lunedì 25 novembre 2013

PROFILO di FRANK HERBERT (di Sandro Pergameno)

Per contestualizzare meglio la recensione di Cammalleri su La barriera di Santaroga, ho recuperato un mio vecchio profilo di Frank Herbert, in cui cercavo di mettere a fuoco la sua tematica del superomismo e il suo interesse per  le problematiche relative all'evoluzione dell'uomo e della società umana. Ho tolto la parte relativa a Dune, che magari riproporrò a breve.


 

Pur essendo legato indissolubilmente al ciclo del pianeta Dune (che costituisce il suo capolavoro assoluto), Frank Herbert fu in realtà uno scrittore molto prolifico e ci ha lasciato una serie di opere di importanza non trascurabile.
Nato a Tacoma (USA) nel 1920, Herbert frequentò l’università a Seattle, nello stato dii Washington. Dopo aver lavorato vari anni come reporter e redattore in alcuni giornali della West Coast, decise di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno.
Il suo esordio come autore di fantascienza avvenne agli inizi degli anni cinquanta, con il racconto “Looking for Something?", apparso su Startling Stories nell’aprile del 1952.
Il suo primo romanzo risale al 1955: si tratta di un thriller psicologico di una certa levatura, ambientato in un sommergibile nucleare di un futuro distopico non troppo lontano. The Dragon in the Sea (SMG “RAM” 2000), apparso sulla rivista Astounding come “Under Pressure  nel 1953 e in volume l’anno successivo, dimostra chiari segni di una buona capacità narrativa.
Lodato dalla critica e abbastanza apprezzato dal pubblico, questo avvincente thriller non  lascia tuttavia presagire la splendida evoluzione di Herbert da giovane e acerbo narratore a scrittore vero, di grande caratura, che avviene qualche anno più tardi. Nel 1963-64, appare infatti a puntate, su “Astounding/Analog” Dune World, che costituirà la prima parte di Dune, e sarà  seguito nel 1965 da The Prophet of Dune. Nel 1966 i le due parti saranno amalgamate nell’opera completa, che andrà a vincere i due maggiori premi fantascientifici dell’epoca, lo Hugo e il Nebula.
Il successo di questo romanzo, enorme e forse inaspettato, spingerà Herbert a ritornare più volte a questa serie e ai suoi personaggi, approfondendone aspetti sociali, filosofici e religiosi  con un’accuratezza che è difficile riscontrare in altri cicli e  in altri autori.
Nel 1969 appare Dune Messiah (Messia di Dune), che elabora gli aspetti machiavellici degli intrighi di potere che si succedono all’interno delle strutture imperiali, mentre Children of Dune (I figli di Dune) , del 1976, riesce a ricatturare gran parte della forza narrativa e dell’epopea dell’opera originale, riprendendo al contempo la tematica ricorrente dell’opus di Herbert, vale a dire l’evoluzione dell’Uomo in un essere superiore, il superuomo dai poteri divini che tante volte abbiamo visto nei grandi classici della sf, a partire da Slan(Slan,1940)  di Alfred Elton van Vogt e Odd John (Q.I. 10000, 1935) di Olaf Stapledon.
In anni successivi altri romanzi appariranno nella serie, con alterne fortune e significatività, da God Emperor of Dune (L’imperatore-dio di Dune,1981), a Heretics of Dune (Gli eretici di Dune), del 1984, per finire con Chapterhouse Dune (La rifondazione di Dune), del 1985.
La seconda trilogia, pur non raggiungendo i livelli delle prime tre opere, rielabora, come nello sviluppo dei movimenti di una grande sinfonia, il materiale iniziale, presentando approfondimenti intellettualmente apprezzabili delle tematiche originali.
Per quanto il ciclo di Dune abbia dominato tutto l’arco della sua carriera letteraria, Herbert continuò nel frattempo a produrre numerose altre opere, offuscate dal successo del grande capolavoro, ma non prive di valore.
