venerdì 5 luglio 2013

INTERVISTA A THOMAS M. DISCH (parte seconda)

Ed ecco la seconda parte della bella intervista di Umberto Rossi  a Thomas Disch.

SP



Brian McHale ha ipotizzato che il modello letterario della tua fantascienza del periodo New Wave fosse Thomas Mann. Credo che l’influenza di un altro Thomas, il romanziere inglese Hardy, sia più rilevante. Sono veramente figure importanti per Thomas Disch?
Sei troppo buono a riconnettermi a Hardy. È stato probabilmente il mio primo idolo letterario all’età di quattordici o quindici anni, quando si è fatta sentire per la prima volta la necessità di avere un Artista come idolo. Prima Il ritorno del nativo, poi Jude l’oscuro. Per me Hardy era Thomas il profondo. Quanto a Mann, non ricordo quando l’ho scoperto. Avrò avuto diciotto o diciannove anni. A vent’anni ero assolutamente certo di aver trovato la “chiave” di Mario e il mago, e cioè che il ciarlatano carismatico non fosse una presa in giro di Mussolini, ma (ancor di più) di D’Annunzio, che era stato un altro ciarlatano e dittatore in sedicesimo con la sua avventura di Fiume. Avevo decifrato tutto nei minimi dettagli. Ma probabilmente mi sbagliavo. Ora, passati tutti questi anni, penso di preferire il mio primo amore; lo saprò con certezza dopo che sarò tornato a far visita a Jude, che ho appena cominciato a rileggere.

Tornando alla tua predilezione per l’high style dell’Ottocento, direi che ti pone al di fuori della schiatta di narratori di derivazione direttamente o indirettamente Hemingwayana che praticamente domina il campo della letteratura d’intrattenimento negli Stati Uniti. Si potrebbe dire che la tua prosa è un’implicita protesta contro la scuola di prosatori della frase breve?
La mia opera non è una “protesta” contro gli scritti delle brigate di laureati in scrittura creativa che sanno esprimersi solo in prima persona e tempo presente; non più di quanto le (ipotetiche) opere di Samuel Barber dopo Anthony and Cleopatra sarebbero una protesta contro la musica rap. La sera scorsa ho visto la videocassetta di Jackass. Quella è un’altra opera che viene da un’altra generazione e parla a un’altra sensibilità, e ha il suo fascino. Ma non è una gara alla quale intenda partecipare. Lo stesso dicasi per gli scrittori ipersemplificati (dumbed-down) più giovani di me.

So che avevi cominciato a scrivere un romanzo connesso all’Undici Settembre, ma poi hai smesso; perché?
Perché, nonostante l’avessi fatto leggere in giro, non ha trovato acquirenti. Mi piace pensare che fosse qualcosa di veramente buono, ma che esprimesse sentimenti e idee del tutto scorrette dal punto di vista politico. Il romanzo si intitolava Mecca: A Vision of the Next Crusade. In fin dei conti il mio punto di vista non era tanto distante da quello di Oriana Fallaci. Dato che non scrivo per i posteri, quando vedo che le mie fatiche andranno sprecate, smetto di faticare.

Molti lettori italiani ignorano la tua attività come poeta. Qual è la relazione tra i tuoi testi poetici e quelli in prosa?
Non sono solo i lettori italiana a non conoscermi come poeta. Non ho pubblicato una raccolta di poesie negli ultimi dieci anni, un tempo abbastanza lungo perché mi abbiano dimenticato anche i lettori di poesia (che sono prevalentemente giovani). Solo dei poeti di serie A si può dire che abbiano un “pubblico”. La poesia, come la virtù, è fine a se stessa, e qualsiasi poeta che non scende a patti con questa verità fin dall’inizio è destinato a uggiolare per sempre. Cosa che molti poeti fanno!

