuovo. Stavolta mi ha mandato una recensione di un libro che mi era completamente sfuggito. Sono contento dunque di presentare agli amici che ci seguono la recensione di questo Pinocchio 2112, prima opera fantascientifica di un interessante autore italiano, Silvio Donà, cui auguriamo ogni successo.





Il mondo di Pinocchio 2112 è tremendo. L'anno in questione è il palindromo 2112 e la storia inizia in un palindromo ancora più completo e cioè il 21/12/2112. Con il termine palindromo s'intende un numero o una parola che abbia la stessa sequenza numerica o letterale indipendentemente dal fatto che lo si legga da destra o da sinistra. Insomma, si diceva, il mondo di Pinocchio 2112 è tremendo. In seguito a una non specificata catastrofe la società vive interamente nel sottosuolo, in una fitta rete di cunicoli e stanze dove la luminosità maggiore raggiunge appena il settanta per cento di quella del Sole. E' un mondo infame dove regna la legge del più forte e sin da bambini si impara che la felicità non esiste e che la vita è un inferno. I più fortunati hanno accesso alle droghe come unico antidoto alle sofferenze fisiche e mentali. Si muore soprattutto di depressione. L'assenza di qualsiasi fonte di serenità, le infinite sofferenze, persino la scomparsa dei colori nella vita quotidiana o semplicemente il non far nulla, perché nulla serve veramente a qualcosa, portano alla morte per overdose o al non meno probabile suicidio.
In questo girone dantesco il tesoro di maggior valore, più prezioso delle droghe, sono i libri. Libri dimenticati perché nessuno li ristampa ormai da decenni, libri vecchi, rari e in pessimo stato, logorati dal tempo. Angelo si occupa appunto di libri. Li cerca, li trova e li vende a chi se li può permettere. Per farlo rischia la vita ogni giorno introducendosi nei luoghi più sinistri. In altre parole  Angelo vende il passato, come si dirà a un certo punto della narrazione. I libri raccontano che in passato il mondo era vivibile e di gran lunga più bello. E se lo fu in passato si fa presto a illudersi che potrebbe tornare ad esserlo in futuro. E i libri sono anche una droga sana che non uccide e anzi rinvigorisce scacciando paura, solitudine e fame. Ma la maggior parte degli uomini-topo neanche sa leggere e solo i pochi istruiti leggono delle vere storie come il Pinocchio di Carlo Collodi, di cui il nostro cercatore conserva sempre una copia per sé. In questo romanzo, dunque, l'importanza dei libri consiste essenzialmente nel mostrare le immagini del passato. Vengono ricercati soprattutto libri illustrati, come atlanti o raccolte fotografiche. In un eccesso di realismo, portando cioè una società così regredita alla ovvia conseguenza dell'analfabetismo di massa, vengono messi dei paletti attorno al significato del libro, il cui senso profondo viene invece fatto vivere attraverso il protagonista, uno dei pochi a leggere anziché guardare le figure.
Le atrocità di questo pietoso mondo sotterraneo sono descritte con pudore, col tono di chi preferisce evitare i dettagli per lo sgomento. E a parlare non è tanto l'autore quanto il buon protagonista: oasi di umanità in un deserto dell'anima. Facendo narrare in prima persona ad Angelo si ha l'impressione che l'autore si metta da parte. Il diario di Angelo è scritto in modo asciutto, essenziale. Appena terminata la lettura si rimane con la voglia di saperne di più. Si resta dispiaciuti per la brevità della storia e questo non è necessariamente un indice negativo.
La trama di Pinocchio 2112 non sembra il massimo dell'originalità se osservata in superficie (almeno per chi ha dimestichezza con un certo tipo di fantascienza), ma lo può diventare nel modo in cui la sua struttura viene riempita di contenuti, insieme a quella fonte di novità che può esser data dall'impronta dello scrittore, dal suo punto di vista, dalla sua tecnica, dai piccoli ma significativi dettagli. Di distopie, insomma, ne sono state prodotte un'infinità ed è stato descritto tutto il peggio che potrebbe accadere alla civiltà. Ciò non toglie che la sensibilità espressa dall'autore fornisca un solido ponte empatico tra il dramma della storia e quei lettori che gli hanno dato fiducia leggendola.