Tra i romanzi più interessanti ricordiamo The Eyes of Heisenberg (Gli occhi di Heisenberg, 1966, ristampato in Italia nel 1995 dall'editore Fanucci nella collana "Biblioteca di Fantascienza").
Il romanzo, che mostra evidenti lacune come struttura e caratterizzazione, affronta con altrettanta innegabile efficacia narrativa il tema dell’immortalità e di come gli esseri umani debbano moralmente avvicinarla: in particolare Herbert descrive l'impatto negativo di una società statica e i problemi che essa comporta. Il principio di Heisenberg dice infatti che « In un sistema di crescente determinismo aumenta in proporzione anche l'indeterminazione. »
Ed è così che, in un futuro lontano, una classe dominante di umani geneticamente modificati (gli Optimati) ottiene l'immortalità  e tiene il resto della società umana in uno stato di stasi attraverso la manipolazione genetica del genoma umano, eliminando ogni sorta di mutazione spontanea. Al resto dell’umanità è vietato persino di  riprodursi (ad eccezione di alcuni individui che rivelano interessanti caratteristiche genetiche).
Ma la necessità di un equilibrio ecologico tra uomo e natura ritorna come esigenza primaria anche in questo romanzo: nelle megalopoli dominate dagli Optimati si sviluppano dei movimenti clandestini ed appare una razza di cyborg, opposta agli immortali. Anche i cyborg sono immortali, ma raggiungono questa condizione con trapianti e protesi tecnologicamente avanzatissimi; e tuttavia entrambe le caste sono sterili, condizione questa necessaria per il raggiungimento della vita eterna.
Tralasciando lo sviluppo della trama, che porterà i protagonisti alla ribellione e al successivo crollo della civiltà degli Optimati, ciò che va evidenziato è il punto esplicito della filosofia di Herbert (come era esplicita nel ciclo di Dune): una società cristallizzata e stagnante non può essere il punto d’arrivo di nessuna società umana.
Del 1966 è anche The Green Brain (Il cervello verde,1966), che pone il tema delle mutazioni genetiche nel mondo degli insetti. Il cervello verde rappresenta un’escursione in uno dei più famosi sottogeneri della fantascienza, quello delle formiche giganti che tanto aveva caratterizzato la sf dei pulps americani degli anni trenta.
Il romanzo è ambientato nel ventunesimo secolo, quando la pressione della sovrappopolazione e le sopraggiunte tecnologie spingono l’uomo a una guerra totale contro la natura e gli insetti in nome della sua superiorità come specie.
La battaglia contro gli insetti, iniziata dalla Cina e portata avanti nelle foreste del Brasile, incontra però un imprevisto ostacolo: la comparsa di una nuova razza di insetti, di struttura gigantesca e umanoide che nelle foreste del Mato Grosso bloccherà l’avanzata dei soldati brasiliani. Una razza che è dotata inoltre di una sorta di intelligenza ed è strutturata come una mente-alveare, il Cervello Verde.
Come nel già citato Gli occhi di Heisenberg Frank Herbert ribadisce qui la propria filosofia: l’umanità non può bloccarsi in una immobilità statica e cristallizzata. L’evoluzione procede anche contro la volontà dell’uomo: in questo caso l’evoluzione della coscienza umana è la mente-alveare. Dalla battaglia tra caos ed entropia nascerà una nuova razza: non Cyborg, non Optimati, non homo superior ma homo insectus.
Con The Heaven Makers (Creatori di paradisi,1968 su rivista, 1977 in volume) Herbert prosegue la sua disamina del tema dell’immortalità.
Creatori di paradisi affronta, stavolta in maniera più approfondita, le questioni della responsabilità morale e del libero arbitrio. Come spesso avviene nelle sue opere, Herbert si trova nell’ambiente ideale quando considera i desideri romantici e metafisici dell’umanità, descrivendo un mondo in cui tali desideri sono stati realizzati e poi mostrando al lettore il verme metafisico che risiede all’interno della mela dorata che ci ha quasi indotti ad addentare.