La musica è un aspetto molto importante delle tue prime opere, come Le ali della mente, ma anche Campo Archimede e Umanità al guinzaglio (The Puppies of Terra); ma è del tutto scomparso nella Minnesota Supernatural Series. Come mai? Forse perché certi riferimenti “colti” che erano tanto forti, per esempio in Campo Archimede, sono stati sostituiti dalla cultura pop nei romanzi del Minnesota soprannaturale?
Riguardo alla musica nutro sempre lo stesso atteggiamento di “entusiasmo amatoriale”, ma il fatto è che non chiedeva di far parte dei miei ultimi romanzi. Quanto alla pittura e ai pittori, ne ho scritto molto in diversi racconti che non sono stati raccolti nelle antologie, e in Neighboring Lives[1]; di recente mi hanno affidato una rubrica di critica d’arte sul Weekly Standard.

Poeta, romanziere, critico d’arte, intenditore di musica, ecc. ma anche critico letterario. Il tuo saggio The Dreams Our Stuff is Made Of è uno dei libri più intelligenti e leggibili che si siano occupati seriamente di fantascienza. Ha il gran pregio di essere libero da certi manierismi postmoderni che spesso affliggono la critica accademica. Ma perché hai pubblicato un volume di critica sulla fantascienza proprio dopo aver abbandonato il genere?
Perché ho scritto Dreams? Perché la Free Press mi aveva offerto un cospicuo anticipo per farlo. Prima che il libro uscisse, il capo della Free Press venne licenziato, e il libro ha sofferto della trascuratezza che è tradizionalmente il destino degli orfani. Ha anche vinto il Premio Hugo come miglior libro di critica sulla fantascienza, ma l’unico rivale credibile era una bibliografia.

Com’è stato accolto dalla comunità fantascientifica?
Nel settore è stato vittima della congiura del silenzio, specialmente da parte della sinistra accademica della quale non rispettavo gli standard. Come hai notato, non è scritto nel gergo della cricca po-mo, né ha niente di piacevole da dire sui loro beniamini, LeGuin e Delany. In effetti gli amici e conoscenti della LeGuin erano a dir poco infuriati, ma non hanno potuto dire niente perché la mia critica era solida e documentata. Riguardo a Delany, hanno potuto solo accusarmi di averlo trascurato. Non me ne sono occupato perché ritengo che non abbia lasciato un segno duraturo nel genere. La sua produzione letteraria è andata morendo, e la sua critica è scritta in quel gergo irritante che gli ha garantito un posto nell’accademia.

Intendi pubblicare altri saggi critici sulla fantascienza, prima o poi?
Ho appena recensito Oryx and Crake della Atwood, e la mia critica è stata entusiastica. Ma non mi viene in mente altro, negli ultimissimi anni, che mi abbia soddisfatto in ugual misura. Gibson si ripete. Molti autori sono morti. Gli scribacchini pubblicano le loro tetralogie. Gli scrittori britannici mi sembrano uniformemente noiosi, dentro e fuori del genere. E la mia curiosità e attenzione si rivolgono sempre più alle arti visive, delle quali scrivo sul Weekly Standard.

Quali sono gli scrittori americani (viventi o meno) che non ti stanchi mai di rileggere?
Mi stanco facilmente, e il mio interesse principale nella narrativa risiede in un coinvolgimento appassionato e meditato nell’argomento di un racconto. Per cui leggo più il tema che lo scrittore. Ho letto approfonditamente gli scrittori canonici che mi hanno attratto maggiormente, e nessuno dei miei contemporanei (fatti salvi gli amici intimi) mi sembra veramente rilevante. Come ti ho detto, ho recensito positivamente l’ultimo libro di Margaret Atwood, ma non è che per questo mi assuma la responsabilità per tutta la vasta parte della sua opera che non ho letto.

Ci sono degli scrittori americani trascurati che meriterebbero maggiore attenzione?
Ma per definizione non possiamo sapere come si chiamano. Conosco molti bravi scrittori che non sono mai stati pubblicati e che alla fine giungono a un atteggiamento di totale menefreghismo. I loro nomi sono scritti sull’acqua. E per quel che riguarda il resto di noi, quelli che sono riusciti a farsi pubblicare, ne avessi mai conosciuto uno che, in cuor suo, non si considerasse sottovalutato/a e poco letto/a. Sai, la celebrità è una lotteria. 

Umberto Rossi


[1] Saggio sulla narrativa dell’ottocento scritto con Charles Naylor, pubblicato nel 1981, inedito in Italia.

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