Silvio Donà è uno scrittore che può vantare alcuni premi letterari nel suo curriculum, tra cui il Premio Mondolibro 2001. Non è specializzato in fantascienza e questo è il suo unico libro in tal senso. Apprezziamo il gesto. Nel suo blog silviodona.blogspot.com scrive quello che gli passa per la testa, sempre con un certo stile. E' nato a Campagna Lupia (Venezia) ma vive in Puglia da quando era ragazzo e per questo, dice,  gli fanno ridere tutti i luoghi comuni tra nord e sud. In qualche modo misterioso, aggiunge, ha preso una laurea in legge.
Flavio Alunni

mercoledì 27 novembre 2013

WANTED di Lavie Tidhar

Noto anche per la sua trilogia steampunk  The Bookman Histories, Lavie Tidhar (Israele 1976) è uno dei più interessanti tra i nuovi autori comparsi sulla scena del genere fantastico e fantascientifico. Nel 2012 ha vinto il World Fantasy Award per questo Wanted (Osama),  ed è stato finalista anche al BSFA Award e al John W. Campbell Award. Sempre nel 2012 si è aggiudicato il British Fantasy Award per il racconto Gorel & The Pot-Bellied God. L'uscita in Italia di Wanted, romanzo lirico e controverso, appartenente al genere delle ucronie, dimostra ancora una volta il coraggio, e l'attenzione alle novità più interessanti del settore, della  casa editrice romana Gargoyle.




E’ curioso che nel giro di pochi mesi siano apparsi due romanzi imperniati sulla figura di Osama Bin Ladin e sull’attentato alle torri gemelli. Entrambi sono formalmente delle ucronie in cui si immagina che nel mondo dove vive il protagonista gli attacchi all’Occidente non siano avvenuti.
Mi riferisco a Mirage (False verità, Fanucci) di Matt Ruff e a questo Osama di Lavie Tidhar, originale scrittore di origine israelita, che finora ci aveva proposto una divertente serie di romanzi steampunk, ambientati in una terra alternativa dove, al posto della regina Vittoria, una coppia di lucertole aliene e semidivine governa la Londra di fine ottocento.
In realtà si tratta di due opere che più diverse non potrebbero essere. Matt Ruff, che abbiamo conosciuto nel geniale e scoppiettante Acqua, luce e gas (Fanucci), si diverte a creare un presente alternativo in cui l’Iraq islamico e moderato è la potenza guida del mondo globalizzato, mentre l’America statunitense gioca un ruolo subalterno e i terroristi che progettano un colpo mortale alla civiltà islamica sono proprio gli occidentali. Il mondo di Ruff risulta ben costruito e dettagliato (Osama è un eroe di guerra e Saddam Hussein una sorta di capomafia in questo Iraq alternativo), i suoi protagonisti sono abbastanza convincenti e la vicenda si snoda in maniera sufficientemente credibile e scorrevole. Manca forse quel guizzo di genialità cui Ruff ci aveva un po’ abituati ma il romanzo fila via liscio fino a una conclusione che ricorda  non poco The Man in the High Castle (La svastica sul sole , o L’uomo nell’alto castello, a seconda delle tante edizioni) di Phil Dick.
Tutto un altro genere questo Osama di Tidhar, pubblicato adesso dalla Gargoyle.
Joe, il protagonista, è un detective privato, un po’ alla maniera del Marlowe di Raymond Chandler, che vive a Vientiane, la piovosa capitale del Laos, in un mondo in cui gli attacchi dell’11 Settembre non sono mai avvenuti, anzi fanno parte della realtà immaginaria di una  serie di scadenti thriller che hanno come protagonista la figura, altrettanto immaginaria, di Osama Bin Laden. In questi paperback da pornoshop Osama è un vigilante, che combatte con i suoi attacchi violenti una (giusta?) guerra terrorista contro il decadente mondo occidentale.
Un giorno Joe riceve la visita di una misteriosa donna che lo ingaggia per trovare proprio Mike Longshott, l’autore di quei libri, e così inizia un’avventura paradossale fra Laos, New York, Londra, Parigi e, infine, non casualmente, Kabul.
Nel mondo di Joe non c’è il terrorismo globale, e non sono nemmeno avvenute quelle situazioni che nel nostro mondo lo hanno forse causato. Il colonialismo occidentale è finito con la Seconda Guerra Mondiale; Charles de Gaulle è morto ad Algeri in 1944, il poeta Antoine de Saint-Exupéry è stato eletto  presidente francese al suo posto, e gli Stati Uniti non si sono mai immischiati negli affari interni delle altre nazioni, né in Vietnam né in Iraq. C’è anche meno tecnologia, non esistono i computer e nemmeno i cellulari o le carte di credito.