Come nei successivi The Santaroga Barrier e Hellstrom’s Hive, Creatori di paradisi è ambientato sulla Terra in un vicino futuro, ma la contemporaneità viene complicata dalla presenza di una razza aliena semiumana, i Chem – una sorta di Optimati, in fondo – che hanno dominato il pianeta e l’umanità fin dall’alba della civiltà. Come avviene nel classico di Kurt Vonnegut jr., Le sirene di Titano, tutta la storia dell’uomo è stata forgiata e modellata dai capricci di questi esseri superiori semidivini.
I Chem hanno da tempo raggiunto tutto ciò che l’umanità sogna da millenni: l’immortalità, il ringiovanimento dei corpi, il controllo conscio del metabolismo, l’unione con gli altri esseri della loro razza tramite una “rete” mentale. Fraffin, uno di questi “superuomini”, ha scelto la Terra come suo dominio privato, e da millenni si diverte con i disastri della storia umana per alleviare la sua noia. Ma interferire con i nativi è severamente vietato dalle regole dei Chem, e talvolta le autorità supreme inviano i loro investigatori ad esaminare l’operato dei singoli. Ed ecco così che Fraffin si troverà ad affrontare l’arrivo imprevisto dell’ispettore  Kelexel; un problema complicato dalla presenza di un essere umano immune agli schermi che nascondono ai terrestri l’esistenza dei Chem. Tutto ciò sconvolgerà i delicati equilibri dei rapporti tra uomini e Chem, portando a una nuova fase della storia delle due razze.
Il romanzo, pur senza assurgere a vette di eccellenza letteraria, combina in maniera adeguata la vivace narrazione e una trama avvincente con le profonde convinzioni filosofiche dell’autore sull’ineludibilità della morte e sulla sua utilità nel ciclo vitale.
 The Santaroga Barrier (La barriera di Santaroga, sempre del 1968), descrive ancora una volta  un nuovo ordine di intelligenza artificiale, evolutosi qui all’interno di una comunità isolata, quasi utopica.
Herbert, che abbiamo visto all’opera in trame ambiziose che spaziavano nell’arco di intere galassie, si sofferma nell’ambito di un odierna cittadina della California. Non ci sono strani e sofisticati meccanismi in grado di operare portenti, né alieni, né viaggi spaziali. Tutti gli elementi familiari che permettono agli scrittori di caratterizzare le loro opere come sf sono qui assenti. L’unico particolare che ci consente di qualificare il romanzo come fantascienza è semplice ma fondamentale: supponiamo che qualcuno riesca a scoprire una droga che possa espandere la coscienza e consapevolezza dell’uomo rispetto all’universo che lo circonda. Cosa accadrebbe sul nostro pianeta se qualcuno avesse a disposizione un equivalente del melange , la spezia che permeava in tutti i sensi il cosmo di Dune e ne provocava ogni movimento, economico, spaziale, politico?
 La tranquilla cittadina di Santaroga sembra vivere in un curioso isolamento, separata dal resto del mondo da una forza intangibile e misteriosa. I suoi abitanti non la lasciano che per brevissimi periodi e sfuggono il contatto con gli estranei, mostrando un’aperta ostilità per chi arriva dall’esterno.
Ad investigare su questo stranissimo comportamento viene inviato Gilbert Dasein, giovane psicologo che scopre un inquietante particolare: gli abitanti di Santaroga vivono costantemente sotto l’effetto di un misterioso allucinogeno che ne altera le percezioni sensoriali. Ma questo è solo uno dei tanti interrogativi che Desain dovrà risolvere. E’ una scelta deliberata dei cittadini o è stata loro imposta dall’esterno? E’ forse la suprema forma di controllo della società o è invece la realizzazione di un’utopia?
