giovedì 25 luglio 2013

1985 di Anthony Burgess

Prosegue con questo post la panoramica dedicata da Nico Gallo alle società distopiche create dalla penna del grande Anthony Burgess. Stavolta tocca a 1985, il romanzo che Burgess scrisse come omaggio a George Orwell e a quello che rimane (IMHO) un capolavoro assoluto della letteratura mondiale (fantascientifica e non) e una delle più agghiaccianti tra le distopie mai concepite.




Nel 1978 viene pubblicato 1985, un romanzo complesso e pesantemente segnato dall’interpretazione, talvolta poco coerente, che Burgess effettua del romanzo di Orwell. In questo grottesco futuro i sindacati sono diventati talmente potenti che hanno assunto il controllo della Gran Bretagna. Scioperi continui e futili hanno paralizzato una nazione la cui unica struttura sociale e organizzata capace di sopravvivere è quella islamica. Il protagonista è Bev Jones, ancora un professore di storia, la cui moglie muore bruciata durante uno sciopero dei pompieri. Cacciato dall’insegnamento perché una cultura troppo sofisticata è contraria allo standard dei lavoratori, Bev diventa operaio in una fabbrica alimentare ma, rifiutandosi di partecipare a uno sciopero, viene licenziato. Costretto a vagare attraverso una nuova versione allucinata del Regno Unito, si unisce a un gruppo di emarginati che hanno rifiutato la logica degli scioperi continui. Vivendo di furti, Bev viene arrestato e portato in un centro di correzione dove tentano di rieducarlo. Il trattamento e i ricatti non riescono a piegarlo, così, una volta uscito dal centro, si unisce al gruppo di resistenza dei Liberi Britanni. Mentre la nazione si disgrega, Bev si rende conto che l’organizzazione è in mano a ricchi petrolieri arabi che non nutrono alcun interesse per la Gran Bretagna.
La lettura di 1985 chiarisce anche i limiti dell’approccio di Burgess ai temi politici e della costruzione dei rapporti sociali. Evidentemente Un’arancia a orologeria aveva costituito una tale fulgida intuizione che, in seguito, non è riuscito a liberarsi di un modello narrativo che è andato progressivamente a inaridirsi fino a diventare scontato. Sostanzialmente in queste  distopie il protagonista trascorre la parte centrale del romanzo in carcere o in un centro di correzione. La violenta e pavloviana terapia Ludovico diventa in 1985 una sorta di cineforum minculpop senza speranza, ma, complessivamente, la narrazione sembra arrendersi di fronte a un inconciliabile conflitto tra individuo e società. Il socing, scrive Burgess, è un’ideologia totalitaria che sostiene che “sia i dati dei sensi sia le idee sono soltanto fantasmi soggettivi”, e l’unica visione del mondo ammessa è quella del Grande Fratello e del partito. “L’individuo deve imparare ad accettare senza discutere, senza neppure esitare, la visione del partito”. La vita quotidiana sotto il potere tirannico del socing è totalmente preordinata dal potere, non esiste l’autodeterminazione dei singoli o dei gruppi, non esiste vita privata, non è previsto l’esercizio dei basilari diritti democratici e politici. Solo una ristretta burocrazia detiene il potere assoluto dell’organizzazione dello Stato e può stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se pensiamo ancora a 1984, uno degli elementi più deprimenti del libro è rendersi conto che l’opposizione al Grande Fratello altro non è che una raffinata macchinazione di agenti provocatori. E rendersi conto che l’opposizione non esiste è forse la più crudele delle rivelazioni.  E ancora, “il socing ha bisogno di nemici come uno schiaccianoci ha bisogno di noci”, scrive Burgess sempre nell’introduzione a 1985, richiamando quel paradigma orwelliano secondo il quale “la guerra è pace”. Allenatasi con la Guerra Fredda e la Caccia alle Streghe, la società occidentale ha elaborato un sistema di potere basato sull’uso politico dei media della comunicazione in cui la figura del nemico è indispensabile a mantenere lo status quo e a distrarre le popolazioni dal fallimento della politica. Come l’inesistente Goldstein di 1984, oggi occupano l’immaginario violento e xenofobo solo i nuovi mostri provenienti dai paesi poveri. La metafora del televisore orwelliano, utilizzato sia per trasmettere sia per osservare, è lo strumento più efficiente della psicopolizia, una struttura repressiva che non conosce confini, che ha giurisdizione fin dentro la mente delle persone. Come notano Michael Hardt e Antonio Negri in Impero, la nuova polizia internazionale (che non usa più il termine obsoleto di guerra o di invasione) si estende oltre ogni confine geografico infrangendo qualsiasi regola di sovranità, si pone al di sopra delle leggi (riconoscendo solo a se stessa il diritto di possedere armi di distruzione di massa e di utilizzarle), persegue crimini e criminali sulla base di una potenziale volontà d’infrangere leggi che non sono mai state promulgate. È questa l’evoluzione dello stato di guerra permanente della tradizione orwelliana e riproposto da Anthony Burgess anche al termine de Il seme inquieto.
“Eppure vi sono stati utopisti – H. G. Wells, fra i primi – i quali hanno creduto che fosse possibile costruire una società giusta”. Anthony Burgess, in generale molto critico verso la fantascienza, non ha dubbi nello stabilire l’assoluta inattendibilità di una letteratura votata alla predizione del futuro, denuncia la falsità del progetto sociale basato sulla scienza e la tecnica (che è implicito in ogni raffigurazione utopica del passato) e si concentra su autori come George Orwell, Aldous Huxley ed Eugene Zamyatin.

Domenico Gallo

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