La ricerca di Joe lo costringerà a un viaggio interminabile, un’avventura paradossale dal Laos alle strade e ai boulevard di Parigi,e poi ai pub e alle librerie  di Londra, alle convention e agli hotel di New York, e infine, non casualmente, a Kabul.
Più che a un’avventura poliziesca il viaggio di Joe assomiglia però a un’odissea surreale in un mondo di personaggi strani, di inseguitori violenti e di rifugiati, di persone alienate dal proprio io e dal proprio mondo. Più che a un romanzo ucronico, Osama, con i suoi personaggi che compaiono e svaniscono, che vanno e vengono da una realtà a un’altra, in luoghi che esistono laddove non dovrebbero essere, con il suo linguaggio fortemente metaforico porta il lettore a uno stato di incertezza, di straniamento che ricorda più Lo straniero di Camus che non L’uomo dell’alto castello di Dick.
Osama è dunque un thriller ma anche un romanzo serio, narrato da Tidhar con un linguaggio lirico e cinematico, pieno di allusioni a vecchi film noir come Casablanca, e che ben si addice alle illusorie percezioni di una realtà sfuggente, alle metafore e alle sensazioni di cui l’opera è riccamente infarcita.
In sostanza, un romanzo difficile, che fa pensare e che ci fa interrogare, come in tutte le migliori ucronie, sul nostro mondo e sulle sue regole. In Osama Tidhar postula un mondo senza terrorismo, e ci spinge a domandarci se questo sia davvero il miglior mondo possibile: ci spinge a domandarci se il terrorismo globale ha creato il mondo in cui viviamo o se invece non sia stato il susseguirsi di una serie di decisioni politiche errate, nel corso dei decenni, a creare il terrorismo stesso.
SP

lunedì 25 novembre 2013

PROFILO di FRANK HERBERT (di Sandro Pergameno)

Per contestualizzare meglio la recensione di Cammalleri su La barriera di Santaroga, ho recuperato un mio vecchio profilo di Frank Herbert, in cui cercavo di mettere a fuoco la sua tematica del superomismo e il suo interesse per  le problematiche relative all'evoluzione dell'uomo e della società umana. Ho tolto la parte relativa a Dune, che magari riproporrò a breve.


 

Pur essendo legato indissolubilmente al ciclo del pianeta Dune (che costituisce il suo capolavoro assoluto), Frank Herbert fu in realtà uno scrittore molto prolifico e ci ha lasciato una serie di opere di importanza non trascurabile.
Nato a Tacoma (USA) nel 1920, Herbert frequentò l’università a Seattle, nello stato dii Washington. Dopo aver lavorato vari anni come reporter e redattore in alcuni giornali della West Coast, decise di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno.
Il suo esordio come autore di fantascienza avvenne agli inizi degli anni cinquanta, con il racconto “Looking for Something?", apparso su Startling Stories nell’aprile del 1952.
Il suo primo romanzo risale al 1955: si tratta di un thriller psicologico di una certa levatura, ambientato in un sommergibile nucleare di un futuro distopico non troppo lontano. The Dragon in the Sea (SMG “RAM” 2000), apparso sulla rivista Astounding come “Under Pressure  nel 1953 e in volume l’anno successivo, dimostra chiari segni di una buona capacità narrativa.
Lodato dalla critica e abbastanza apprezzato dal pubblico, questo avvincente thriller non  lascia tuttavia presagire la splendida evoluzione di Herbert da giovane e acerbo narratore a scrittore vero, di grande caratura, che avviene qualche anno più tardi. Nel 1963-64, appare infatti a puntate, su “Astounding/Analog” Dune World, che costituirà la prima parte di Dune, e sarà  seguito nel 1965 da The Prophet of Dune. Nel 1966 i le due parti saranno amalgamate nell’opera completa, che andrà a vincere i due maggiori premi fantascientifici dell’epoca, lo Hugo e il Nebula.
Il successo di questo romanzo, enorme e forse inaspettato, spingerà Herbert a ritornare più volte a questa serie e ai suoi personaggi, approfondendone aspetti sociali, filosofici e religiosi  con un’accuratezza che è difficile riscontrare in altri cicli e  in altri autori.