In questo romanzo Herbert si addentra dunque in un’altra delle sue interessanti speculazioni sulla coscienza umana. E’ curioso notare come le idee del romanzo siano ispirate a quelle del filosofo Martin Heidegger e dello psicologo Karl Jaspers. Il cognome del protagonista, Dasein, nasce da un concetto di Heidegger mentre il nome della droga, Jaspers, è chiaramente il cognome dello psicologo.
Ancora una volta Herbert ci mostra la contrapposizione tra due tipi diversi di società, ognuna con i suoi pregi e i suoi difetti. Nessuna delle due è perfetta e anche quella che sembra più evoluta, consentendo all’individuo la totale e completa percezione sensoriale, richiede comunque qualcosa in cambio: la spersonalizzazione completa dell’individuo.
Abbiamo dunque visto come il tema del superomismo e della mutazione genetica sia centrale nell’opera di Herbert, ma è soprattutto nel notevole Hellstrom’s Hive (Progetto 40 o L’alveare di Hellstrom, 1973), probabilmente il suo miglior lavoro dopo Dune, che lo scrittore riesce a miscelare alla perfezione le sue teorie filosofiche con una narrazione serrata, avvincente, strutturata in maniera del tutto convincente.
L’opera è ambientata ai giorni nostri, negli USA, descritti come uno stato di polizia duro e asfissiante.
La strapotente agenzia governativa che controlla le leve del potere vuole impadronirsi del misterioso progetto 40 del giovane entomologo Nils Hellstrom. Sa anche però che il giovane scienziato è altamente pericoloso, e allora invia un gruppo di agenti spietati ed assai efficienti all’interno della tetra fattoria dove ha di scena il progetto. In una specie di discesa agli Inferi, gli agenti si addentrano nei meandri di questo mondo allucinante: un mondo d’incubo dove si aggirano uomini-insetto sessualmente neutri, prodotti tramite mutazioni genetiche e dotati di aculei velenosi. Un mondo soprattutto già pronto alla battaglia e alla conquista della Terra.
Hellstrom’s Hive presenta con convincenti dettagli questa colonia umana costituita da persone modificate e selezionate geneticamente, basata sulla struttura e sui principi degli alveari, vale a dire con funzioni e specializzazioni socialmente diversificate; in questa società l’individuo ha un valore trascurabile, mentre l’importanza fondamentale sta nella continuazione e nel funzionamento dell’entità alveare. Il romanzo mostra ancora una volta  con grande efficacia, il leit-motiv dell’autore, e cioè le contraddizioni di una società apparentemente perfetta e utopica,  ma  mostruosa nelle sue conseguenze per l’individuo umano.
In un certo senso i tunnel dell’Alveare di Hellstrom sono molto simili al mondo descritto da Aldous Huxley nel suo celeberrimo classico  Il mondo nuovo (Brave New World). Anche qui abbiamo una società in cui gli esseri umani sono geneticamente  alterati per svolgere funzioni socialmente differenziate. Anche qui abbiamo umani muti e privi di coscienza, chimicamente privati del libero arbitrio, o esseri sterili e grotteschi mentalmente superiori e superumani, e così via. L’Alveare è essenzialmente un mondo alieno con una sua filosofia e suoi scopi ben precisi, anche se da noi sostanzialmente non condivisibili.
La bravura di Herbert  sta nel saper descrivere alla perfezione entrambe le fazioni e le posizioni, i punti di vista degli agenti del governo Americano e degli abitanti dell’Alveare.
In conclusione, va riconosciuta ad Herbert una sostanziale visione e unità narrativa, portata avanti nel corso degli anni con un approfondimento sempre maggiore delle tematiche a lui care. E anche se gran parte dell’opera di Herbert non è di facile lettura, la complessità delle sue trame e la genialità delle sue idee rappresentano il prodotto di un intelletto speculativo con pochi rivali in tutta la storia della fantascienza moderna.
Sandro Pergameno

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