Nel 1969 appare Dune Messiah (Messia di Dune), che elabora gli aspetti machiavellici degli intrighi di potere che si succedono all’interno delle strutture imperiali, mentre Children of Dune (I figli di Dune) , del 1976, riesce a ricatturare gran parte della forza narrativa e dell’epopea dell’opera originale, riprendendo al contempo la tematica ricorrente dell’opus di Herbert, vale a dire l’evoluzione dell’Uomo in un essere superiore, il superuomo dai poteri divini che tante volte abbiamo visto nei grandi classici della sf, a partire da Slan(Slan,1940)  di Alfred Elton van Vogt e Odd John (Q.I. 10000, 1935) di Olaf Stapledon.
In anni successivi altri romanzi appariranno nella serie, con alterne fortune e significatività, da God Emperor of Dune (L’imperatore-dio di Dune,1981), a Heretics of Dune (Gli eretici di Dune), del 1984, per finire con Chapterhouse Dune (La rifondazione di Dune), del 1985.
La seconda trilogia, pur non raggiungendo i livelli delle prime tre opere, rielabora, come nello sviluppo dei movimenti di una grande sinfonia, il materiale iniziale, presentando approfondimenti intellettualmente apprezzabili delle tematiche originali.
Per quanto il ciclo di Dune abbia dominato tutto l’arco della sua carriera letteraria, Herbert continuò nel frattempo a produrre numerose altre opere, offuscate dal successo del grande capolavoro, ma non prive di valore.
Tra i romanzi più interessanti ricordiamo The Eyes of Heisenberg (Gli occhi di Heisenberg, 1966, ristampato in Italia nel 1995 dall'editore Fanucci nella collana "Biblioteca di Fantascienza").
Il romanzo, che mostra evidenti lacune come struttura e caratterizzazione, affronta con altrettanta innegabile efficacia narrativa il tema dell’immortalità e di come gli esseri umani debbano moralmente avvicinarla: in particolare Herbert descrive l'impatto negativo di una società statica e i problemi che essa comporta. Il principio di Heisenberg dice infatti che « In un sistema di crescente determinismo aumenta in proporzione anche l'indeterminazione. »
Ed è così che, in un futuro lontano, una classe dominante di umani geneticamente modificati (gli Optimati) ottiene l'immortalità  e tiene il resto della società umana in uno stato di stasi attraverso la manipolazione genetica del genoma umano, eliminando ogni sorta di mutazione spontanea. Al resto dell’umanità è vietato persino di  riprodursi (ad eccezione di alcuni individui che rivelano interessanti caratteristiche genetiche).
Ma la necessità di un equilibrio ecologico tra uomo e natura ritorna come esigenza primaria anche in questo romanzo: nelle megalopoli dominate dagli Optimati si sviluppano dei movimenti clandestini ed appare una razza di cyborg, opposta agli immortali. Anche i cyborg sono immortali, ma raggiungono questa condizione con trapianti e protesi tecnologicamente avanzatissimi; e tuttavia entrambe le caste sono sterili, condizione questa necessaria per il raggiungimento della vita eterna.
Tralasciando lo sviluppo della trama, che porterà i protagonisti alla ribellione e al successivo crollo della civiltà degli Optimati, ciò che va evidenziato è il punto esplicito della filosofia di Herbert (come era esplicita nel ciclo di Dune): una società cristallizzata e stagnante non può essere il punto d’arrivo di nessuna società umana.
Del 1966 è anche The Green Brain (Il cervello verde,1966), che pone il tema delle mutazioni genetiche nel mondo degli insetti. Il cervello verde rappresenta un’escursione in uno dei più famosi sottogeneri della fantascienza, quello delle formiche giganti che tanto aveva caratterizzato la sf dei pulps americani degli anni trenta.
Il romanzo è ambientato nel ventunesimo secolo, quando la pressione della sovrappopolazione e le sopraggiunte tecnologie spingono l’uomo a una guerra totale contro la natura e gli insetti in nome della sua superiorità come specie.
La battaglia contro gli insetti, iniziata dalla Cina e portata avanti nelle foreste del Brasile, incontra però un imprevisto ostacolo: la comparsa di una nuova razza di insetti, di struttura gigantesca e umanoide che nelle foreste del Mato Grosso bloccherà l’avanzata dei soldati brasiliani. Una razza che è dotata inoltre di una sorta di intelligenza ed è strutturata come una mente-alveare, il Cervello Verde.
Come nel già citato Gli occhi di Heisenberg Frank Herbert ribadisce qui la propria filosofia: l’umanità non può bloccarsi in una immobilità statica e cristallizzata. L’evoluzione procede anche contro la volontà dell’uomo: in questo caso l’evoluzione della coscienza umana è la mente-alveare. Dalla battaglia tra caos ed entropia nascerà una nuova razza: non Cyborg, non Optimati, non homo superior ma homo insectus.
Con The Heaven Makers (Creatori di paradisi,1968 su rivista, 1977 in volume) Herbert prosegue la sua disamina del tema dell’immortalità.
Creatori di paradisi affronta, stavolta in maniera più approfondita, le questioni della responsabilità morale e del libero arbitrio. Come spesso avviene nelle sue opere, Herbert si trova nell’ambiente ideale quando considera i desideri romantici e metafisici dell’umanità, descrivendo un mondo in cui tali desideri sono stati realizzati e poi mostrando al lettore il verme metafisico che risiede all’interno della mela dorata che ci ha quasi indotti ad addentare.
Come nei successivi The Santaroga Barrier e Hellstrom’s Hive, Creatori di paradisi è ambientato sulla Terra in un vicino futuro, ma la contemporaneità viene complicata dalla presenza di una razza aliena semiumana, i Chem – una sorta di Optimati, in fondo – che hanno dominato il pianeta e l’umanità fin dall’alba della civiltà. Come avviene nel classico di Kurt Vonnegut jr., Le sirene di Titano, tutta la storia dell’uomo è stata forgiata e modellata dai capricci di questi esseri superiori semidivini.
I Chem hanno da tempo raggiunto tutto ciò che l’umanità sogna da millenni: l’immortalità, il ringiovanimento dei corpi, il controllo conscio del metabolismo, l’unione con gli altri esseri della loro razza tramite una “rete” mentale. Fraffin, uno di questi “superuomini”, ha scelto la Terra come suo dominio privato, e da millenni si diverte con i disastri della storia umana per alleviare la sua noia. Ma interferire con i nativi è severamente vietato dalle regole dei Chem, e talvolta le autorità supreme inviano i loro investigatori ad esaminare l’operato dei singoli. Ed ecco così che Fraffin si troverà ad affrontare l’arrivo imprevisto dell’ispettore  Kelexel; un problema complicato dalla presenza di un essere umano immune agli schermi che nascondono ai terrestri l’esistenza dei Chem. Tutto ciò sconvolgerà i delicati equilibri dei rapporti tra uomini e Chem, portando a una nuova fase della storia delle due razze.
Il romanzo, pur senza assurgere a vette di eccellenza letteraria, combina in maniera adeguata la vivace narrazione e una trama avvincente con le profonde convinzioni filosofiche dell’autore sull’ineludibilità della morte e sulla sua utilità nel ciclo vitale.
 The Santaroga Barrier (La barriera di Santaroga, sempre del 1968), descrive ancora una volta  un nuovo ordine di intelligenza artificiale, evolutosi qui all’interno di una comunità isolata, quasi utopica.
Herbert, che abbiamo visto all’opera in trame ambiziose che spaziavano nell’arco di intere galassie, si sofferma nell’ambito di un odierna cittadina della California. Non ci sono strani e sofisticati meccanismi in grado di operare portenti, né alieni, né viaggi spaziali. Tutti gli elementi familiari che permettono agli scrittori di caratterizzare le loro opere come sf sono qui assenti. L’unico particolare che ci consente di qualificare il romanzo come fantascienza è semplice ma fondamentale: supponiamo che qualcuno riesca a scoprire una droga che possa espandere la coscienza e consapevolezza dell’uomo rispetto all’universo che lo circonda. Cosa accadrebbe sul nostro pianeta se qualcuno avesse a disposizione un equivalente del melange , la spezia che permeava in tutti i sensi il cosmo di Dune e ne provocava ogni movimento, economico, spaziale, politico?
 La tranquilla cittadina di Santaroga sembra vivere in un curioso isolamento, separata dal resto del mondo da una forza intangibile e misteriosa. I suoi abitanti non la lasciano che per brevissimi periodi e sfuggono il contatto con gli estranei, mostrando un’aperta ostilità per chi arriva dall’esterno.
Ad investigare su questo stranissimo comportamento viene inviato Gilbert Dasein, giovane psicologo che scopre un inquietante particolare: gli abitanti di Santaroga vivono costantemente sotto l’effetto di un misterioso allucinogeno che ne altera le percezioni sensoriali. Ma questo è solo uno dei tanti interrogativi che Desain dovrà risolvere. E’ una scelta deliberata dei cittadini o è stata loro imposta dall’esterno? E’ forse la suprema forma di controllo della società o è invece la realizzazione di un’utopia?
In questo romanzo Herbert si addentra dunque in un’altra delle sue interessanti speculazioni sulla coscienza umana. E’ curioso notare come le idee del romanzo siano ispirate a quelle del filosofo Martin Heidegger e dello psicologo Karl Jaspers. Il cognome del protagonista, Dasein, nasce da un concetto di Heidegger mentre il nome della droga, Jaspers, è chiaramente il cognome dello psicologo.
Ancora una volta Herbert ci mostra la contrapposizione tra due tipi diversi di società, ognuna con i suoi pregi e i suoi difetti. Nessuna delle due è perfetta e anche quella che sembra più evoluta, consentendo all’individuo la totale e completa percezione sensoriale, richiede comunque qualcosa in cambio: la spersonalizzazione completa dell’individuo.
Abbiamo dunque visto come il tema del superomismo e della mutazione genetica sia centrale nell’opera di Herbert, ma è soprattutto nel notevole Hellstrom’s Hive (Progetto 40 o L’alveare di Hellstrom, 1973), probabilmente il suo miglior lavoro dopo Dune, che lo scrittore riesce a miscelare alla perfezione le sue teorie filosofiche con una narrazione serrata, avvincente, strutturata in maniera del tutto convincente.
L’opera è ambientata ai giorni nostri, negli USA, descritti come uno stato di polizia duro e asfissiante.
La strapotente agenzia governativa che controlla le leve del potere vuole impadronirsi del misterioso progetto 40 del giovane entomologo Nils Hellstrom. Sa anche però che il giovane scienziato è altamente pericoloso, e allora invia un gruppo di agenti spietati ed assai efficienti all’interno della tetra fattoria dove ha di scena il progetto. In una specie di discesa agli Inferi, gli agenti si addentrano nei meandri di questo mondo allucinante: un mondo d’incubo dove si aggirano uomini-insetto sessualmente neutri, prodotti tramite mutazioni genetiche e dotati di aculei velenosi. Un mondo soprattutto già pronto alla battaglia e alla conquista della Terra.
Hellstrom’s Hive presenta con convincenti dettagli questa colonia umana costituita da persone modificate e selezionate geneticamente, basata sulla struttura e sui principi degli alveari, vale a dire con funzioni e specializzazioni socialmente diversificate; in questa società l’individuo ha un valore trascurabile, mentre l’importanza fondamentale sta nella continuazione e nel funzionamento dell’entità alveare. Il romanzo mostra ancora una volta  con grande efficacia, il leit-motiv dell’autore, e cioè le contraddizioni di una società apparentemente perfetta e utopica,  ma  mostruosa nelle sue conseguenze per l’individuo umano.
In un certo senso i tunnel dell’Alveare di Hellstrom sono molto simili al mondo descritto da Aldous Huxley nel suo celeberrimo classico  Il mondo nuovo (Brave New World). Anche qui abbiamo una società in cui gli esseri umani sono geneticamente  alterati per svolgere funzioni socialmente differenziate. Anche qui abbiamo umani muti e privi di coscienza, chimicamente privati del libero arbitrio, o esseri sterili e grotteschi mentalmente superiori e superumani, e così via. L’Alveare è essenzialmente un mondo alieno con una sua filosofia e suoi scopi ben precisi, anche se da noi sostanzialmente non condivisibili.
La bravura di Herbert  sta nel saper descrivere alla perfezione entrambe le fazioni e le posizioni, i punti di vista degli agenti del governo Americano e degli abitanti dell’Alveare.
In conclusione, va riconosciuta ad Herbert una sostanziale visione e unità narrativa, portata avanti nel corso degli anni con un approfondimento sempre maggiore delle tematiche a lui care. E anche se gran parte dell’opera di Herbert non è di facile lettura, la complessità delle sue trame e la genialità delle sue idee rappresentano il prodotto di un intelletto speculativo con pochi rivali in tutta la storia della fantascienza moderna.
Sandro Pergameno